Ma che bella la città

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Il trenino dell’Expo2015 non passa per Pavia
di Giovanni Giovannetti

La bella mostra dell’arazzo sulla Battaglia di Pavia, esposto in Castello, si sta rivelando una iniziativa tanto benemerita quanto male “comunicata” fuori città. 
Manca tuttora una visione strategica d’insieme, capace di coniugare la futuribile città dei congressi con quella, egualmente a venire, dei saperi e sapori, poiché nel turismo attualmente Pavia è luogo di transito, prima o dopo la visita alla Certosa.

Expo 2015 vive di momenti collaterali, come il passeggio di Putin o di Michelle Obama e figlie. Per il resto è ghiaccio bollente, ma aspettiamo: la resa dei conti (conti veri) si farà alla fine.
Parliamo allora delle città metropolitane: Mi-To, la Mole si pappa la Madonnina e se Milano espone Leonardo, Torino ha esibito la Sindone e cede la piazza al testimonial più accreditato, Francesco, la rock star globale del momento, fresco autore di una enciclica, Laudato si’, a tratti rivoluzionaria.
Tutti a Torino allora. Del resto Rho è quasi equidistante, mezz’ora più, mezz’ora meno, e si può ben pernottare in Piemonte, là dove la città capoluogo ha imbastito intrattenimenti d’eccellenza: jazz, classica, leggera ogni sera in piazza, tutto gratis.
Quanto a Pavia, su come alimentare il turismo religioso, Massimo Depaoli può chiedere a Piero Fassino. Il collega torinese avrà anche il cencio bruciacchiato del presunto volto del Cristo (e cultura imprenditoriale) ma noi pavesi, pur latori di forse più credibili reliquie – le tre Sacre spine… le spoglie di Sant’Agostino… – possiamo gloriarci del nostro patrimonio in chiese romaniche (un unicum) e farcene vanto… in house.
Vanti domestici. L’altra mattina sono stato in visita all’arazzo sulla Battaglia di Pavia esposto in Castello, prestato dal museo napoletano di Capodimonte, opera incorniciata da un bell’allestimento interattivo. Dalle ore 10:30 alle 11:15 sono stato lì dentro in solitudine. Un vero peccato per questa iniziativa tanto benemerita quanto male “comunicata” fuori città.
Manca tuttora una visione strategica d’insieme, capace di coniugare la futuribile città dei congressi con quella, egualmente a venire, dei saperi e sapori, poiché nel turismo attualmente Pavia è luogo di transito, prima o dopo la visita alla Certosa. Sono visitatori “mordi e fuggi”, un turismo che fa perno su Milano. Lo si legge al punto 9 del programma di Insieme per Pavia per le ultime amministrative; lo ripropongo qui in sintesi, brandendolo aggratis al sindaco Depaoli e all’assessore Galazzo, a fronte dell’immobilismo attuale (sempre meglio di quanto si è visto con la tangenziale banda del buco al governo negli ultimi decenni, destra e sinistra unti nella lotta al bene comune. Ma non parrebbe motivo di vanto).
A quel punto 9 si legge che Pavia dovrebbe in primo luogo dotarsi di un «Centro congressi dalla capienza almeno tripla di quello disegnato all’ex area Neca» (senza il quale non si va da nessuna parte: immaginate decine di migliaia di congressisti e accompagnatori trasformati in gratuiti testimonial per Pavia, i più credibili) migliorando al contempo l’offerta «per trattenere tra cotti e acciottolato i turisti ora solo di passaggio […] promuovendo la città e le sue peculiarità monumentali e gastronomiche come centro di un “sistema” che ramifica e fruttifica a sud nell’Oltrepo, a ovest in Lomellina, a nord alla Certosa e a est fino a Cremona, con una promozione coordinata degli eventi» così da «portare visitatori a Pavia tutto l’anno e dare visibilità al territorio, puntando sulla città “sapiente” di Opicino, Leonardo, Foppa, Cardano, Volta, Foscolo, Golgi e don Angelini (ma anche di Maria Corti, Cipolla, Gabba e tanti altri)» poiché «Pavia offre molto, ma pochi ne sono al corrente» e «fatalmente Pavia rinuncia a valorizzare le sue migliori potenzialità economiche e culturali, viste come fonte di occupazione»: la storia millenaria, le chiese romaniche, il parco fluviale, la campagna irrigua, le cascine storiche, le aree protette.
Tra le novità da «collegare alle tante iniziative semiclandestine che già hanno luogo sul territorio» se ne elencava una proprio sulla battaglia di Pavia: non una mostra a termine, bensì un vero e proprio «parco “della battaglia” e un museo multimediale da ospitare, perché no, nell’antico castello di Mirabello, oggi semi-abbandonato». E tuttavia, fatto ora il primo passo, almeno lo si consolidi rendendo la mostra permanente nelle stanze che attualmente ospitano l’arazzo, arazzo a parte.
Insieme per Pavia propose anche «un museo interattivo dell’acqua, della navigazione fluviale e della civiltà industriale negli edifici storici dell’ex Snia o della Necchi o – per la navigazione interna – all’Idroscalo o entro un parco insieme al Naviglio», un’opera di ingegneria idraulica che ha fatto scuola nel mondo, un potenziale museo a cielo aperto, recuperandolo almeno «tra Borgo Calvenzano e la Certosa, con la possibilità di viaggiare in “nave” tra Pavia e il Monumento, tra conche e natura».
Quanto al turismo religioso, ricorderemo che Pavia è tappa della via Francigena, che da Canterbury portava e porta a Roma i pellegrini, da percorrere prevalentemente a piedi per ragioni penitenziali e devozionali (l’hospitale presso la chiesa di Santa Maria in Betlem, in Borgo Ticino, era tappa di quel viaggio).
Insieme per Pavia ha proposto anche più «fecondi collegamenti tra il capoluogo e altri centri della provincia in occasione di riti pagani come il “Bruciamento del diavolo” a Vigevano per carnevale, o di tradizione cattolica, come il “Crocione” di Tromello e i “fuochi” di Zavattarello e Romagnese: questi ultimi sono tra le più arcaiche e poco note celebrazioni della Settimana santa pasquale; nulla da invidiare alle processioni del nostro Meridione. Per tacere di santuari come quello delle Bozzole di Garlasco o l’eremo di Sant’Alberto di Butrio nell’Oltrepo montano». La città capoluogo, la cosiddetta “città internazionale dei Saperi”, si coordini allora con le altre città maggiori, si candidi a diventare il centro del sistema, coordinando i collegamenti e investendo nella comunicazione. E in occasione di eventi ad alto valore aggiunto culturale, prevedere e organizzare richiami e presenze in città e nei maggiori centri della provincia.
Quanto ad aree post-industriali come la Snia e l’Arsenale – limitrofe al centro storico – dovrà prevalere l’interesse pubblico, ad uso di «poli scolastici e luoghi per attività produttive avanzate e la sera ricreative, cittadelle della cultura e della socializzazione sul modello di quanto già si vede in altre città europee».
Sono suggerimenti che renderebbero la città più simile a Strasburgo e differente da Platì. Sono idee che vorrebbero rendere piacevole la permanenza a Pavia, con evidenti benefìci per l’economia locale, senza dimenticare che migliorerebbe la qualità della vita per tutti.
Tutto questo è oneroso? Meno di quanti si possa immaginare. Fondi? Il totale dei fondi europei richiesti o utilizzati dalla Giunta Cattaneo fu uguale a zero: questa è la cifra che meglio di altre descrive quella amministrazione. Ma per ottenere quattrini europei o regionali o statali è necessario avere idee, capacità immaginative e soprattutto progettuali di breve, medio e lungo termine; niente di tutto questo ha caratterizzato i nostri ultimi anni in città.
Soldi sembra che ne siano stati ottenuti dall’Anci – di cui il sindaco era vice-presidente – ma per fare cosa? Per privatizzare ciò che ora è pubblico: si racconta che per concludere la ristrutturazione del monastero di Santa Clara, futura sede della Biblioteca Bonetta, sia necessario cederne una parte a iniziative commerciali (in sintonia con le funzioni della Biblioteca) o a uso ufficio; senza pensare che le funzioni a cui deve rispondere una moderna Biblioteca non sono semplice magazzino librario ma, come già in altri Paesi, di centro propulsivo sociale e culturale della città.
Perché non chiedere all’Università – presenza importante e spesso realtà a parte – di essere più attiva nel ridonare contenuti a questo luogo storico, dimenticato, sottratto alla città? Poco tempo fa Comune e autorità universitarie hanno dedicato una via della città alla grande studiosa Maria Corti, alla sua tenacia nel costruire, anno dopo anno, donazione dopo donazione, un Fondo manoscritti che anche dall’estero ci invidiano e vengono a studiare. Diamo allora dimora al Fondo manoscritti negli storici locali del Santa Clara, insieme ai libri della Bonetta, a spazi per la cultura “autogestita” dei giovani. Insomma, un luogo di incontro per tutti, la nostra piazza dei Saperi.

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