Inferno Snia – prima parte

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Per non dimenticare
di Giovanni Giovannetti

1° settembre 2007. In queste ore, otto anni fa più di cento Rom furono sgomberati dalla Snia di Pavia e deportati in comuni limitrofi, alla mercé di razzisti e criminali perbene, protagonisti di un vero e proprio pogrom ai danni di donne e bambini. Sapremo poi che tutto questo era volto a legittimare una lucrosa speculazione immobiliare (se ne parlerà nella seconda parte di questo ricordo).
Le pagine che seguono, riprese dal n. 2 della rivista “Il primo amore” (ottobre 2007, quasi un instant book) ripercorrono quei tristi momenti: tristi anche perché generati da una Giunta comunale di centrosinistra, intenta a contendere alla Lega il voto di chi avrebbe volentieri passato queste famiglie «per un camino», come in effetti si sentì invocare da taluni. Per non dimenticare.

«I Rom non esistono»
Ettore Filippi, vicesindaco di Pavia, 11 febbraio 2007

«Nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio»
Piera Capitelli, Sindaco di Pavia, da una relazione del Comitato Fuoriluogo, 28 febbraio 2007

«Nell’area non esiste un’emergenza igienicosanitaria ma solo un problema di sicurezza»
Capitelli, 9 maggio 2007

«A partire dalla primavera 2006 i Servizi sociali hanno smesso di interessarsi alle sorti degli abitanti della Snia, per cui questi ultimi sono assolutamente privi di un referente istituzionale in grado di indirizzarli o anche solo di conoscere la loro condizione»
Comitato Fuoriluogo

«L’amministrazione comunale ha ritenuto di non far più entrare i propri operatori sociali nell’area dismessa»
(da una relazione del settore Servizi sociali)

«La decisione dell’Assessorato ai Servizi sociali di abbandonare completamente la Snia (concretizzatasi con un ordine di servizio alle assistenti sociali che vieta loro di entrare alla Snia e di ricevere gli occupanti presso i loro uffici) ha certamente contribuito al fatto che la popolazione abbia visto un aumento del 3000 per cento nel corso di un anno»
Comitato Fuoriluogo

«Personalmente, e non mi importa se qualcuno mi addita come razzista, non escludo la soluzione del rimpatrio»
Capitelli, 4 giugno 2007

«I Rom non esistono più»
Capitelli, 3 settembre 2007, dopo lo sgombero

«In quel pozzo di piscio e cemento…». La canzone di Fabrizio De Andrè dedicata al popolo Rom sembra scritta alla Snia di Pavia. L’altra notte ho sognato. Ho sognato una citta nella quale i diritti dei bambini di ogni colore e provenienza non vengono calpestati: il diritto all’amore paterno e materno, it diritto alla salute e all’istruzione, it diritto all’infanzia, it diritto ad avere diritti. Poi mi sono svegliato e ho visto «spose bambine» andare a «caritare» e rubare e prostituirsi per «quel filo di pane tra miseria e sfortuna»; ho visto ragazzi appartarsi con uomini danarosi per poi spedire il pattuito in Romania alla madre indigente; ho visto pedofili aggirarsi lì intorno, bambini malati tra i topi, bambini senz’acqua, bambini scalzi giocare sopra montagne di rifiuti nauseabondi e cancerogeni. Ho visto le istituzioni commettere il reato di lesa infanzia. Ho sentito un sindaco, dirigente scolastico, dichiarare che nessun bambino verrà inserito nelle scuole perché questo costituirebbe «un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio». Ho visto un assessore ai servizi sociali vietare agli operatori di portare assistenza e negare loro le informazioni sui diritti e sui doveri. Gente piccola, analfabeti che non sanno «leggere il libro del mondo». Di notte non sognano, dunque non vedono. Non vedono umanità, non sentono ragioni.

Primavera-estate 2007

L’inferno esiste ed è alla Snia. In viale Montegrappa passa il confine tra l’inciviltà e la barbarie, una linea di demarcazione attraversata ogni tanto da ombre invisibili che portano oltrefrontiera cibo e soccorso. Dicono che tra quelle rovine si nascondano criminali che schiavizzano donne e bambini. Sono menzogne, perché l’illegalità è il comodo alibi che dissimula la paura del “diverso”: secondo la Questura, solo 8 di loro hanno precedenti penali per reati contro il patrimonio, il 7 per cento del totale (in Comune, 2 assessori su 11 sono stati ospiti delle patrie galere: il 18 per cento. Per non parlare del Parlamento nazionale). Il timore che siano troppo simili a noi ingigantisce la pagliuzza fino a trasformarla in trave e la trave in pagliuzza, perché molti chiedono solo una vita degna di essere vissuta. Anche questo è un uomo: libero di soffrire e di emigrare, di patire il freddo e «di portare in giro la sua fame». Si dice che un profondo solco culturale divida il popolo nomade da noi “gagi”. Molti Rom rumeni sono sedentari da almeno sei secoli. Di quale cultura della solidarietà e dell’accoglienza, dell’accettazione delle diversità e dell’umano rispetto sappiamo essere portatori? Guardare negli occhi quei bambini significa provare vergogna, senso di colpa, frustrazione. E la convinzione di una insostenibile inadeguatezza. Ma la pietà non serve. Deve esserci uno sforzo reciproco di comprensione per «superare i conflitti, non soltanto dichiararli», garantendo i diritti e ribadendo i doveri: il diritto alla scuola, al lavoro, alla salute e alla cittadinanza; il dovere all’accoglienza, alla solidarietà e alla legalità: diritti troppe volte disattesi dalle istituzioni che li dovrebbero garantire, doveri rimossi da una destra che specula e da una sinistra senza un progetto. In viale Montegrappa, già di primo mattino si sente il puzzo soffocante della spazzatura mai rimossa mescolato al profumo dei tigli e del lentisco. Alle 6 un pulmino si porta via i manovali a giornata; alle 8 partono le «spose bambine».

Un tempo alla Snia c’era il “reparto cornuti”, così chiamato perché ci lavoravano operai condannati a inalare solfuro di carbonio, micidiale per la salute, che provocava l’impotenza, la tubercolosi e il cancro. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta. A Pavia si ricordano ancora i pullman stracolmi di contadini provenienti dal sud (molti erano sardi), reclutati per lavorare lì dentro. «Ci lusingavano con la casa gratis e uno stipendio di 90.000 lire al mese, 20.000 in più che alla Necchi, ma tacevano i rischi per la salute». Pasquale è un ex operaio Snia; vive ancora nelle case di viale Partigiani: «Abito al quarto piano: un giorno a metà scala ho avuto un mancamento: capogiri, dolori alle gambe. Vado dal dottore, dico dove lavoro e lui risponde che sono cazzi miei e che devo scappare da lì. Il giorno dopo ho fatto domanda alla Necchi». Stesso destino per Fausto: «Nel reparto solfuro, al posto delle pareti c’erano dei tubi, non c’erano finestre. Quando i camion scaricavano, tutto il solfuro si spandeva e si sentiva una gran puzza: era tutta roba che noi si respirava. A noi turnisti da mangiare ce lo portavano in reparto. Tra un cucchiaio e l’altro il solfuro s’apposava sul cucchiaio, mentre si mangiava dalla schiscetta, si vedeva la macchia nera sulla minestra. In quei momenti non c’erano i sindacati, la Snia faceva quello che voleva. Diceva: o così o te ne vai». Alla Snia gli operai non ci sono più. Li incontri quasi tutti al cimitero di via San Giovannino, a due passi dalla fabbrica, non lontano dalla fontana dove i Rom vanno a prendere l’acqua con le taniche: «Nato il… Morto il…» Sono morti tra i sessanta e i settant’anni, qualcuno anche prima, per lo più di cancro, colpiti dal solfocarbonismo, una malattia causata dalle inalazioni di solfuro.

Alla Snia piove sul bagnato: venticinque anni dopo la chiusura, tra le macerie e ciò che resta delle strutture fatiscenti dell’ex fabbrica, 61 famiglie rumene, in buona parte di etnia Rom (222 persone di cui 84 minori) vivono di stenti, respirando particelle di viscosa e rayon, su un terreno impregnato da residuati di gasolio, benzene, antracene, zolfo e altre sostanze altamente tossiche e cancerogene. Sono costretti a mendicare e qualche volta anche a rubare cibo nei negozi del quartiere. Per oltre un anno il Comune li ha abbandonati senza alcun referente istituzionale. Peggio: ha accusato i bambini di fare accattonaggio, mentre ha taciuto su 41 minori (gli stessi) mai inseriti nelle scuole; silenzio anche sulle drammatiche condizioni ambientali alla Snia (secondo il sindaco, Diesse, «nell’area non esiste un’emergenza igienicosanitaria ma solo un problema di sicurezza») e su un decreto disatteso del Tribunale, che obbligava il Comune a farsi carico di un minore affetto da epatite B cronica e della sua famiglia. È ricomparsa la tubercolosi (il quotidiano locale ha parlato di «Tanti bambini a rischio tra le macerie»), si temono epidemie, ma l’amministrazione comunale tace: per il vicesindaco, della Margherita, «i Rom non esistono». A luglio l’Asl informa che risultano vaccinati solo una ventina di bambini, un quarto del totale. Giocano con la salute delle persone, in deroga a ogni legge scritta e non scritta, in deroga ai diritti fondamentali dell’uomo: condannano dei minori a essere impotenti oggi, ad avere la tubercolosi domani e il cancro fra vent’anni.

Oggi è una giornata di sole e larghe pozzanghere fanno da piscina ai grossi topi che corrono veloci tra le baracchine di cartone dove abitano persone scappate a una miseria ancora peggiore, nell’illusione di un futuro diverso per sé e per i loro figli. I figli. 74 bambini e ragazzi per i quali la legge italiana si può anche non applicare. 33 di loro dovrebbero essere all’asilo, gli altri a scuola e invece, ignorati da Comune e Ufficio scolastico provinciale, sono per strada e nella miseria. La stessa miseria che li spinge a chiedere l’elemosina. Ileana ha quarant’anni e 5 figli. Fa le pulizie presso tre famiglie pavesi, ma fino a un mese fa andava a mendicare alla stazione milanese di Rogoredo, con in braccio il figlio di 14 mesi: «Mi vergognavo a chiedere l’elemosina a Pavia. Era l’unico modo per vedere qualche soldo, da 10 a 30 euro al giorno, appena sufficienti a tirare avanti». Tatiana ha 23 anni. Tiene in braccio un bimbo di 3 mesi: «Chiedo l’elemosina perché non ho un lavoro e non voglio rubare. L’altro ieri sono venuti i carabinieri, volevano che andassi via, io ho detto trovatemi un lavoro e qui non ci vengo più». Tatiana racconta di uomini anziani che l’hanno avvicinata offrendole denaro: «volevano che andassi a letto con loro. Uno l’ho rivisto qualche giorno fa, era con la famiglia, ho chiamato sua moglie e le ho raccontato tutto. Non ha voluto credermi, ma so che ora quel vecchio non ci proverà più». Non sempre è così. La fame ha spinto 5 ragazzine rumene a prostituirsi. I pedofili comprano con “regalini” le “palpatine” e l’infanzia di questi bambini, a cui la vita sta sottraendo i sogni. Non c’è scuola per i bambini della Snia, ma un’iscrizione al corso accelerato di violenza, crudeltà e sopraffazione per “cittadini di domani” non viene negato a nessuno. Sindaco e vicesindaco si sono convinti che i temi della legalità e della sicurezza saranno la chiave per ottenere la riconferma alle prossime elezioni. Ma Pavia non è Bogotà o Giugliano e se un “nemico” non c’è, allora bisogna inventarselo: hanno così spacciato per un problema di ordine pubblico l’emergenza umanitaria e sanitaria all’ex Snia. Facendo leva sull’efficace repertorio dei luoghi comuni e delle paure ataviche, questi cinici sostenitori dell'”insicurezza percepita” ci propinano l’immagine di una città stretta d’assedio da tagliagole rumeni. Le conseguenze — drammatiche — si sono viste dopo lo sgombero di fine agosto. La Snia racconta di noi. Rivela anche la mutazione antropologica della sinistra, che parla di legalità e non rispetta l’obbligo scolastico imposto dalla legge; parla di doveri e non soccorre un minore malato, come ordina un decreto del tribunale; parla di accoglienza e vieta agli assistenti sociali di recarsi in quell’area, come vorrebbero la lungimiranza e il buonsenso. Stanno radicando nei rumeni la convinzione che la crescita sociale si ottiene solamente con la pratica dell’arbitrio e della violenza. Eludere l’assistenza sanitaria e rifiutare l’iscrizione scolastica dei bambini Rom e rumeni è un abuso orribile. L’illecito è reso ancora più crudele e odioso dal fatto che a colpire è il ‘potere’ e i colpiti sono bambini.

Possibile che l’amministrazione comunale di sinistra di una città benestante di 71.000 abitanti nella più ricca regione d’Italia, di fronte allo stesso problema su scala molto minore, riesca a fare peggio dell’amministrazione comunale di Milano, di centrodestra? Che non riesca ad affrontare in modo decente una emergenza umanitaria e sociale, che colpisce solo poche centinaia di persone provenienti dal nostro stesso continente, piegate sotto il peso degli ultimi disastri politici economici e sociali? Che cultura di governo stanno esprimendo? Che visione del mondo stanno promuovendo? Cosa sta facendo la sinistra? Gianni Barbacetto ha paragonato il nascente Partito democratico al gioco dei Lego, con i mattoncini colorati dei Diesse e della Margherita smontati e rimontati a fare centro. Altri pezzi li ha aggiunti la Sinistra democratica: un mattoncino a te, una poltrona a me ed ecco un centrosinistra di poltronai riciclati, ridipinto tale e quale a prima, incapace di elaborazione politica. Le cose non cambiano a livello locale. Il “buon partito” non c’è più e le mani sono pulite solo perché uno poi se le lava. Al suo posto c’è una “cosa” di lotta (a difesa degli interessi particolari) e di malgoverno, chiusa in sé stessa, in mano a mezzecalzette e politicanti di mestiere, lontana dalla gente e vicina a chi muove denaro. I maiali della Fattoria di Orwell erano la metafora dell’eterno potere tronfio e corrotto. Come quei maiali, certi politici di mestiere parlano tra di loro. Poi escono dalla tana per chiedere il nostro voto con il linguaggio menzognero dei venditori di fumo; quando non c’è più bisogno neppure di questo, tornano a mettere la porta tra sé e i cittadini.

Il nuovo centro ha mandato in soffitta Gramsci, Berlinguer e La Pira e sembra avere rispolverato l’inglese Francis Galton, inventore dell’eugenetica, e l’americano Madison Grant, antropologo e autore di The passing of the Great Race, definito da Hitler «la mia Bibbia». D’altronde, discriminazioni, violenze, sterilizzazioni coatte proseguono, per gli zingari, ben oltre il nazismo e la legge “sulla sterilizzazione” (luglio 1933) e sulla “salute coniugale” (1935): dal 1935 al 1996, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230.000 persone; tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti, sono stati menomati 8000 donne e 16.000 uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra); dal 1926 al 1974, in Svizzera, 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate (l’operazione Kinder der Landstrasse — bambini di strada — si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro»). A Pavia, nel 2006, un assessore ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e si è rivolto al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio «a tutela» di quei minori. Rifondazione, Verdi e Sinistra democratica hanno appoggiato un’amministrazione che per miope calcolo elettorale ha trasformato una grave emergenza umanitaria, sanitaria, politica e morale in un problema di polizia e portato la città sull’orlo di una pericolosa deriva xenofoba. Hanno criminalizzato Rom e rumeni per poi invocare l’ordine e la legalità. Chi sono? Sono l’autoreferenziale partito “della sicurezza e della legalità” che cerca spazio, legittimazione e consenso inventandosi l’insicurezza “percepita” e l’illegalità “percepita”. Nel maggio e nel giugno scorsi alla Snia sono arrivati dei pulmini: non erano gli Scuolabus tanto attesi dagli oltre 40 minori in età di obbligo scolastico, non erano quelli del Comune, venuti a informare Rom e rumeni sulle opportunità che offre loro un recente decreto governativo: era la Polizia, che ha censito con ferma cortesia quei poveracci, perché in Comune nemmeno sapevano quanti fossero.

La politica vuole continuare a esistere? La contrapposizione autolesionista tra umanità e legalità, tra accoglienza e sicurezza, tra solidarietà e rifiuto del “diverso che è uguale” sta mostrando l’incapacità della politica (questa politica) a farsi carico dei modesti problemi che ora abbiamo di fronte, figurarsi quelli che si intravedono appena. Inesorabilmente, nei prossimi anni assisteremo a continue ondate migratorie: oggi sono i rumeni, domani potrebbero essere i profughi di qualche conflitto o gli sfollati da catastrofi sociali e ambientali. Chi studia questi fenomeni lo annuncia da molto tempo; il nuovo orizzonte mostra qualcosa di arcaico: è vicino ai miserabili di Victor Hugo, Emile Zola, Charles Dickens o alle tavole del Doré ed è indecifrabile dal punto di vista delle categorie marxiane (da Karl Marx, Dickens e Hugo vennero liquidati come scrittori ingenui e sentimentali). Oggi serve rileggere proprio loro, perché l’elemento arcaico dei miserabili venuti dall’est postsovietico — neocapitalista e senza efficaci ammortizzatori sociali — ripropone quelle stesse immagini, rese ancora più crude dal confronto con il nostro mondo “civilizzato”, che prevede accoglienza solo per quelli «che hanno i soldi, la nuova “razza eletta”».

Fine prima parte (continua)

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Una Risposta to “Inferno Snia – prima parte”

  1. Anonimo Says:

    Che dire, Giovanni? Era davvero tutta una fogna.
    Vito

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