Dark Italy, parte seconda

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Bonifiche pattume bonifici. Pavia è crocevia

La seconda parte dell’ampia sintesi di Politici tutti d’un prezzo. La mafia al Nord, indagine di Giovanni Giovannetti ora in libreria tra i testi nel volume Dark Italy. Cronache dal lato oscuro del Belpaese (edizioni sette città).

Il 30 dicembre 2009 Chiriaco indica nel deputato Gian Carlo Abelli, già vice coordinatore di Forza Italia, il politico “amico” su cui fare convergere i voti delle ’ndrine: «Lui deve fare l’assessore alle infrastrutture… lui ha testa… ma nei prossimi cinque anni c’è l’Expo 2015… ma sai cosa c’è da fare nei prossimi cinque anni… proprio a livello di infrastrutture in Lombardia?… ma hai voglia… è l’assessorato più importante…». E aggiunge: «Giuro che farei la campagna elettorale per lui come fosse la prima volta… con la pistola in bocca… perché chi non lo vota gli sparo».
Alle elezioni regionali del marzo 2010, Abelli e Angelo Gianmario (l’altro presunto beneficiario) ottengono un risultato inferiore alle attese. Tuttavia, secondo gli investigatori «a fronte dell’impegno elettorale profuso dalle famiglie Neri e Barranca a favore dei candidati indicati da Chiriaco, gli esponenti della ’Ndrangheta si aspettavano dei precisi ritorni di carattere economico».
Nelle inchieste della Dda figurano coinvolti vari politici. Massimo Ponzoni: ex assessore regionale all’ambiente, arrestato il 16 gennaio 2012 per bancarotta e corruzione – già socio in affari con Rosanna Gariboldi coniugata Abelli – viene definito dal Gip Giuseppe Gennari «parte del capitale sociale della ’Ndrangheta». Antonio Oliverio: dal 2005 al 2009 assessore provinciale milanese al turismo e alla moda nella Giunta Penati (centrosinistra), allora in quota Udeur, in seguito fiero sostenitore di Guido Podestà (centrodestra). Oliverio è accusato di corruzione e bancarotta (in rapporti con Salvatore Strangio, avrebbe fatto da tramite tra la politica e la ’Ndrangheta). E ancora: Giovanni Valdes, ex sindaco ciellino di Borgarello (Comune alle porte di Pavia), incarcerato il 21 ottobre 2010 per aver favorito la società Pfp di Carlo Chiriaco in una gara d’appalto.
Coinvolti anche funzionari di banca come Bruno Bricolo, in rapporti con il clan dei Valle o come Alfredo Introini, in affari con Chiriaco; imprenditori come Andrea Madaffari da Buccinasco, una sorta di terminal finanziario della cosca Barbaro-Papalia. Condannato nel giugno 2010 a 3 anni e 4 mesi con rito abbreviato per aver corrotto l’ex sindaco del Pd di Trezzano sul Naviglio Tiziano Butturini e l’ex consigliere comunale del Pdl di Trezzano Michele Iannuzzi, Madaffari fu nuovamente condannato nell’ottobre 2010 a 6 anni di carcere nell’ambito dell’inchiesta “Parco sud” sulle infiltrazioni della ’Ndrangheta nel settore edile e del movimento terra.
Nell’inchiesta incontriamo anche imprenditori in rapporti con la pubblica amministrazione come Ivano Perego da Lecco, il socio di Strangio, incarcerato perché ritenuto «partecipe» del sodalizio criminale. Oppure come il milanese Giuseppe Grossi (amico del deputato Pdl Abelli) re delle bonifiche e dei bonifici, arrestato il 20 ottobre 2009 per i “fondi neri” ottenuti con la sovra-fatturazione dei lavori di bonifica di Montecity-Rogoredo.
Tecnici come Claudio Tedesi, direttore generale di Asm Pavia, in “quota Abelli”, uno degli uomini più ricchi d’Italia. Arrestato il 22 gennaio 2014 a seguito dell’indagine milanese Black Smoke (o, più eloquentemente, Nero Fumo) sulla bonifica dell’ex Società Italiana Serie Acetica Sintetica di Pioltello e Rodano (Sisas, settore chimico, fallita nel 2001) per un’area di 330.000 metri quadrati. Il nome di Tedesi ricorre anche nella bonifica di Santa Giulia (l’ex Montedison/Redaelli acquistata nel 1998 dal gruppo Risanamento di Luigi Zunino per edificarvi un progetto urbanistico da 1,6 miliardi di euro, a firma dell’architetto Norman Foster) là dove proprio lui aveva certificato l’avvenuta messa in sicurezza dell’area. Si saprà che due imprese subappaltatrici, Edil Bianchi e Lucchini Artoni, avevano sub-subappaltato il movimento terra a «padroncini calabresi» appartenenti alla ‘Ndrangheta così che, nottetempo, quelle “buche” erano derubricate a discariche abusive. Questi smaltimenti illeciti avrebbero poi provocato l’avvelenamento della falda acquifera sottostante.
L’indagine su Santa Giulia prende spunto da una segnalazione del tribunale tedesco di Kaiserslautern, che stava indagando su «sei cittadini tedeschi sospettati di infedeltà, evasione nonché corruzione in relazione alle operazioni di smaltimento dei rifiuti speciali» provenienti dall’ex area industriale Montecity-Rogoredo e smaltiti in Germania ad un prezzo apparso «esagerato». Emergeranno sovrafatturazioni: la società Meteco per smaltire una tonnellata di veleno riceveva 18 euro, ma ne fatturava 50. Ben 22 milioni di euro tornati al mittente come fondi neri, poi dilavati in esotici paradisi fiscali o presso la banca J. Safra di Montecarlo. Qui, sul conto cifrato 17964 A «Associati» appartenente ai coniugi Abelli (Gian Carlo Abelli, titolare di un mandato come procuratore; e Rosanna Gariboldi, assessore alla Provincia di Pavia). Dopo qualche mese di carcere, Rosanna patteggerà una condanna a 2 anni e la restituzione di 1.200.000 euro, saldo del conto “balneare” condiviso con il marito. Il conto negli ultimi otto anni aveva registrato movimenti per 3,5 milioni di euro: 12 in entrata per 2.350.000 euro e tre in uscita per 1.294.000. Secondo la magistratura milanese, è provato che «tutte le rimesse in entrata e in uscita» provenivano da «conti riferibili direttamente a Grossi o suoi sodali», come Fabrizio Pessina (incarcerato dal febbraio al luglio 2009), l’avvocato che ha disposto i versamenti estero su estero sul conto segreto della signora Abelli.
Ancora a Tedesi è consegnata la direzione dei lavori di bonifica della Fibronit di Broni. Ogni anno 40 morti, certificate per mesotelioma: morti silenziose, silenziose e inquietanti, e se ne contano numerose tuttora, venti o trent’anni dopo.
Una contaminazione «drammatica» (dal 2002 è tra le bonifiche di interesse nazionale), amministratori e dirigenti Fibronit rinviati a giudizio per disastro ambientale e omicidio colposo aggravato, centinaia di lutti provocati dall’amianto che è stato immesso nell’ambiente di lavoro e in ambienti di vita su vasta scala, causando mesoteliomi pleurici e peritoneali, tumori polmonari, asbestosi o patologie non di origine polmonare «in un elevato e indeterminato numero di lavoratori, di cittadini residenti nel comune di Broni, oltre che di persone che, comunque, prestavano la loro attività lavorativa nello stesso comune» (lo si legge nella Relazione della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, 12 dicembre 2012).
Per effettuarla si dovranno spendere 30 milioni di euro (10 solo per lo smaltimento). Un intervento che Daniele Belotti, assessore regionale lombardo all’Urbanistica e all’Ambiente, non a torto, denuncia a «rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata». E infatti…
Marzo 2011. Con un ribasso a 2.702.354 euro su un costo indicato in 3.805.300, la gara per la messa in sicurezza di Fibronit e della contigua Ecored (costituita nel 1994 per produrre tubi in fibro-cemento senza amianto, operava nei locali contaminati della stessa Fibronit) se l’aggiudica una “Associazione temporanea di imprese”. Ne fanno parte il Consorzio Stabile Cosint scrl (80 per cento) e la Sadi in quota a Giuseppe Grossi (ancora lui, 20 per cento) in sodale cordata con la Despe Spa del bergamasco Giuseppe Panseri (secondo una nota informativa della Direzione investigativa antimafia, Panseri avrebbe mantenuto rapporti con Antonino Marras e Giovanni Conte – due pregiudicati – e Gino Mamone, imprenditore genovese d’origine calabrese, vicino alla cosca Mammoliti di Oppido Mamertina e in particolare a «Vincenzo Stefanelli, detto Cecé, esponente della criminalità organizzata di stampo mafioso, titolare di un’impresa edile» (da una Informativa della Direzione investigativa antimafia – Centro operativo di Milano, 19 luglio 2011); e con la 1Emme Spa del calabrese Pasquale Gattuso (arrestato nell’agosto 1991 per «produzione e spaccio di sostanze stupefacenti e scarcerato il mese successivo». Informativa Dda, 7 maggio 2010).
Gino Mamone figura indagato nel 2005 dalla procura di Alessandria per la bonifica illegale delle aree Ip di La Spezia e dell’ex Shell di Fegino presso Genova, ad opera della Eco.Ge, di sua proprietà fino al 2009. Avvocato di Mamone è Massimo Casagrande (già consigliere comunale Ds a Genova) meglio noto come il “Compagno F”, arrestato nel maggio 2008 a conclusione dell’inchiesta su Mensopoli insieme a Stefano Francesca, l’ex consigliere provinciale genovese Ds, già portavoce del sindaco Marta Vincenzi (e del sindaco di Pavia Piera Capitelli tra il 2005 e il 2008). In alcune intercettazioni, Francesca e Casagrande parlano di fatture fittizie a Mamone da parte della Wam&co di Francesca, fatture necessarie a coprire tangenti (nell’aprile 2010 Stefano Francesca, accusato di corruzione, patteggia una condanna a un anno e quattro mesi).
Per favorire l’edificabilità e la conseguente buona vendita dell’area ex oleificio genovese Gaslini, tra il 2006 e il 2007 Casagrande chiede a Mamone «un milione»: troppi. Ne parla lui stesso al possibile acquirente, l’immobiliarista milanese Michelino Capparelli: «…e gli ho detto “se vuoi centomila euro te li regalo, perché siamo amici”». Ancora Mamone nella stessa intercettazione ambientale, al ristorante “Edilio”: «questo progetto non lo ferma nessuno, perché sono amico di Burlando [il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, Ds], sono amico di tutti, della Marta…» Casagrande infine patteggerà una condanna a un anno e cinque mesi.
Che dire poi di personaggi e trame dell’ecobusiness, non solo locale. A partire da Giorgio Comerio, che da Borgo San Siro presso Garlasco (Pavia), a quanto sembra trasformava in oro i rifiuti nocivi radioattivi sopra navi a perdere inabissate nel mediterraneo o chissà dove, quando non interrati in discariche abusive calabresi o africane, le stesse su cui stava indagando Ilaria Alpi, uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Per finire con il vigevanese Raoul Alessandro Queiroli, coinvolto nell’inchiesta veneta “Cagliostro” e in quella toscana denominata “Pesciolino d’oro”, infine incarcerato a conclusione dell’inchiesta piemontese “Pinocchio” sul lucroso smaltimento illegale di 350 tonnellate di rifiuti tossici: terre inquinate da idrocarburi, residui della triturazione delle componenti in plastica delle autovetture, materiali con lattice e ammoniaca, fanghi di perforazione, traversine ferroviarie che – da Genova, Savona, Pavia e Lecco – venivano smaltiti nell’alessandrino, nel novarese, nel pavese e nel milanese. L’inchiesta si conclude nel 2008, con 17 persone incarcerate. Una delle ditte coinvolte, la Dvm, avrebbe collocato sotto l’asfalto della tangenziale di Casorate Primo «un milione di chili di scarti di fonderia, eternit e terre contaminate da idrocarburi» che avrebbero fatturato guadagni vertiginosi ad alcune ditte fornitrici (lo smaltimento dei rifiuti speciali costa circa 6,6 euro al chilo: in questo modo la spesa può superare di poco i 50 centesimi).
Scrive Roberto Saviano in Gomorra: «Dalla fine degli anni Novanta diciottomila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta e un milione di tonnellate, in quattro anni, sono finite a Santa Maria Capua Vetere. Dal nord i rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa venivano spediti in Campania. Le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere hanno scoperto nel gennaio 2003 che in quaranta giorni oltre seimilacinquecento tonnellate di rifiuti dalla Lombardia sono giunte a Trentola Ducenta, vicino a Caserta».
Pavia? Sembra un riferimento all’inceneritore di Parona. Giulio Facchi, sub-commissario ai rifiuti in Campania, il business lo ha raccontato così: «In Campania arrivano rifiuti da altre regioni. Da Milano e ad esempio da Castelfranco in provincia di Pisa. Lo abbiamo accertato direttamente sul posto, a Trentola Ducenta, nell’azienda Rfg, ma abbiamo informazioni di analoghe situazioni anche in provincia di Napoli, a Giugliano e anche nell’Agro nocerino sarnese […]. Bisogna partire un po’ più da lontano […]. Parliamo innanzitutto del Fos, della Frazione organica stabilizzata dei rifiuti trattati dagli impianti. Dovrebbe essere utilizzato come combustibile dai termovalorizzatori, ma c’è un altro impiego al momento redditizio. Viene utilizzato ad esempio per la copertura delle discariche e per il ripristino dei terreni delle cave. Ebbene, ci sono molte aziende campane (106 quelle che hanno già avanzato istanza) che hanno immediatamente capito l’affare, e grazie all’assenza di controlli efficaci e alle maglie larghe delle norme che regolano le autorizzazioni, riescono a conquistare questo nuovo e redditizio mercato, nel quale si riesce anche a far passare rifiuti speciali e nocivi per terriccio inerme, e a far risparmiare ad esempio un bel po’ di denaro alle aziende del nord che mandano giù in Campania rifiuti sulla carta stabilizzati, ma di cui poi non vi è traccia, ad esempio, al capolinea di Trentola Ducenta».
A Trentola finivano circa 200 tonnellate di rifiuti al giorno provenienti dal Consorzio Milano Pulita (Amsa), dalla Lomellina Energia di Parona (Pavia) e dalla Waste Recycling di Castelfranco (Pisa). Da Parona partivano camion diretti in Campania.
Il termovalorizzatore di Parona è gestito da Lomellina Energia Srl, società in compartecipazione al 20 per cento con la municipalizzata Asm Isa di Vigevano e all’80 per cento con Mf Waste (in proprietà al 51 per cento della municipalizzata bresciana Cogeme e al 49 per cento della Foster Wheeler). La Foster Wheeler ha realizzato il progetto, previsto a suo tempo per Napoli. I gestori incassano ogni anno 36 milioni di euro. Cogeme ha conferito questo impianto a Linea Group Holding, il Gruppo di cui fa parte anche l’Asm di Pavia. Tra partecipazioni e incroci societari, l’Asm di Pavia detiene il controllo su circa il 34 per cento degli impianti di Parona. Nel centro lomellino il livello di diossina nell’aria è ormai al limite, se non oltre.
Secondo il pentito di Camorra Carmine Schiavone, contabile dell’omonimo clan, «a Milano e in Lombardia c’erano delle grosse società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al sud».

(2-continua. La prima parte qui)

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