Criminali di guerra pavesi. Il sangue e i processi dei vinti

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4. “La resa dei conti”: militi, ausiliarie e gerarchi della Sicherheits alle sbarre o al muro

di Marco Bonacossa

La “resa dei conti” non riguardò soltanto Fiorentini, ma anche chi obbedì ai suoi ordini spargendo il terrore tra i monti e le colline dell’Oltrepò. Il 26 aprile Enrico Bertolino, sergente della San Marco passato con la Sicherheits, venne fucilato dalle formazioni partigiane a Campospinoso Albaredo. A Montù Beccaria, all’alba dello stesso giorno, caddero in combattimento i militi della Sicherheits Giuseppe Armenio e Salvatore Catania, e nella tarda mattinata, nel tentativo di fuga, persero la vita Giovanni Carenzio e Sandro Mangiarotti. Sempre a Montù, in piazza, alla sera del 26 aprile, i militi Mario Angelo Bertinelli e Giampaolo Canevari furono passati per le armi. Il 27 aprile, a Broni, fu giustiziato Sergio Marchini e il 2 maggio fu il turno di Aldo Dolcini e Bruno Merlini. Un epilogo altrettanto tragico toccò anche ad altri quindici militi della polizia speciale che, giudicati da un Tribunale del popolo il 30 aprile a Voghera, furono fucilati all’alba del giorno dopo contro le mura del cimitero cittadino. L’ultimo esponente della Sicherheits a pagare con la propria vita e senza ricevere un processo regolare, come ci furono, invece, nei mesi successivi, fu Pietro Botti detto “Bellezza”. Dopo la Liberazione fu arrestato, tradotto in carcere a Voghera e prelevato nella notte tra il 14 e il 15 maggio da un gruppo di partigiani che lo fucilò all’altezza di cascina Altomasso, tra Rivanazzano e Voghera.
Dopo la Liberazione si pose il problema di catturare, processare e punire i responsabili, più o meno importanti, dei vent’anni di dittatura fascista e dei crimini commessi in suo nome. Applicando il codice militare in vigore, i fascisti erano passibili di condanne per la violazione dell’art. 51 del codice penale militare di guerra, che puniva l’aiuto militare dato al nemico, e dell’art. 58 che puniva l’aiuto politico dato al nemico. Essi erano definiti “collaborazionisti”.
Le giornate così convulse e confuse dopo il venticinque aprile non portarono però i responsabili della giustizia ciellenista a trasformare in pratica ciò che era stato teorizzato. Molti processi, infatti, si svolsero al di fuori delle regole previste. Gli unici organismi a entrare in funzione e ad emettere condanne furono i cosiddetti “tribunali del popolo” «i cui limiti di ordine giuridico e di struttura sono più che evidenti», come ha affermato lo storico Pierangelo Lombardi. Mimmo Franzinelli definisce frutto di “passioni popolari” tutti quegli episodi di vendetta, di giustizia sommaria, di “caccia al fascista” che caratterizzarono i giorni e i mesi successivi alla Liberazione. La pressione popolare era talmente forte che nel suo rapporto mensile il Commissario provinciale alleato di stanza a Pavia denunciò l’azione di «piccole “gangs” in grado di minacciare e spaventare tutti gli avvocati di difesa, al punto da indurre costoro a non presentare le prove». In questo modo, secondo Phillips, i processi non sarebbero stati regolari e numerose sentenze di morte sarebbero state imposte. In un suo successivo appunto l’ufficiale americano evidenziò come vi sia stato da parte di molti membri della magistratura, sottoposti ad una forte pressione popolare, l’intenzione di emettere forti condanne, talvolta spropositate rispetto ai delitti commessi, per attirarsi così le simpatie della “nuova udienza”. Fu soltanto nel giugno ’45 che entrarono in funzione le Corti straordinarie d’assise. La Corte d’assise in provincia di Pavia fu divisa nelle tre sezioni di Pavia, Vigevano e Voghera e sin da subito si pose il problema dell’alto numero di prigionieri fascisti da giudicare. A fine maggio furono molti i fascisti rilasciati dalle carceri pavesi e sui quali non erano pervenute prove o indizi di colpevolezza entro i cinque giorni successivi al loro arresto.
A fine giugno i detenuti per motivi politici in tutta la provincia erano circa millecinquecento e per venire incontro alla sovrappopolazione delle carceri si improvvisarono campi di concentramento provvisori come quello nel Castello Visconteo di Pavia, nel Castello di Vigevano, nel Consorzio Agrario di Casteggio e nella Caserma di cavalleria di Voghera.
Pur con tutte le difficoltà contingenti al periodo storico i processi contro i membri della Sicherheits si dimostrarono procedimenti atti a giudicare i responsabili di azioni criminali e non suggerirono mai il sospetto che potessero trattarsi di processi politici contro gli sconfitti, mantenendo fede fino in fondo alla correttezza dei loro presupposti. Come potrebbero essere giudicati, se non criminali, i responsabili delle torture al Savoia di Broni e al Castello di Cigognola?
Il primo processo fu quello contro Armando Marchese, una spia della polizia speciale, che fu condannato a morte e giustiziato. Oltre a tante altre spie prezzolate delle quali nulla si seppe e che non furono mai processate, un capitolo interessante è costituito dalle delatrici, quasi sempre giovanissime, che non esitavano a legarsi sentimentalmente ai militi della Sicherheits. Una di queste fu Antonietta Bertoletti, fidanzata del milite della Sicherheits Alvante Scardigli, accusata di essere una spia e che durante le udienze si raccomandava col fotografo giunto per immortalarla di fare un buon lavoro. Il PM chiese per lei vent’anni di reclusione, fu condannata a dieci e uscì di prigione dopo un anno per effetto dell’amnistia del 22 giugno 1946.
Di tutt’altro tenore fu il processo a Luciana Gandini. Il dibattimento si svolse a porte chiuse per non urtare la sensibilità del pubblico in occasione del racconto di uno stupro che ella asseriva di aver subito. Definito come “il processo forse più caratteristico e certo più drammatico di questa tornata giudiziaria”, la diciassettenne Luciana Gandini fu accusata di aver provocato la fucilazione di quattro partigiani, reclusi al Savoia, per vendetta. Ella, infatti, fu arrestata dai partigiani di “Fusco” a Monte Veneroso, perché in possesso di una “tessera della repubblica”, e portata al comando di Mongasacco dove, dopo due giorni di detenzione, secondo il suo racconto, fu prelevata da un partigiano per essere interrogata. Durante il trasferimento ebbe con lui un rapporto sessuale consenziente, ma le sue urla di dolore per una caduta su un cespuglio di rovi furono scambiate per quelle di una violenza. Il partigiano “Alpino” fu processato dalla sua stessa formazione partigiana e assolto proprio per le parole della Gandini. Una volta liberata e tornata dal suo fidanzato, il milite della Sicherheits Pietro Botti, detto “Bellezza”, raccontò, invece, di essere stata violentata e fu invitata dal colonnello Fiorentini a bere alcool per trovare il coraggio di raccontare l’episodio.
Il colonnello, infuriato e visibilmente ubriaco, dapprima ordinò la violenza carnale di tutte le donne detenute al Savoia, poi, probabilmente su suggerimento di qualcuno optò per la fucilazione di quattro prigionieri. Il colonnello selezionò personalmente le quattro vittime: la pavese Celestina Busoni e i tre partigiani stradellini, Carlo Achilli, Giovanni Bellinzona e Piero Capitelli.
La Gandini, che dopo il conflitto dichiarò, falsamente, di essere incinta, sottraendosi così ad una condanna a morte, fu condannata a dieci anni di carcere, in virtù della sua minore età. Dopo poco più di dodici mesi la sua pena fu amnistiata. Le altre “ausiliarie” della Sicherheits processate furono Piera Covini, accusata di essere la spia delatrice che portò all’eccidio di Pozzol Groppo del 31 gennaio 1945, Delmina Boldratti e Liliana Marigioli. Le loro condanne, tutte a dieci anni di reclusione, furono amnistiate nell’estate del ’46.
I gerarchi più importanti della Sicherheits, riuniti nel cosiddetto “processo allo stato maggiore della Sicherheits”, furono Pier Alberto Pastorelli, il vice di Fiorentini, Lino Michelini, Arturo Baccanini e Benito Bertoluzzi. Condannati a morte furono giustiziati all’alba del 28 marzo 1946 contro il muro cimiteriale di Voghera. Vanno infine ricordati i militi della “banda di Cigognola”, Luciano Serra, il comandante del presidio, Alessandrini, Mori e Dell’Acqua. Il primo riuscì a scampare alla condanna a morte e la sua pena fu amnistiata nel luglio ’46, così come quella degli altri tre, “i ragazzini terribili della Sicherheits”, che grazie alla loro minore età furono condannati all’ergastolo e non alla fucilazione e amnistiati l’anno successivo. Il capo della famigerata squadra mobile della polizia speciale, Giuseppe Setti, responsabile, tra gli altri crimini, di violenza carnale ai danni di Giovanna Maggi in Riccardi, moglie di un partigiano. Setti in quell’occasione non fu soltanto un protagonista ma l’iniziatore e fece opera di convincimento presso i militi più giovani a partecipare allo stupro.
Analizzando i processi ai membri della Sicherheits Abteilung è possibile osservare, infine, per quanto riguarda l’Oltrepò Pavese, come venga messa in discussione quella vulgata storica che racconta di eccidi indiscriminati, in ogni luogo del Paese, da parte delle formazioni partigiane nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione. In Oltrepò, infatti, se si esclude il processo sommario a Fiorentini conclusosi con la sua fucilazione, non vi furono atti di giustizia sommaria, di violenza privata e vendette personali e tutti i dibattimenti si svolsero seguendo, per quanto fosse difficile e possibile dato il complesso momento storico, una certa ritualità e regolarità.
Agli imputati fu concessa in Corte d’Assise la possibilità di presentare testimoni, memorie a loro difesa e fu assegnato un avvocato difensore e talvolta le condanne inflitte furono ritenute troppo miti dal pubblico presente alle udienze processuali, come nel caso di Cigognola. I risultati finali che emergono confutano, per lo meno per quanto riguarda l’Oltrepò Pavese, che fu uno dei teatri principali della guerra civile, di quella pubblicistica revisionista degli ultimi anni che tende ad accomunare gli eccidi compiuti dai nazifascisti agli atti di giustizia sommaria delle forze partigiane. Se nel caso del cosiddetto “triangolo rosso” e in altre zone d’Italia ciò accadde, talvolta gonfiandone ampiamente le cifre nella errata illusione che numeri più grandi possano essere forieri di una maggiore validità storica, l’Oltrepò, nonostante l’ingente carico di lutti e violenze imputabile proprio alla Sicherheits (più di cento i morti imputabili ad essa), fu pressoché immune da questa tentazione giustizialista e riuscì ad incanalare il proprio sentimento di giustizia nei binari delle leggi e delle regole, elementi fondamentali della democrazia ottenuta con la lotta partigiana.

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