Dark Italy

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Chi davvero favorì il ricovero di mafiosi alla Maugeri?

È in libreria Dark Italy, il lato oscuro del belpaese raccontato da Francesco d’Ayala, Santo Della Volpe, Giovanni Giovannetti, Mariangela Gritta Granier, Luciano Mirone, Aldo Musci, Fabrizio Peronaci, Ettore Picardi, Giovanni Pipitone, Vincenzo Vasile, Roberto Scardova. Di seguito, un ampio estratto dal testo di Giovannetti su affarismo e colonizzazione mafiosa in Lombardia.

Maggio 2009. L’inconsapevole futuro sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo è più volte gradito ospite alle cene del capo reggente della ’Ndrangheta lombarda Pino Neri (un sospettabile avvocato tributarista, reduce da 9 anni di reclusione per narcotraffico) e a più d’un ricevimento accompagnati dal tradizionale nonché benaugurante “taglio della caciotta”.
Cinque mesi dopo aver brindato all’elezione di Cattaneo – vittorioso “a sua insaputa” con i voti della mafia – il 31 ottobre 2009 Pino Neri innalzerà di nuovo il suo calice al Circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano per festeggiare la ritrovata concordia tra le Locali padane e la terra madre dopo che, il 14 luglio 2007, al bar “Reduci e combattenti” di San Vittore Olona, profondo nord, il futuro pentito di ‘Ndrangheta Antonino Belnome e Michel Panajia avevano ammazzato Carmelo Novella da Gurdavalle (Catanzaro), che mirava a una maggiore autonomia dalla terra madre: «fare da soli»? Nemmeno a parlarne, e lo sparano, su mandato del compaesano Vincenzo Gallace, un tempo alleato del Novella poi sodale di altre storiche famiglie guardavallesi “di rispetto”, come gli Andreacchio, migrati ad Anzio e Nettuno, arrestati nel luglio 2010 per associazione mafiosa.
13 luglio 2010, San Enrico. A seguito dell’indagine Infinito/Crimine trovano la via del carcere 174 tra affiliati e fiancheggiatori al ramo lombardo della ’Ndrangheta calabrese. Fra gli altri, ai ferri per concorso esterno in associazione mafiosa il direttore sanitario dell’Asl pavese Carlo Chiriaco, colui che l’anno prima stava tra i curatori della campagna elettorale dell’imberbe Cattaneo. E con Chiriaco torna agli arresti lo stesso Pino Neri, quale figura apicale della “Lombardia” – la “cupola” regionale della ‘Ndrangheta – gestita insieme ai fratelli Mandalari di Bollate e con Cosimo Barranca di Segrate.
Per taluni è un fulmine a ciel sereno, a partire da Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano: nel gennaio 2010 – solo pochi mesi prima – assai temerariamente si era spinto ad affermare che in Lombardia «la mafia non esiste».
Dall’indagine Infinito emerge invece che la ’Ndrangheta in Lombardia eccome se esiste, e sta prendendo piede nelle istituzioni, diffondendosi «non attraverso un modello di imitazione, nel quale gruppi delinquenziali autoctoni riproducono modelli di azione dei gruppi mafiosi, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia». […] Nelle sole regioni del nord, oltre 8.000 negozi sono gestiti direttamente dalle mafie inabissate dei colletti bianchi. In Italia, 180.000 esercizi commerciali sono sottoposti all’usura, con tassi d’interesse in media del 270 per cento: un movimento in denaro di 12,6 miliardi che va a sommarsi al ricavato delle estorsioni (circa 250 milioni di euro), della droga (59 miliardi di euro), delle armi (5,8), della contraffazione (6,3), dei rifiuti (16), dell’edilizia pubblica e privata (6,5), delle sale gioco e scommesse (2,4), della compravendita di immobili, della ristorazione, dei locali notturni, ecc. Uomini cerniera mantengono i collegamenti con il mondo dell’economia, della politica e della finanza. Le mafie condizionano l’intera filiera agroalimentare (7,5 miliardi di euro) interagendo con segmenti della grande distribuzione.
[…]
Sempre a Pavia, al civico 19 di piazza Vittoria aveva sede l’immobiliare di compare Neri detto Pino. Sul lato opposto di quella piazza dimora Ettore Filippi, l’ex vicesindaco e pensionato di Polizia che, dal mafioso dirimpettaio, aveva ottenuto voti e candidati per Rinnovare Pavia, la lista fiancheggiatrice di Alessandro Cattaneo nelle vittoriose Amministrative 2009. All’alba di giovedì 13 marzo 2014 l’ex assessore al proprio Bilancio si è ritrovato agli arresti, quale prezzolato pontiere tra la pubblica amministrazione e taluni imprenditori senza scrupoli.
Ettore Filippi (per molti anni capo della Squadra mobile di Pavia) lo ricordiamo già incarcerato a Peschiera nel febbraio 1983, per via – sostiene lui – di vendicative “toghe rosse” dopo che, il 4 aprile 1981 a Milano, proprio lui aveva catturato Enrico Fenzi e Mario Moretti, capi delle Brigate Rosse. E ritroverà la via del carcere di lì a poco, per certi piccanti favorini confessati ai giudici dal pentito di mafia Angelo Epaminonda detto il Tebano, boss della mala milanese e referente lombardo di Cosa nostra catanese (all’epoca – siamo nel 1983 – Epaminonda gestiva spaccio di coca, night, bordelli e bische anche in provincia di Pavia). Insomma, corruzione. Sarà infine assolto per insufficienza di prove. Così che nel 1992 Giulio Catelani, allora procuratore capo di Milano, potrà affermare che «Milano non è Palermo».
Ricordiamo Filippi nel 2005 membro “a sua insaputa” del Cda della fondazione di diritto sammarinese Ester Barbaglia – la maga di Craxi e Berlusconi – che fra l’altro possedeva il 21 per cento di una banca, il Credito Sammarinese, incline al riciclaggio per conto di narcotrafficanti apicali. Ad esempio: 1.300.000 in euro in contanti ricevuti nel dicembre 2010 in due tranches, dal broker della droga Vincenzo Barbieri, affiliato al clan ’ndranghetista dei Mancuso, ucciso il 21 marzo 2011 in Calabria.
Per oltre un ventennio il Filippi si è mantenuto in precario equilibrio lungo lo scivoloso crinale della cosiddetta “zona grigia”. Tra i suoi più stretti amici e collaboratori c’è Pietro Pilello da Palmi (Reggio Calabria), revisore dei conti di Asm Pavia e di molte altre società; legato – secondo l’antimafia – da un «patto occulto» con Pino Neri, suo collega di Massoneria. Negli anni in cui “compare Pino” sconta la sua condanna a nove anni per narcotraffico, tra i due resiste una «compartecipazione» alle cause civili di cui si dividevano i guadagni in nero (secondo il capo della ’Ndrangheta: «8.500 euro se li è fottuti lui. Fatturavo io e dividevamo in due, fatturavo come studio, ed a lui glieli davo in nero»).
In Asm Pavia il dottor Pilello viene chiamato il 29 giugno 2007 da Filippi (allora vicesindaco del centrosinistra) di cui il calabrese è anche il commercialista. Sembra sia stato proprio lui a introdurre Filippi dal capo della ’Ndrangheta lombarda, al quale l’ex vicesindaco (passato armi bagagli e figli al centrodestra: con la Francia o con la Spagna…) si era rivolto per mendicare voti e candidati per la sua lista Rinnovare Pavia.
Oltre che in Asm Pavia, Pilello sedeva quale revisore dei conti in altre 27 società. Nel 2007 il potente commercialista massone e Agostino Saccà (ex direttore di Raifiction) vengono indicati tra i più risoluti nel reclutare parlamentari in svendita, per far cadere il governo Prodi, su mandato di Berlusconi (Saccà a Berlusconi: «Sto lavorando per far cadere il Governo e conto di riuscirci». Più recentemente, ritroviamo il Pilello quanto mai attivo nell’organizzare «cene elettorali con i boss». Ad esempio, nelle carte dell’inchiesta Infinito si narra quella in favore di Guido Podestà, il candidato di centrodestra alla presidenza della Provincia di Milano: il 29 maggio 2009 «tale Pilello Pina» sorella di Pietro, a nome del fratello «chiama Cosimo Barranca, capo della locale di Milano, per invitarlo ad una cena organizzata presso il ristorante il Cascinale». E l’invito fu accolto.
Scrive Francesco Forgione in Porto Franco (2012): «Pietro Pilello è un uomo chiave del sistema di potere berlusconiano e di quello di Comunione e Liberazione a Milano. Di tanto in tanto, tra cose “inspiegabili” e fatti “penalmente irrilevanti” il suo nome spunta all’improvviso da intercettazioni e inchieste giudiziarie». Forgione accenna anche gli anni calabresi di Pilello: fuori dalla Piana, «il commercialista non lo conosceva nessuno, almeno fino ai primi mesi del 1992. In quel periodo, proprio da un’indagine sui traffici della cosca Pesce di Rosarno, i magistrati di Palmi arrivano alla massoneria e al capo della P2 Licio Gelli e cominciano a occuparsi pure di Pietro, il Venerabile della Piana. Nello stesso periodo, il 12 settembre, nel corso di un’indagine partita da Roma, si scopre che due autentici sconosciuti, Cecilia Morena e Giuseppe Cutrupi, avevano depositato 45 certificati di deposito del valore di 95 milioni l’uno, pari a 4 miliardi 275 milioni di lire, nella Banca Cooperativa di Palmi. Provengono tutti dal bottino di una rapina fatta due anni prima a Roma ai danni di un portavalori del Banco di Santo Spirito della Capitale. Chissà come avevano fatto ad arrivare a Palmi». Fatto sta che «a far piazzare i titoli nella piccola banca della Piana era stato Pietro Pilello». E come va a finire? Va a finire che «i magistrati sequestrano il conto corrente, ma dopo quindici giorni trovano e sequestrano altri 31 miliardi degli stessi certificati nella Cassa di Risparmio di Firenze. Secondo i magistrati di Roma che indagano sul furto dei certificati, e secondo quelli di Palmi che indagano sulla Massoneria, dietro l’operazione c’è sempre Pilello, questa volta in compagnia di un imprenditore marchigiano, Arturo Maresca, e di un ex direttore generale del ministero delle Finanze, Angelo Iaselli, iscritto alla P2 di Gelli».
Pilello fra l’altro è stato revisore dei conti alla Finlombarda Spa (la finanziaria della Regione Lombardia ai cui vertici siede il presidente dell’Asm pavese, il leghista Giampaolo Chirichelli) e presso Amicogas – compartecipata della stessa Asm – nonché all’Ente autonomo Fiera internazionale di Milano, alla Metropolitana milanese e all’Agenzia sviluppo Milano metropoli.
Agli inquirenti non resta che domandarsi come possa un tale «soggetto pienamente inserito in strutture societarie di alto livello […] essere in una condizione di sudditanza nei confronti di Barranca».
Su ordine della Direzione distrettuale antimafia campana, venerdì 21 dicembre 2012 i Carabinieri di Caserta e Pavia arrestano cinque persone. Tra loro Aldo Fronterrè, ex primario di oculistica presso la pavese clinica Maugeri. Il medico è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver fornito un «falso certificato» in cui attestava la sostanziale cecità dell’ergastolano camorrista Giuseppe Setola, capo dell’ala stragista dei casalesi. La certificazione – a partire dal 19 gennaio 2008, su disposizione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – è valsa al sanguinario casalese l’uscita dal carcere di Cuneo e gli arresti domiciliari a Pavia, per frequentare il Centro di riabilitazione visiva della clinica pavese.
Il killer era sottoposto al 41bis, la legge che impone il carcere duro e il sequestro dei beni ai condannati per attività mafiose, ma non viene trasferito nel carcere di Opera né in quello pavese di Torre del Gallo. A Pavia Setola trova alloggio con la moglie in un appartamento al civico 2 di vicolo San Marcello, a due passi dalla chiesa romanica di San Michele, a cento passi dalla Maugeri. Nella nuova dimora Setola rimarrà solo quattro mesi, poiché il 23 aprile 2008 si renderà irreperibile.
18 settembre 2008, ancora alla clinica Maugeri: viene arrestato il boss della ’Ndrangheta Ciccio Pelle “Pakistan”, ricoverato sotto falso nome e con false cartelle cliniche. Nelle stesse ore a Castel Volturno un commando guidato da Setola, in soli trenta secondi uccide sei inermi immigrati ghanesi. In cinque mesi la sua banda ammazza sedici persone.
A Pavia il camorrista era tenuto solamente al quotidiano obbligo di firma alla caserma dei Carabinieri in via Defendente Sacchi: una passeggiata per le vie cittadine poco prima di recarsi dalla dottoressa Monica Schmid, che lo aveva in cura alla Maugeri; o ad una delle periodiche visite dall’oculista Fronterrè, presso il suo studio al numero 4 di viale Libertà.
Per gli inquirenti, Aldo Fronterrè «ha agito violando i più elementari princìpi di lealtà connessi alla sua funzione sociale e dimostrato un inserimento stabile e continuo in ambienti criminali di elevata professionalità».
Setola era un cieco dalla mira infallibile. Secondo il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – all’epoca coordinatore della Dda di Napoli – «Setola ci vedeva benissimo». Rifugiato in Campania, l’ipovedente guida l’auto di notte a folle velocità sotto la pioggia battente, come rendiconta una registrazione ottenuta grazie a una microspia piazzata in una delle tre macchine del commando. Si sentono distintamente le voci dei sicari, le battute che si scambiano, le canzoni che cantano. E il rumore di 107 colpi esplosi nella notte.
Se sappiamo chi ha favorito il “ricovero” e dunque la fuga da Pavia del casalese, è invece buio fitto sui “basisti” pavesi dell’ospedalizzazione alla Maugeri del killer ’ndranghetista e boss del narcotraffico Ciccio Pelle “Pakistan”, lui sì invalido, ridotto paraplegico da una scarica di pallettoni e ricoverato nella clinica pavese sotto il falso nome di Oppedisano.
Ad Africo in Calabria, il 30 giugno 2006 un colpo di fucile a pallettoni gli ha leso la spina dorsale: è la sanguinaria “faida di San Luca”, da anni in corso tra i Pelle-Vottari e i Nirta-Strangio, culminata con la tristemente nota strage di Duisburg del 15 agosto 2007.
Pasqualino Oppedisano (ovvero Pelle) era in riabilitazione a Pavia e in attesa di essere operato. Lo arrestano alcuni militi dell’anticrimine travestiti da medici. Lì per lì Pelle ha un soprassalto, e si capisce: per un momento ha temuto di avere davanti a sé quelli della cosca rivale venuti a farlo fuori.
Fra i «precedenti ricoveri» di Pelle viene annotata una degenza a Sesto San Giovanni circa un anno dopo la fucilata che lo ha reso paraplegico. All’epoca Sesto dipendeva ancora dalla Asl monzese Milano3, di cui era direttore generale PietroGino Pezzano, indagato negli anni Ottanta per narcotraffico, più volte citato nelle carte dell’indagine Infinito. Sia chiaro, pura coincidenza, poiché niente induce a ritenere che Pezzano abbia in qualche modo favorito il primo ricovero lombardo di Francesco Pelle.
Niente induce, anche se tra Pezzano e i soliti noti sembrano abbondare le sintonie: ad esempio con il boss Pino Neri, che lo chiamava confidenzialmente Gino o «il pezzo grosso della Brianza», uno che «fa favori a tutti». Ma anche con l’onorevole Gian Carlo Abelli (sempre Neri in una intercettazione: «Sono grandi amici con Abelli, glielo presentai io a Gino»).
Sintonie con gli amici d’infanzia nonché affiliati Giuseppe Sgrò e il vice capo della ’Ndrangheta di Desio Pio Candeloro.
Sintonie con Candeloro Polimeni, componente della Locale desiana, nipote e portavoce di Saverio Moscato, figura di primo piano della ’Ndrangheta lombarda (Pezzano a Polimeni: «Hai bisogno di me?»; Polimeni: «Si, quando vuole»; Pezzano «Dove vengo?»).
Sintonie con Eduardo Sgrò, altro affiliato della Locale di Desio dedito all’estorsione (dal 13 luglio 2010 sono tutti in carcere), al quale Pezzano affida l’installazione di alcuni condizionatori nelle Asl di Cesano Maderno, Desio e Carate Brianza (Sgrò: «Dobbiamo chiamare il direttore generale, che è amico mio, così lo chiamiamo e fissiamo un appuntamento»).
Nel dicembre 2010 Pezzano viene promosso a direttore generale dell’Asl Milano1: sintonie con il governatore lombardo Roberto Formigoni, soddisfatto per aver potuto nominare «uomini in sintonia con la Regione».
La degenza al nord del latitante Pelle vede tuttavia coinvolto l’inconsapevole ex assessore provinciale milanese al Turismo Antonio Oliverio, al quale fu chiesto di spendersi per il ricovero di un «autotrasportatore» della Perego Strade (Ivano Perego, l’imprenditore lecchese socio di Salvatore Strangio, entrambi in manette il 13 luglio 2010). L’«autotrasportatore» era in realtà Francesco Pelle.
Quanto alla sua degenza pavese, il 24 settembre 2008 i pm antimafia Alessandra Dolci e Mario Venditti inaugurano le indagini sul direttore sanitario dell’Asl Carlo Chiriaco per favoreggiamento personale, con l’aggravante dell’associazione mafiosa (come già sappiamo, è tra gli arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa di quel 13 luglio 2010; poi condannato in primo grado a 13 anni il 6 dicembre 2012). Ma nonostante le approfondite indagini, non sono emerse sue responsabilità. Se Chiriaco non ebbe parte nella degenza del Pelle alla Maugeri, chi ne ha davvero favorito il ricovero?

(fine prima parte)

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