Criminali di guerra pavesi. La “belva” Fiorentini

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2. “Felice Fiorentini fu il maggior criminale di guerra fascista della provincia pavese”

di Marco Bonacossa

Dopo la morte di Alfieri, provocata da “fuoco amico”, fu Felice Fiorentini ad assumere il comando della Sicherheits Abteilung. Felice Fiorentini nacque a Milano il 2 agosto 1894, ingegnere elettrotecnico, ufficiale dei bersaglieri nel corso della Grande Guerra, entrò poi nell’Aeronautica dove raggiunse il grado di colonnello. Durante il regime fu il direttore della tratta ferroviaria Voghera-Varzi e fino al 25 luglio ‘43 non si contraddistinse mai per un’attività politica di sostegno al fascismo. Molti studiosi, storici e testimoni dell’epoca si sono chiesti cosa abbia portato una persona mite, fino ad allora, a diventare il più importante criminale di guerra della provincia pavese. In molti diari dei parroci locali la sua figura viene evocata con diversità di accenti. Fiorentini, che agli occhi di don De Alberti appariva «alto, segaligno, con un naso adunco, arso dal desiderio di lotte e vendette». Don Rino Cristiani scrive: «Prima era un vero gentiluomo, benvoluto e stimato da tutti. Cosa sia avvenuto non si sa […]. Quando fu chiamato a prendere il posto del colonnello Alfieri ne ereditò la ferocia, la crudeltà, la sete di sangue e di distruzione». Don Balletti, parroco di San Pietro di Menconico a partire dall’agosto del ’44, ricorda la Sicherheits come «una banda di ragazzi e di vecchi armata fino ai denti», comandata da un «anziano dai capelli bianchi [Fiorentini nda] che portava i calzoncini corti» e «proferiva più bestemmie che parole», mentre Don Ponti, parroco di Corbesassi, descrisse i membri della Sicherheits come degli «squilibrati», «delle cui reazioni non ci si poteva mai fidare».
Molti testimoni concordano nel ritenere il Fiorentini “presicherheits” una «persona onestissima (…), moderata, gentile, sempre disponibile verso chi gli chiedeva aiuto», totalmente diversa dallo «squilibrato» conosciuto come comandante della polizia speciale. Don Balletti, riecheggiando un’opinione corrente, ipotizza che il «cambiamento» sia intervenuto in «questo uomo» «in seguito all’uccisione del col. Alfieri». Un testimone non esita a definire Fiorentini «più criminale di Alfieri», mentre un altro cittadino varzese ricorda Fiorentini spesso, «almeno al pomeriggio», sotto l’effetto dell’alcol. Egli era sposato con Flora Campolieti, nata a Novara il 16 novembre 1903, insegnante di matematica e fisica alla sezione B del liceo classico “Ugo Foscolo” di Pavia dal novembre ’44 all’aprile ’45 (scomparì qualche giorno prima della fine della guerra).
La famiglia Fiorentini comprendeva tre figlie: Federica, Adriana e Nicoletta e abitava a Pavia in via Bona di Savoia 51. Il celebre scrittore Mino Milani, che ne fu suo alunno, la rammenta elegante ma fredda, distaccata, quasi consapevole della fine imminente, e ricorda il suono metallico della pistola che la professoressa portava nella borsa ogni qualvolta veniva poggiata sulla cattedra.
Fiorentini subentrò al comando della polizia speciale quando le formazioni partigiane accrebbero qualitativamente e quantitativamente e la guerra civile assunse un maggiore livello di crudeltà. Nascono per sua volontà quei “fuochi dell’Oltrepò”, ben descritti da Annibale Sclavi, ovvero i roghi di interi paesi di montagna e di collina dove i partigiani, non di rado, trovavano rifugio e ospitalità.
Gli incendi di Rossone, il 5 agosto, e di Nivione, l’8, segnarono fortemente la storia della guerra civile in quella zona.
Nel settembre ’44, per presidiare maggiormente l’Oltrepò, la Sicherheits si trasferisce a Broni e pone il suo comando all’ex albergo Savoia, ribattezzato Villa Nuova Italia. Quello stabile diverrà anche la prigione della Sicherheits e molto antifascisti verranno reclusi e torturati in quelle stanze.
Nei “dieci mesi d’inferno” dell’occupazione di Broni da parte della polizia speciale la Sicherheits cresce numericamente. Non sono pochi i fascisti esuli dal centro Italia, soprattutto dalla Toscana liberata, che fuggono dai partigiani e dagli angloamericani, e si arruolano nella formazione di Fiorentini. A Broni e nei dintorni continua l’attività spionistica della Sicherheits. I suoi agenti, tranne quelli posti di guardia al presidio e alla prigione, non indossavano divise e ciò facilitava la loro attività di spionaggio e di infiltrazione tra i civili. Talvolta c’era chi indossava calzoni color cachi con stivali neri, una giacca sahariana coloniale e gradi militari al petto. Era una divisa non ufficiale, elaborata in base alle scarse disponibilità del momento, ma non erano certo la disciplina regolamentare o l’estetica ciò che stavano a cuore al reparto e ai suoi vertici. Fiorentini indossava una divisa da tenente colonnello dell’aeronautica e molti altri vestivano quella del reparto S. Marco, altri invece erano in abiti civili e portavano sul braccio sinistro la fascia rossa con la svastica nazista. Vi era un unico segno distintivo, indossato soltanto in occasione di eventi speciali come il funerale di Alfieri, ovvero una fascia gialla sull’avambraccio sinistro con la scritta “Sicherheits Abteilung”. In paese i suoi militi scorrazzano tra le osterie e le strade picchiando gli abitanti, rapinando beni di prima necessità, denaro e sparando ad ogni occasione.
E’ dal mese di novembre, con l’installazione di altri due presidi della Sicherheits, a Cigognola e a Stradella, che le stragi e gli eccidi della polizia speciale diventano pressoché quotidiani (nella sola settimana che va dal giorno di Natale al 31 dicembre vi furono undici morti e venti arresti).
Anche nei mesi di guerra del 1945 stragi, arresti e violenze furono all’ordine del giorno della Sicherheits Abteilung. Nel clima di smobilitazione generale e del “si salvi chi può” Fiorentini, la notte del 25 aprile, ordinò al suo attendente, Alfonso Limongelli, di nascondere i documenti del reparto, mai ritrovati, sulle rive del Po e, dopo aver tentato di resistere alle forze partigiane, abbandonò l’asilo di Stradella, dove installò l’ultimo quartier generale, nel pomeriggio del 26 aprile. Due giorni dopo, il 28, si unì ad una colonna di tedeschi in fuga, come Mussolini il giorno precedente, e si nascose presso il bosco di Mezzanino Po in attesa di un traghetto che lo portasse in salvo. Non si sa con certezza dove si fosse nascosto e quale fosse la sua destinazione, probabilmente anch’egli non ne aveva cognizione, ed è possibile ipotizzare che volesse raggiungere la famiglia a Pavia, come affermato dalla figlia Nicoletta, oppure Milano, secondo l’opinione di Cesare Pozzi “Fusco”, per consegnarsi agli americani. A tradirlo fu un sergente tedesco che raggiunse a Broni il comando della 15° Brigata “Piumati” della Divisione “Masia” di G.L. e lo denunciò. Alla notizia della sua cattura la popolazione dell’Oltrepò cercò di linciarlo e fu “Fusco”, il comandante della “Matteotti” in Oltrepò, che lo portò, livido e sanguinante per le botte ricevute, nella caserma dei carabinieri di Broni. “Fusco” ricorda che Fiorentini lo ringraziò per averlo salvato dal linciaggio: “Comandante, grazie. E pensare che solo quindici giorni fa, ad un mio cenno correvano tutti in piazza!”. La mattina del 29 aprile, dopo averlo trasferito nella caserma di Montù Beccaria, gli abitanti del paese si riversarono in piazza per poterlo vedere e chiedere giustizia. Pietro Fiocchi “Pedar”, un partigiano di Stradella, ebbe quindi l’idea di costruire una gabbia in legno da porre sopra un camioncino per poterlo trasportare per i paesi dell’Oltrepò e mostrarlo alla popolazione, ma così facendo proteggendolo dalla rabbia popolare.
“Fusco” lasciò libero il colonnello di entrarvi o starne fuori e Fiorentini acconsentì dichiarandosi, ormai, un uomo finito. L’uomo che aveva di fronte “Fusco”, infatti, non appariva la “belva Fiorentini”, come il cartello apposto sulla gabbia recitava, ma un uomo stanco, depresso e conscio del suo destino. Il tour fra i paesi dell’Oltrepò dura circa tre ore e Cesare Pozzi, riportando le testimonianze di chi lo trasportò, racconta che il colonnello non rispose mai agli insulti e agli sputi della popolazione.
Dopo averlo portato a Milano da Italo Pietra “Edoardo”, per sapere cosa fare di un prigioniero così importante, il 2 maggio il colonnello fu, infine, trasferito a Voghera, all’ex casa del fascio, per un processo sommario. Lì don Rino Cristiani dovette calmare la folla che ne reclamava la morte immediata e si trovò di fronte un Fiorentini visibilmente stanco e abbattuto, legato alla sedia, consapevole della condanna. Ad accompagnare il colonnello nelle ultime ore di vita ci fu proprio il parroco che lo confessò e ascoltò le sue ultime parole, con le quali sembrò manifestare, con sincerità, la presa di coscienza dei suoi crimini. “Bill”, ufficiale di collegamento inglese, presente alla fucilazione del comandante della Sicherheits alle Piane di Pietragavina, racconta che Fiorentini si confessò con don Rino e rivolgendosi ai partigiani gridò: “Ho sbagliato e sono pronto a ricevere quello che ho meritato”. Fiorentini fu condotto alle Piane di Varzi, dove un anno prima morì Alfieri e il comandante, per rappresaglia, fece fucilare tre antifascisti. Gli fu concessa un’ultima sigaretta e “Fusco”, mantenendo la sua promessa, lasciò al colonnello la possibilità di comandare il plotone d’esecuzione e di poter essere fucilato al petto. Al grido di “Viva l’Italia” morì così, il 3 maggio 1945 alle 13.30, il comandante della Sicherheits Abteilung, il maggior criminale di guerra pavese.

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