La “Buona Scuola”… per ricchi

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L’attualità di Calamandrei per la scuola del domani
di Walter Veltri

È iniziata al Senato, dopo l’approvazione della Camera, la discussione sulla contestatissima riforma della scuola denominata la “Buona Scuola”. Contro questa proposta di legge da tempo si stanno battendo non solo i professori ma anche gli studenti e le famiglie e – cosa mai successa in passato – al recente sciopero generale, partecipatissimo, hanno aderito tutte le sigle sindacali. Nonostante questa massiccia opposizione Renzi, i replicanti renziani e la ministra Giannini continuano ad affermare di essere disponibili al dialogo e a tenere conto delle contro proposte, ma nei fatti stanno andando avanti imperterriti introducendo qualche modifica marginale. I punti più contestati della riforma sono: le assunzioni dei precari, i poteri dei presidi, i premi e gli scatti, il cinque per mille e gli sgravi alle scuole paritarie. Non entro nel merito dei primi tre punti perché sono stati oggetto di approfondite discussioni sia tra gli addetti ai lavori che sulla stampa. Non mi soffermo neanche sul punto riguardante la destinazione del cinque per mille perché è stato stralciato e verrà probabilmente riproposto nella prossima legge di stabilità. Invece tra i punti indicati quello che ritengo più pericoloso riguarda il finanziamento alle scuole paritarie. Se la riforma dovesse diventare legge, compreso il finanziamento alle scuole private, verrebbe seriamente compromessa la sopravvivenza della scuola pubblica. Infatti non è senza significato che in tutte le manifestazioni la parola d’ordine è stata la difesa della scuola pubblica.
In concreto il testo di legge dispone la detraibilità delle spese sostenute dalle famiglie i cui figli frequentano una scuola paritaria: fino a 400 euro l’anno per studente, dalla scuola d’infanzia alle superiori. Queste agevolazioni alle scuole paritarie previste dalla legge si aggiungono a quelle già operative in diverse regioni sia governate dal centro-destra che dal centro-sinistra compresa la Lombardia. Si destinano risorse alle scuole private invece di finanziare quelle pubbliche sia per acquistare tutti i beni necessari per il loro funzionamento (compresa la carta igienica) ma soprattutto per effettuare la manutenzione degli edifici fatiscenti. Inoltre la legge prevede che chi farà donazioni a favore delle scuole per la costruzione di nuovi edifici, per la manutenzione, per la promozione di progetti dedicati all’occupabilità degli studenti, avrà un beneficio fiscale in sede di dichiarazione dei redditi (un credito d’imposta del 65% della somma versata).
È evidente che i maggiori finanziamenti li riceveranno le scuole private e anche pubbliche frequentate dai figli di professionisti, imprenditori e dei ceti più abbienti mentre le scuole collocate in particolare nelle periferie e frequentate dai figli dei ceti meno abbienti continueranno ad avere scuole pericolanti e saranno prive delle necessarie attrezzature didattiche. Così si avranno scuole di serie A e di serie B. Infine nella riforma è previsto l’ingresso dei privati nella scuola con la conseguenza che le maggiori risorse saranno destinate agli Istituti e facoltà ad indirizzo scientifico le cui materie sono funzionali all’industria rispetto a quelle ad indirizzo umanistico.
Le risorse previste dal testo di legge sono aggiuntive rispetto a quelle che già oggi ricevono le scuole private dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, quantificate annualmente in 475 milioni di euro oltre al pagamento dello stipendio dei circa 20.000 insegnanti di religioni che sono gli unici ad aumentare di numero nonostante siano sempre più numerosi gli studenti che decidono di non frequentare l’ora di religione. Non solo vengono retribuiti dalla Stato ma alle assunzioni provvedono le Diocesi le quali decidono anche in base alle caratteristiche delle persone, nonostante l’art.3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
È dalla Costituente che viene periodicamente riproposto il finanziamento delle scuole private cosa mai avvenuta in passato per avere trovato un ostacolo insormontabile nell’art.33 della Costituzione nel quale è scritto che «Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo stato». Ostacolo rispettato persino dalla Democrazia Cristiana e che invece Renzi con la sua riforma vuole aggirare.
Questo pericolo era già stato avvertito negli anni Cinquanta da Piero Calamandrei, il quale aveva pronunciato un profetico intervento, di cui si riportano alcuni stralci, al III° Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. Molte delle affermazioni di Calamandrei sono ancora attuali anche se sono passati più di 60 anni.
«Rendiamoci ben conto – affermava Calamandrei – che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che vuol dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici».
Il punto centrale del suo intervento riguardava proprio il tema delle risorse a favore delle scuole private.
Diceva Calamandrei: «lo Stato comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Si consiglia persino ai ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di stato».
Per Calamandrei questa operazione si fa in tre modi: 1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza ed il controllo delle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private danaro pubblico. Come avviene il finanziamento, frodando la legge, attraverso l’idea dell’assegno familiare scolastico.
Continuava Calamandrei: «questo gioco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto a favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli nelle scuole private». Per rendere più incisiva quest’affermazione egli ricorreva ad un paragone relativamente alla giustizia: «voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche agli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri».
La privatizzazione della scuola è la vera essenza della riforma Renzi. Ma fortunatamente alla legge si oppone un ampio schieramento sia nelle piazze che in Parlamento. Opposizione che ha fatto sentire la propria voce anche alle recenti elezioni amministrative e che Renzi vuole piegare ricorrendo al ricatto minacciando, se non verrà approvata, di rinviare la riforma al 2016 compresa l’assunzione degli insegnanti precari.

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Una Risposta to “La “Buona Scuola”… per ricchi”

  1. francescofeola Says:

    Un ottimo spunto di riflessione sul punto della riforma della scuola che maggiormente mette in discussione la democraticità dell’insegnamento scolastico e universitario.

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