Piazza, bella piazza

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Leonardo, Bramante e la piazza di Vigevano
di Giovanni Giovannetti

In più di vent’anni trascorsi a Milano alla corte di Ludovico il Moro e infine sotto comando francese, Leonardo da Vinci soggiornò a lungo e ripetutamente a Pavia e Vigevano. Sono frequentazioni puntualmente annodate in ogni libro a lui dedicato. Ma se di Vigevano Leonardo è ormai l’icona (specie ora, in prospettiva Expo), curiosamente la città capoluogo non sembra coltivarne memoria. Altri tempi. Tempi in cui Pavia era sì sede universitaria, la prima in Lombardia, ma anche fascinosa capitale culturale: «Pavia svetta verso le nubi con una fitta trama di torri, e dispone verso ogni direzione di una vista senza impedimenti e libera», scrisse Francesco Petrarca in una luminosa lettera al Boccaccio. «Il lilio [giglio] si pose sopra la ripa di Tesino e la corrente tirò la ripa insieme col lilio», annotò poco più di cent’anni dopo Leonardo, là dove l’acqua è il «sangue della terra viva» e fonte di vita per ricchi e poveri, siano essi contadini, renaioli o cercatori d’oro lungo il Tesino.

Nel 1492 Ludovico il Moro dispose lo sventramento di Vigevano per fare spazio alla piazza, d’impronta vitruviana, ultimata in due anni da Ambrogio da Corte sul disegno messo a punto dagli Ingegnarii ducales, come si legge nella Cronaca di Vigevano di Cesare Nubilonio: «Fece dunque Ludovico Sforza duca di Bari e Patruus Gubernans, gettare a terra molti edifici del castello vecchio […] E fece accomodare il Castello con l’opera di Bramante Urbinate Ingegnere, perché si dilettava molto abitar in Vigevano, sì per l’aria salubre, come per la caccia d’ogni sorta di animali e uccellame, e perciò lo ridusse alla forma che si vede, opera molto lodata e di grandissima spesa».
E quali erano gli Ingegnarii ducales? Nell’ordine: Bramante, Leonardo, Dolcebuoni e Bataggio da Lodi. Assente Bramante (partito nell’estate 1493 per Firenze, tornerà a Vigevano l’anno successivo), «eliminati i due ultimi che lavoravano quasi stabilmente a Pavia» osserva Letizia Mastronardi, non rimarrebbe che «il grande fiorentino».
Donato Bramante fu di ritorno già il 16 febbraio 1494, poiché a quella data venne incaricato del trasporto a Vigevano di dieci colonne «cum sue basi e capitelli» provenienti dalla Certosa di Pavia; otto giorni dopo, ancora su mandato ducale «Bramanti architecto nostro» era a prelevar marmi «ex lapidicinis» per l’erigenda piazza, inaugurata a tempo di record sette mesi dopo. La sua presenza a Vigevano il 13 aprile 1494 viene infine certificata nel registro della fabbrica milanese della Canonica di Sant’Ambrogio: 6 soldi «per victura d’uno cavallo per andare a Vigevano per Bramante»; e il 16 aprile «Bernardino» parte per Vigevano, «a zercare magistro Bramante». Un dettaglio pare infine dirimente: il capitello diviso orizzontalmente, mutuato da quello corinzio a cestello che, lo rileva Graf Wolf Metternich, ha rappresentato un vero e proprio marchio di fabbrica del Bramante.
Sono giorni e mesi in cui anche Leonardo è a Vigevano («A dì 2 di febbraro 1494, alla Sforzesca ritrassi scalini 25 di 2/3 di braccia l’uno, larga braccia 8», Manoscritto H, 65 verso; «Vigne di Vigevine. A dì 20 di marzo 1494. E la vernata si sotterrano», Manoscritto H, 38 recto). Sullo sguardo vinciano al progetto della piazza è tiepidamente possibilista Ignazio Calvi, che nel 1943 infatti scrive: «Vigevano, che veniva assumendo la fisionomia di città dinastica ducale, era animata da grande fervore artistico ed edilizio; le costruzioni militari, come attestano anche i numerosi documenti dell’Archivio di Stato di Milano, vi erano spinte con alacrità e la loro manutenzione e perfezionamento occupava diversi degli ingegneri sforzeschi, tra i quali non è improbabile si fosse allora trovato anche il Vinci».

Al foglio 16 recto del Manoscritto B, in alto a sinistra Mastronardi riconosce anche i portici e gli edifici della piazza vigevanese «tale e quale si presenta al giorno d’oggi» (per Agnoldomenico Pica è solo una «fortuita coincidenza»).
Anche per Carlo Pedretti – il massimo studioso di carte vinciane – è alquanto plausibile che Leonardo fosse stato consultato insieme al Bramante per l’impostazione urbanistica della nuova piazza. E tuttavia «è improbabile che nel 1494 potesse ancora contribuire a qualche aspetto dei problemi architettonici e urbanistici offerti dal programma di sistemazione dell’agglomerato cittadino in generale e dalla residenza ducale in particolare. Tutt’al più la sua partecipazione poteva interessare la fase conclusiva della decorazione pittorica (e lo stesso Manoscritto H, che contiene i ricordi a Vigevano, contiene pure preventivi di spesa per decorazioni murarie) ma anche in questo settore mancano prove decisive. Resta invece indiscutibile la prova della presenza di Leonardo alla Sforzesca, la vasta fattoria agricola che Ludovico Sforza volle trasformata in sontuosa villa suburbana».
Nel Manoscritto H (al foglio 32 verso, 33 recto, 35 recto, 59 verso) forse vediamo i disegni ornamentali «quali furono dipinti probabilmente nei palazzi di Vigevano da Leonardo», osserva Edmondo Solmi. E sempre in quell’agendina, oggi nota come Manoscritto H, Leonardo annotò i preventivi di spesa delle decorazioni: «Item per ciascuna voltaiola lire 7. Di spesa tra azzurro e oro lire 3 e ½. Di tempo giorni 4 Per le finestre lire 1 e ½. Il cornicione sotto alle finestre soldi 6 il braccio. Item per 24 storie romane lire 14 l’una. I filosafi lire 10. I pilastri un’oncia d’azzurro soldi 10. In oro soldi 15 Stimo lire 2 e ½» (foglio 124 verso); «gronda stretta sopra la sala lire 30. La gronda sotto a di questa stimo ciascuno quadro per sé lire 7. e di spesa tra azzurro, oro, biacca, gesso, indaco e colla lire 3. Di tempo giornate 3. Le storie sotto a esse gronda co’ sua pilastre lire 12 per ciascuna. Stimo la spesa fra smalto, azzurro e oro e altri colori lire 1 e 1/2. Le giornate stimo 5 tra la investicazion del componimento, pilastrello e altre cose. (foglio 125 recto).
«gronda stretta sopra… gronda sotto… cornicione…» Per Solmi, il Vinci in questi appunti «accenna alle decorazioni dei palazzi della piazza». Mastronardi concorda: «infatti, gli affreschi e i graffiti dei lati di mezzodì e di ponente della piazza stessa sono opera genuina del morente Quattrocento e corrispondono ai disegni conservati nei fogli suddetti», anche se è pur vero che smalto azzurro e oro quasi mai erano adoperati per affreschi esterni. Ad ogni buon conto le attuali decorazioni policrome di Casimiro Ottone datano ai primi anni del Novecento e si ritiene che mantengano rispondenze con i disegni di Leonardo.

Al foglio 39 recto del Manoscritto B disegna una stalla («Per fare una polita stalla»), forse meditando sulla vigevanese fattoria Sforzesca, oppure sulla scuderia-modello edificata nel 1490 in Castello a Vigevano. A riprova, nell’aprile 1490 i «magistri» Giovanni da Mandello e Antonio della Porta ebbero mandato di cavar marmo per le colonne necessarie «alla fabrica delle stalle nostre principiata ad Milano et ad Vigevano». Solo indizi, ma questo documento è coevo del Manoscritto B.
Sempre a Vigevano, nella chiesa dedicata a Santa Maria della Neve si ammira l’affresco della Madonna del Gatto (1450), opera che avrebbe ispirato a Leonardo alcuni disegni, forse preparatori di un analogo dipinto, oggi conservati ai fiorentini Uffizi e al londinese British Museum. L’ipotesi mantiene tuttavia assai tiepidi alcuni tra i maggiori studiosi vinciani, da Pedretti a Marani.
Tornando alla residenza ducale, la «strada segreta di dentro» al foglio 36 verso del Manoscritto B è disegnata per il castello milanese e sembra ripetere quella coperta al castello vigevanese. Non è dunque lecito supporre, si domanda Mastronardi, «che tale innovazione sia stata suggerita dall’imponente e lungo corridoio […] che Leonardo ebbe modo di percorrere e di esaminare minutamente?».
Comunque la si veda, in quegli anni «il borgo di Vigevano fece rapidi progressi ed assunse l’aspetto di una bella città con la costruzione di artistici monumenti» (Mastronardi) e il castello fu munito di una bellissima torre fortificata, «speciosa etiam turri munivit» come recita una iscrizione proprio sotto la torre bramantesca dell’anno del Signore mille quattrocento novanta due.

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