Città aperta

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Lo “spazio aperto” dell’Arsenale e il futuro di Pavia
di Paolo Ferloni

L’altra settimana presso la sede di Apolf Pavia si è tenuto il Laboratorio di progettazione partecipata “open space technology”, un incontro che ha visto la presenza di molti giovani e l’assenza di esponenti sia del centro destra sia del centro sinistra, come se non fossero interessati all’argomento.

Due tramonti afosi di giugno, due serate in cui avresti goduto più volentieri profumi di pini e aria fresca di montagna o il sentore di sale e di alghe, sbuffi di brezza dal mare. Invece si è rimasti a Pavia Est, tra Naviglio e Ticino, con le amiche-sorelle zanzare e una nostalgia in cuore o un sogno nemmeno troppo nascosto: che un pezzo di terra e di edifici, per un secolo e mezzo staccato dalla città, torni a farne parte, e se possibile ne diventi la parte più nuova, più bella, la migliore. Un quartiere di cui figli e nipoti possano, chissà, un giorno essere fieri.
Laboratorio per distinguersi da conversazione, discussione, chiacchiere. Laboratorio perché si lavora: se si accetta la fatica di ascoltare con calma, se si fa la fatica di farsi spiegare le parole non capite o mai sentite o mai usate, se si fa la fatica di avanzare le proprie proposte, se si fa lo sforzo di spiegarle in modo semplice, se si fa la fatica di interessarsi, di partecipare, di comprendere. E di comprendere, e d’imparare, non si è mai stanchi. Laboratorio perché si approfondisce, si esamina, si collabora nello spiegare e nel capire, si definisce, si chiarisce, si semplifica ciò che è complicato e si affronta senza paura ciò che è complesso. E alla fine si fa la sintesi di quanto espresso, emerso, illustrato e proposto. E come nel facile latino dei Benedettini nel Medio Evo, l’esortazione “labora” è un’estensione di “ora”, così Laboratorio è a modo suo un’estensione di Oratorio, cioè di preghiera.
Un bell’esercizio, la seduta plenaria iniziale il lunedì 29 al mezzo sole delle 18 in cerchio nel cortile, in cui Marianella Sclavi, professoressa di etnografia, ha presentato luci e vantaggi del Laboratorio quale tecnica di “Spazio Aperto” in cui non ci sono avversari e non ci si contrappone a nessuno. Poi Gerardo de Luzenberger a sua volta ha spiegato come comportarsi per tradurre in pratica il buon metodo dell’avanzare idee e proposte senza polemizzare, senza esibirsi, senza litigare. La non-violenza, cioè Gandhi, Aldo Capitini e Danilo Dolci spiegati come esempi di lavoro per tutti senza nemmeno citarli. Ecco ne consegue, il giorno dopo, un primo gradevole prodotto inatteso: il quotidiano locale, che in prima pagina di solito inalbera titoli a sei colonne di delitti, disastri e misfatti, stavolta a pag. 12 ha una buona pagina, quella di Linda Lucini, con il catalogo delle proposte (al quale si rimanda un eventuale lettore curioso), e con tre luminose foto, una più bella dell’altra, coi due protagonisti saggi ed esperti, Sclavi e de Luzenberger, circondati da tanti giovani attenti e pronti a lavorare, e con il grande cerchio della sessione plenaria. Già i giovani sanno che senza lavoro non si ottiene qualcosa di veramente degno e personale. E che chiacchiere e cattiverie non servono a nulla.
Nel seguito della serata i partecipanti si suddividono in tanti agili, piccoli tavoli di lavoro, ciascuno con un moderatore. In essi ogni proposta viene introdotta, spiegata, approfondita, tradotta in linguaggio semplice, comprensibile per tutti. Se ne vedono i punti forti e deboli, se ne traggono conclusioni che ne mostrino potenzialità e vantaggi, e si condensano in schede di sintesi da mettere a disposizione di tutti.
Nella prima sera 130 partecipanti elaborano 17 proposte, nella seconda 56 nuovi partecipanti, assieme a molti del giorno prima, ne elaborano con lo stesso metodo altre 15. L’insieme dei risultati si raggruppa in una prima bozza di libro, dal titolo “Quale futuro per l’Arsenale”, che sarà pubblicato in seguito in versione finale.
Qualche notarella a margine del Laboratorio. In primo luogo, la maggioranza era di giovani: sono loro che si preoccupano di cosa si farà dell’Arsenale, sono loro che sanno di poter e voler costruire una città più pulita, più bella e più sincera. Pochi anziani, molte donne.
In secondo luogo, scarsa la rappresentanza di enti pubblici: un solo consigliere comunale, qualche assessore, il Presidente della Provincia; per la Università il pro-Rettore all’edilizia e la funzionaria del Servizio Ricerca; nessun dirigente di enti sanitari, nessun sindacalista né esponenti politici, tranne un ex-sindaco e alcuni ex-consiglieri comunali.
Un terzo punto sul quale ci si può interrogare è quindi risultato evidente: l’assenza di esponenti, anche giovani, sia del centro destra sia del centro sinistra, come se queste grandi aree votate da migliaia di pavesi e molto rappresentate nel Consiglio comunale e nel Consiglio provinciale non siano interessate all’argomento, o sperino di affrontarlo nelle più o meno segrete stanze dei contatti informali tra vecchi dirigenti di vecchi o antichi partiti del secolo scorso. Impressionante, e meritevole di esser sottolineata, l’assenza quasi totale di esponenti di sinistra, quella “alternativa” che non ha forse alcun interesse a sperimentare un metodo di lavoro privo di conflitti, ma è anzi abituata a confliggere, sia con l’ esterno sia al proprio interno, e di conflitti si nutre.
Della volontà di comprendere, condividere, innovare si è già detto. Del clima fraterno e gioioso si può soltanto dire che si è riflesso sui volti e gli interventi di tutti nella sessione plenaria del cerchio finale. I partecipanti ne porteranno con sè il ricordo, la serenità e la speranza di una Pavia più felice e migliore. Chi non c’era, chi ha scelto di non esserci, sappia che ha perso una delle iniziative più umane che si siano viste in questi anni in città. Ma si consoli: non è che l’inizio, la progettazione partecipata continuerà, tutti hanno ben capito che partecipando si è vivi.

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