Libri, reliquie e saette

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Leodardo da Vinci al Castello
di Giovanni Giovannetti

Le armi antiche disegnate e minuziosamente descritte in numerosi fogli sparsi di Leonardo e in particolare in alcune pagine del Manoscritto B sono forse le stesse un tempo custodite nel «quarto torrione» del Castello di Pavia, distrutto a cannonate dai francesi il 4 settembre 1527. Nel Manoscritto di Leonardo è un lungo incedere di lance, coltelli, mazze, asce, fionde e balestre, in ogni declinazione possibile.

Nel Castello pavese erano tenuti i documenti del casato Sforza, una raccolta di armi antiche, 950 preziosi codici e numerose reliquie. Queste ultime, custodite nella Torre del tesoro, erano riservate agli ospiti illustri, quasi a rappresentare la sacralità del potere ducale. L’incredibile repertorio è elencato dal Breventano nelle pagine finali dell’Istoria. Fra l’altro, c’erano presunti lembi di veli e sudari della Deposizione di Cristo; frammenti di tuniche e mantelli di vari personaggi biblici; pezzi di legno della mangiatoia e peli del bue e dell’asino di Betlemme; latte e capelli della Madonna; pezzi di alberi toccati da Gesù; denti di profeti; le pietre con cui si diceva fosse stato lapidato Santo Stefano; undici spine della corona di Gesù (in Duomo ne restano tre); pezzi del pane moltiplicato da Gesù Cristo nel famoso miracolo dei pani e dei pesci (e San Siro, il primo presunto vescovo di Pavia, sarebbe stato l’anonimo ragazzino che li porgeva). Non poteva mancare un corno di liocorno «lungo quasi un braccio», tra i reperti naturalistici della vicina biblioteca. Quanto alla collezione d’armi, «il quarto torrione dalla mano destra verso il Parco serviva nelle sue stanze all’alto insieme con alcune ivi vicine per repositorio o luogo di munitione di varie sorte d’arme e d’asta e d’archi e di ballestre, come s’usavano ai tempi antichi, con una infinita quantità di saette, freccie, verettoni e dardi, con molta copia di targhe, targoni lunghi, rotelle ed altri istrumenti da guerra fatti all’usanza antica».

«Il quarto torrione» non c’è più. Il 4 settembre 1527 i cannoni francesi di Odet de Foix l’hanno cancellato per sempre. E con esso la parte settentrionale del Castello e le armi «all’usanza antica». Sono forse le stesse che ritroviamo disegnate e minuziosamente descritte in numerosi fogli sparsi e in alcune pagine del Manoscritto B, accanto a disegni di chiese a croce greca e latina e altre pagine di risonanza pavese: dal foglio 4 al 10 e dal foglio 40 al 46 in particolare, è un lungo incedere di lance, coltelli, mazze, asce, fionde e balestre, in ogni declinazione possibile.
Tra le lance il “Pilo”, «una asta in uso de’ Romani non altrimenti che giesa a li Galli e larissa a li Macedoni. E quest’aste erano segate per lo lung[o] in 2 quali parte, poi scambiate le teste e con colla pescina rappiccate e in ogni mezzo gomito innervate in circulo. E dicono gli altori che queste aste eran sì perfette, che chi le sospendea con una corda a uso di bila[n]ce che essa lancia non si piegav[a]; e quello che tirandola prima in dirieto, po’ con furia la spingeva innanzi, non si trovava armatura di tanta fortezza, che li facessi resistenza. E furono molto in uso de’ B[r]etagni» (43 recto).
Tra i coltelli l’“Aniace”, «così chiamato fu appresso alli Sciti e Medi» (41 recto); il “Sicca”, «uno piccolo coltello, il quale era usato dalli a[n]tichi assassini detti sicari, per lo nome del coltello» (41 verso); il “Clunade”, «un coltello sanguinario» (42 recto); il “Secespita”, «uno coltello lung[o] col manico retondo ed un pezzo d’avolio, e ornato di oro e di argento; li quali usavano li pontefici e li flamini a li sacrifizi. Alcuni dicano essere la scura e altri la manara a coltello» (42 recto).
Tra le mazze la “Clava”, «un gruppulente bastone pieno d’acuti chiodi. E questa a quelli tempi rozzi poteva essere reputata arma nobilissima» (43 verso).
Tra le asce la “Bipenne”, «perché dall’uno e dall’altro canto ha lo taglio acuto» (44 recto); la “Manara” «fu dai romani molto in uso» (46 recto).
Tra le balestre la “Vipera” «ha 2 fila di ferro, che l’uno piglia nel suo superiore stremo uno cerchio di ferro da una parte, e l’altro dall’altra» (46 verso).

E ancora: «Fonda [fionda] è fatto d’una corda doppia e ne la sua piegatura alquanto larga, ne la quale è ponderato un sasso più voltato col braccio 2 volte intorno, si lascia una de le corde e ‘l sasso vola con romore per l’aria come se uscissi d’uno mangano» (9 recto); «Telo pubblicamente furono appresso a li antichi chiamate tutte quelle cose che in guerra erano atte a essere tratte colle mani, come dardi, legni, frecce, aste, lance, pali e sassi» (42 verso). «Fusti sono quelle prime arme che usarono l’umana generazione e che oggi da’ villani, pali son chiamati. E le lor punte erano alquanto abbruciate» (42 verso). «Baculo si è uno bastone senza gr[op]pi, col quale erano battuti i tristi servi» (42 verso). La «Cruce fu ritrovata appresso alli Tedeschi, e dicono questa arme essere nel principato delle armi mortali, imperò che, essendo questa gittata con corda o sanza in fra le schiere, mai cade indarno. E quest’è che la corre per taglio in fra l’aria, e s’ella non coglie il nemico con una sola punta lo trova con 2; e s’ella con trova lo nimico, si ficca in terra dove non è di meno nocimento a’ nemici che essendo di colpo, per li cavigli e fant’a piè. Di queste si porta, quando si va alla pugna, 4 ovver 6 intorno alla cintura» (44 verso).

Queste pagine lo rivelano interessato a storia e funzioni delle armi bianche «all’usanza antica»; nozioni in parte assunte dall’Epitoma rei militaris del romano Publio Flavio Vegezio Renato («dice Flavio questa essere ritrovata presso alli…», Manoscritto B, 9 recto), compendio assai diffuso nel Medioevo, trascritto nel De re militari di Roberto Valturio (è fra i primi libri a stampa illustrati con silografie: sono più volumi in varie edizioni, l’editio princeps risale al 1472), una delle fonti di Leonardo, forse a sommarsi con la «sperienza» diretta presso la collezione pavese.
Quale collezione? Con poche eccezioni nel Valturio figurano soprattutto silografie d’armi medievali in anni di profonda innovazione (si pensi al crescente uso dell’artiglieria), disegni ovviamente comparabili con alcuni studi bellici vinciani di poco successivi; ma sono carri armati, spingarde e cannoni, non lance fionde e pugnali. Ad esempio, si possono confrontare i disegni dei carri falcati al British Museum, alla Biblioteca Reale di Torino, al foglio 10 recto del Manoscritto B con la silografia al libro X nel De re militari del 1483, versione in volgare a cura di Paolo Ramusio (Valturio era morto nel 1475); le spingarde a canne multiple al 157 recto del Codice Atlantico e una silografia pubblicata nell’edizione 1487; l’argano col cannone al 12647 recto alla Royal Library e in alcune silografie del 1487. E molto altro: bombarde, ponti d’assalto, scale a corda, palombari, balestre… anche clave e mazze chiodate, armi ancora in uso.
Accanto al museale repertorio di cui si è detto, il Castello di Pavia manteneva un cospicuo e aggiornato arsenale militare. Lo certifica una lettera del 6 gennaio 1477: qualche giorno dopo l’uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza, la consorte Bona di Savoia dispose il trasferimento di spingardelle, cannoni, corazze e balestre da Pavia in altre fortezze, poiché a Milano «non è quella gran copia de cose de munitione lì in quello nostro Castello». Non è dunque da escludere che nel disegnare i suoi innovativi strumenti bellici (per la verità più offensivi che difensivi) Leonardo si sia avvalso di queste fonti dirette. Semplice curiosità? Oppure un vuoto da colmare progressivamente, declinandolo in “capitale intellettuale” da esibire ai potenti presso cui si era accreditato anche quale esperto in faccende militari?

Si è prima accennato alla biblioteca nelle sale della torre sud-ovest del Castello, «la quale di quadrata forma capisce la grandezza d’esso torrione, ed ha le finestre, come fin ora si veggono, imbiancate di fuori», scrive il Breventano, «nella quale era una copiosa libreria, e delle più belle che a que’ tempi si potessero vedere in Italia, i cui libri erano tutti di carta pecorina, scritti a mano con bellissimi caratteri e miniati, i quali trattavano di tutte le facoltà letterali sì di Leggi come di Theologia, Filosofia, Astrologia, Medicina, Musica, Geometria, Rettorica, Istorie ed altre scientie, ed erano in numero di novecento e cinquanta ed uno volume, come è notato in un Repertorio scritto in carta pecora, il quale è appresso di me, e detti libri erano coperti chi di veluto, chi di damasco, o raso e chi di broccato d’oro o d’ariento, con le lor chiavette e catenelle d’ariento, con le quali stavano fermati alli panchi, i quali erano posti con quell’ordine e modo con che sono quelli delle scuole pubbliche, ma però fatti più belli, come richiedeva il luogo ed il grado di chi gli haveva fatti fare, ivi era ancora un corno di Leoncorno lungo quasi un braccio, il quale si mostrava, per cosa rara e singolare. Il pavimento di questa stanza è fatto a quadretti di diversi colori come fussero vitriati».
Con oltre 900 rari codici, era tra le più fornite e visitate d’Europa. Si pensa che ai Visconti fosse stata suggerita da Francesco Petrarca. E a lungo la frequentò Leonardo, forse anche prima del 1490 («fa d’avere Vitolone, ch’è nella Libreria di Pavia, che tratta delle matematiche», si legge al foglio 611a recto del Codice Atlantico).
Era figlio illegittimo e per questo, non avendo potuto frequentare l’Università, non leggeva in latino o in greco: «non essere vincolato al rispetto delle regole della retorica classica» scrive Capra, si rivelò un vantaggio «poiché gli rendeva più facile l’apprendimento diretto dalla natura, soprattutto quando le sue osservazioni contraddicevano le idee convenzionali». Di ciò Leonardo era pienamente consapevole, tanto da scriverne: «So bene che, per non essere io litterato, che qualcuno presuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare essere io omo sanza lettere. Gente stolta…» (Codice Atlantico, 327 verso).
E tuttavia quest’uomo digiuno di greco e che poco sapeva il latino «anticipa di ben quattro secoli l’avvento della liberazione dal giogo del verso e della rima» ovvero il verso libero, scrive Giuseppina Fumagalli. A quarant’anni comunque si mise a studiare il latino, trascrivendo da una grammatica al suo quaderno le coniugazioni verbali di base e dal vocabolario latino-volgare di Giovanni Bertrando alcune parole; come si vede nelle toccanti pagine finali del Manoscritto H e nel Manoscritto I.

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