Un piccolo popolo di presunti signori…

by

di Max Frisch

Questa pagina dello scrittore svizzero Max Frisch è del 1965, quando ad emigrare eravamo noi italiani.

Un piccolo popolo di signori si sente in pericolo: abbiamo chiamato della forza lavoro e arrivano esseri umani. Non intaccano il benessere, al contrario, sono indispensabili per il benessere. Ma sono qui. Lavoratori ospiti o lavoratori stranieri? Sarei per la seconda ipotesi. Loro lavorano, non sono ospiti che vengono serviti per poter guadagnare su di loro; lavorano e lo fanno all’estero perché nel loro paese al momento non sanno più da che parte girarsi. Non ce la si può avere a male. Parlano un’altra lingua. Nemmeno per questo ce la si può avere a male, tanto più che la lingua che parlano è una delle quattro lingue nazionali. Ma questo rende le cose molto più difficili. Loro si lamentano perché gli alloggi sono poco dignitosi, e hanno affitti da strozzini, e loro non sono per niente entusiasti. È inusuale. Ma noi ne abbiamo bisogno. Se il piccolo popolo di signori non avesse di sé quest’immagine di umanità e tolleranza e così via, sarebbe più facile avere a che fare con la forza lavoro straniera; li si potrebbe sistemare in campi regolari dove potrebbero anche cantare e le nostre strade non sarebbero invase dallo straniero. Ma questo non si può fare, non sono prigionieri, non sono nemmeno rifugiati. E comunque se ne stanno nei nostri negozi e comprano, e se hanno un incidente sul lavoro o si ammalano, finiscono anche nei nostri ospedali. Ci si sente invasi dallo straniero e alla lunga non si può più non aversela a male. Sfruttamento è una parola abusata, a meno che non si intenda che sono i datori di lavoro a sentirsi sfruttati. Risparmiano, pare, ogni anno un miliardo e lo spediscono a casa. Non era questo il senso. Loro risparmiano. Di fatto nemmeno per questo possiamo avercela a male. Ma ormai ci sono, un’ invasione di esseri umani, laddove, come dicevamo, si voleva soltanto della forza lavoro. E poi loro non sono soltanto esseri umani: sono Italiani. Stanno in coda al confine; è inquietante. In fondo dobbiamo capirlo, il piccolo popolo di signori. Ma se di colpo l’Italia chiudesse i propri confini, anche questo sarebbe inquietante. Cosa fare? Impossibile evitare misure severe che non entusiasmano nessuno degli interessati, nemmeno i datori di lavoro. È naturale. La congiuntura è buona, ma non c’è entusiasmo nel paese. Gli stranieri cantano. In quattro in una camerata. Il Consiglio Federale non tollera che un ministro italiano ci metta il naso; in fin dei conti siamo indipendenti, anche se non ci rassegniamo ai lavapiatti stranieri e ai muratori e ai manovali e ai camerieri e così via, indipendenti (credo) dagli Asburgo e dalla EWG. In breve: 500.000 italiani è una caterva di gente, come sono una caterva i negri negli Stati Uniti. È un bel problema. Purtroppo un problema tipico. Loro lavorano bene e sembrano addirittura preparati; altrimenti non ne varrebbe la pena. E dovrebbero andarsene e il problema dell’invasione straniera sarebbe chiuso. Il loro comportamento deve proprio essere irreprensibile, migliore di quello dei turisti, altrimenti il paese ospitante rinuncia alla buona congiuntura. Questa minaccia ovviamente non viene espressa, salvo che dalle teste calde che non capiscono nulla di economia. In genere non si va oltre un certo nervosismo tollerante. Insomma, sono proprio troppi, non sul cantiere e non in fabbrica e non nelle stalle e non nelle cucine. Ma la sera dopo il lavoro e soprattutto la domenica, sono davvero troppi. Li si nota. Sono diversi. Guardano le donne e le ragazze, visto che non hanno per ora il permesso di portarsi all’estero le loro.
Noi non siamo razzisti; in fin dei conti è tradizione non essere razzisti e la tradizione si è conservata nella condanna dell’atteggiamento francese o americano o russo, per non parlare dei tedeschi che hanno coniato il concetto di “popolo di razza inferiore”. E tuttavia sono proprio diversi. Mettono a repentaglio la peculiarità del piccolo popolo di signori che non si lascia riscrivere volentieri, sia pure nel senso di una lode rivolta a se stesso che non interessa gli altri; ora però sono gli altri che ci riscrivono.

(traduzione di Anna Ruchat)

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