Inferno Snia – seconda parte

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L’altra storia. Mani sulla città
di Giovanni Giovannetti

Settembre 2007 – settembre 2015. Otto anni dopo lo sgombero dei Rom dalla Snia. Oggi sappiamo che fu un’emergenza creata ad arte dalle “istituzioni”. Gli stessi pubblici amministratori intenti a invocare l’ordine e la sicurezza in realtà volevano coprire i privatissimi interessi di un immobiliarista d’area. Uno scopo odioso, così come la strumentalizzazione della paura del diverso, fiancheggiata da mesi di irresponsabile tambureggiamento mediatico: un’emergenza umanitaria spacciata per un problema di ordine pubblico (secondo il sindaco di centrosinistra, «nell’area non esiste un’emergenza igienico-sanitaria, ma solo un problema di sicurezza»), la via intrapresa per far digerire all’opinione pubblica l’illecita distruzione di una fabbrica monumentale. Per affarismo, immobiliaristi senza scrupoli e alcuni politicanti loro lacché sono irresponsabilmente arrivati a manipolare l’etica pubblica, al punto da elevare a cultura prevalente il nuovo fascismo e il suo portato di razzismo e xenofobia che ormai – senza più ostacoli o freni inibitori – a Pavia come nel resto d’Italia ha contaminato il senso comune.
Di seguito la seconda parte del ricordo di quei giorni, quando la nostra provincia visse momenti degni di
Mississippi Burning. Per non dimenticare.

Lo hanno già deciso da molto tempo, ben prima dell’emergenza Rom: il sindaco vuole abbattere la parte monumentale dell’ex fabbrica, in deroga ai vincoli che pone il Piano regolatore generale di Vittorio Gregotti — che ne prevede il recupero — e in spregio alla storia industriale della città. Il Piano integrato di intervento per la Snia prevede la demolizione: da due anni lo si trova in internet, nel sito di Risanamento spa, gruppo Zunino, uno dei proprietari dell’area: nonostante i vincoli del Piano regolatore, è scomparsa la fabbrica (vogliono mantenere solo il muro esterno e la torre lungo viale Montegrappa); sui due lati di una strada alberata si affaccerà una estesa area commerciale. Dunque i Rom non c’entrano, anzi ancora una volta sono le vittime, perché sono l’appiglio che giustifica le ruspe. Chi ci guadagna? Non la città, che perderebbe la sua più preziosa traccia di cultura materiale novecentesca. Ci guadagnerebbero i proprietari dell’area, che vedrebbero aumentare esponenzialmente la rendita dei suoli. I detentori sono più d’uno: fra gli altri, la Tradital di Luigi Zunino. Le intenzioni di proprietà e Comune sono chiare, almeno a partire dal settembre 2005, tre mesi dopo l’insediamento della Giunta Capitelli: criminalizzare i Rom per poi invocare «l’ordine la sicurezza e la legalità»; distruggere la storica fabbrica, far lievitare la rendita dei suoli e utilizzare una parte dell’area per costruire un centro commerciale, camuffato dal frazionamento. Ma c’è il problema dei vincoli e per risolverlo hanno evocato il pericolo di crolli. Il 19 luglio 2007 il sindaco è andato molto oltre i suoi poteri e ha ordinato lo sgombero e l’abbattimento di uno dei 4 fabbricati sotto tutela. Per l’urbanista Gregotti si tratta di edifici dal rilevante valore storico e architettonico; per la sindaca Diesse sono solo «capannoni da abbattere»!

Gli attacchi al patrimonio di tutti non si fermano alla Snia, perché stanno edificando su ogni zolla libera della città. Un comitato d’affari ramificato sta consumando territorio (un bene non riproducibile), peggiorando radicalmente il tessuto socioeconomico di paesi e città, a Pavia e altrove, cambiando la nostra vita, con l’inutile costruzione di ipermercati e quartieri dormitorio per ricchi. Chi ne ricaverà vantaggi? Ogni posto di lavoro in un ipermercato ne costa 4 nei negozi di vicinato che chiudono, con gravi disagi per tutti, in particolare per le persone anziane. Politici incapaci e affaristi rapaci vengono a dirci che tutto questo porterà vantaggi perché i prezzi caleranno. Chiudono i negozi sottocasa, peggiora la qualità della vita: ancora una volta a guadagnarci non sono i cittadini. Ora vogliono costruire un enorme ipermercato anche a Borgarello, a 4 chilometri da Pavia, a 2 dalla Certosa. Legambiente ha annunciato che lotterà «con ogni mezzo consentito per impedire lo scempio», e noi con loro. Sarebbe stata gradita altrettanta determinazione nell’affrontare lo «scempio» dell’ex area Fiat, nel parco Visconteo, di fronte al parco della Vernavola, avviata a diventare un ipermercato CarrefourGs da 11.000 mq e lo «scempio» delle continue varianti al Piano regolatore, che hanno trasformato in suolo edificabile centinaia di migliaia di mq di terreno agricolo, nonostante il decremento demografico, grazie al sistematico voto favorevole degli iscritti a Legambiente che siedono in Consiglio comunale (il sindaco Capitelli: «Per il boom edilizio non posso che essere felice»). Resta la pratica Snia, che prevedeva 3000 mq destinati a commerciale: ora sono diventati 9000, ma le carte della proprietà ne adombrano molti di più. Il “partito del mattone” vuole buttare giù tutto, anche le cornici dentellate, anche gli ornamenti e le archeggiature in cotto dipinto.

Epilogo

«Concediamo ai Rom 20 giorni di tempo per lasciare il territorio italiano». È l’allarmante grido di battaglia di un fantomatico Gruppo Armato Pulizia Etnica (Gape), che segue la rivendicazione del rogo di Livorno nel quale sono bruciati 4 bambini Rom. Alle nostre orecchie la frase è suonata famigliare. Massì, l’abbiamo letta sulla “Provincia Pavese” del 9 agosto: «Tutti i Rom via da Pavia entro 20 giorni». A sentenziarlo non sono stati i neonazi di Forza Nuova, ma il sindaco “di sinistra”. Come era prevedibile, quelli di Forza Nuova hanno inviato le loro congratulazioni perché «finalmente il sindaco Piera Capitelli ha preso le nostre posizioni». Rifondazione ha invece deciso l’uscita dalla maggioranza. Di sgombero all’ex Snia si parla ormai da mesi. Il 9 agosto le forze dell’ordine hanno cominciato con uno dei fabbricati abitato da circa 40 persone, che si sono trasferite nel sovraffollato edificio di fronte e nelle baracchine subito ricostruite all’aperto tra i ruderi. Il 24 agosto le ruspe mandate da questi teorici del soffocamento progressivo hanno abbattuto 8 baracchine. Alcune famiglie sono state costrette a passare la notte all’aperto. La manovra vorrebbe «togliere acqua ai pesci», e magari acuire le tensioni e la conflittualità interna, nella speranza che molti, esausti, decidano di andarsene. Ma i Rom della Snia hanno chiesto l’iscrizione dei minori nelle scuole di Pavia; molti hanno un lavoro e non intendono lasciare la città. Lo sgombero è stato rinviato a quando il sindaco avrà terminato l’elioterapia.

Hanno cacciato le persone e si sono tenuti i topi. All’alba di giovedì 30 agosto 2007, reparti delle Forze dell’ordine provenienti da Milano e da Genova hanno sgomberato l’ex Snia. Polizia e carabinieri hanno militarizzato la città e impedito nuovi insediamenti. Come dire: andate dove volete ma non fermatevi «nel mio cortile». Sotto una pioggia battente, i cittadini rumeni sono stati parcheggiati in piazzetta Maggi, senza assistenza. In mattinata si è tenuta una manifestazione spontanea per le vie cittadine fino a Palazzo Mezzabarba, sede del Comune. Lungo la strada hanno distribuito un volantino con le «raccomandazioni» del Commissario Ue per i diritti umani Alvaro Gil Robles e hanno gridato slogan come «Europa Europa», «No al razzismo», «Siamo cristiani anche noi», «Vogliamo solo esistere», «Chiediamo un lavoro umile», «Sciopero della fame». E così è stato, ma solo per gli uomini. I Rom chiedono una allocazione più umana, un poco di privacy famigliare e l’applicazione anche a Pavia delle indicazioni Ue sui diritti umani. Una risposta civile e nonviolenta all’inciviltà di chi ha abbandonato questa gente in mezzo a una strada e senza un riparo sotto il temporale. Le autorità avevano assicurato che le famiglie rumene della Snia una volta sgomberate avrebbero avuto un tetto sotto il quale passare la notte. Nel pomeriggio, la Protezione civile ha allestito una tenda collettiva ma l’hanno riservata a donne e bambini. Accetteranno il trasferimento in pochissimi; le donne preferiscono restare accanto ai loro mariti, all’aperto, nonostante la pioggia incombente. Poco dopo la mezzanotte la città torna sotto il temporale. L’aria si è raffreddata, il cielo è solcato dalla luce dei fulmini e dal fragore dei tuoni. La pioggia battente ha allagato la città. Una notte d’inferno. Il pantano di piazzetta Maggi simboleggia quello uguale e contrario nel quale si è arenata l’amministrazione pavese. Si credeva ad una pianificazione — magari segreta — del doposgombero. Invece hanno solo sperato che se ne andassero. Nel frattempo la Tradital di Zunino, pur di toglierseli di torno, ha offerto tramite la Caritas 250 euro (più 50 euro per ogni figlio) a chi avesse accettato di tornare in Romania. La risposta è stata semplice: «No, grazie, perché con quella cifra a Bucarest ci campiamo sì e no un mese». Lunedì 3 settembre le due tende di piazzetta Maggi vengono smontate. A sera il cielo minaccia di nuovo pioggia. Ora possiamo finalmente dirlo, sono proprio nomadi, basta guardarli: sporchi con i loro sacchi di vestiti, pronti a partire, mentre sui fornelli da campo improvvisati dentro enormi padelle cuociono le salsicce sul marciapiede — i nomadi dunque, accampati sui materassi dietro le transenne, con i volti tesi di chi, esasperato dalla precarietà protratta, dalle continue intimidazioni e dall’attesa, sta davvero mollando la speranza. Sono stanchi, accasciati, gli occhi vuoti.

Ma la loro odissea di giornata non è finita. Da piazzetta Maggi partono alle 20, stipati dentro un autobus e due pulmini. La colonna si mette in marcia verso la reazione sdegnata degli amministratori di Torre d’Isola e quella intollerabile di molti abitanti della residenza Cascina Santa Sofia, che non li vogliono sul loro territorio e che impediscono il passaggio della colonna. Qualcuno suggerisce la soluzione: «camere a gas, forni crematori». Alcuni abitanti hanno inscenato la protesta, Al grido di «noi siamo persone civili, fóra di ball», «Padania libera», «Si sente già la puzza», «Arrivano i ladri, noi paghiamo le tasse». I Rom di Pavia non si sarebbero fermati sul «loro» territorio; erano diretti a un poligono di tiro in riva al Ticino, un’area demaniale nel Comune di Pavia, infestata da erbacce, zanzare e topi. 70 bambini e 50 adulti avrebbero dovuto trascorrere la notte in quel posto: due ore fermi in mezzo ai campi, con 120 persone, Polizia e Carabinieri ad aspettare sui mezzi di trasporto e la gente che urlava «non fateli scendere». Poi la decisione di tornare verso Pavia,
con destinazione il parcheggio dello Stadio e la prospettiva di passare un’altra notte all’aperto. Una colonna di mezzi lunga un chilometro attraversa nuovamente la città, con i lampeggianti accesi, come quando si scortano tifosi violenti. Ancora l’attesa. Infine la decisione di ospitarli per la notte in una delle palestre del Palazzo dello sport. L’assessore ai Servizi sociali aveva il telefonino spento. Acqua e viveri li hanno offerti alcuni volontari. Due notti nella palestra, ad aspettare una soluzione. E mentre i Rom aspettano, il 5 settembre a Pavia Stefano Rodotà inaugura la seconda edizione del Festival dei Saperi con una Lectio Magistralis su “Nuova città e nuova democrazia”. Quello che sta succedendo a Pavia e a Bologna è paradigmatico, ha un valore e un significato più generale. Ci può indicare dinamiche e comportamenti futuri, lontani dalla civiltà giuridica alla quale apparteniamo: i Rom sono colpevoli di essere Rom.

Come in Mississippi Burning

Alla fine il sindaco di Pavia Piera Capitelli ce l’ha fatta: Pavia è sulle pagine di tutti i giornali. «Il Manifesto» (6 settembre) e «Liberazione» (8 settembre) dedicano alla città addirittura l’editoriale, e non sono complimenti. Tutte le famiglie Rom hanno avuto una allocazione provvisoria: 48 persone sono in un centro di accoglienza cattolico dalle parti di Pieve Porto Morone; 26 a Cascina de’ Mensi, tra Cura Carpignano e Albuzzano che il Prefetto ha sequestrato (hanno passato la notte senz’acqua, senza luce né cibo); 3 famiglie dimorano in alcune case abbandonate sotto sequestro a est della città; 10 sono sotto due tende in un oratorio. Ad Albuzzano, Pavia e cascina Gandina presso Pieve si sono viste scene degne di Mississippi Burning (Le radici dell’odio), con alcune famiglie Rom nella parte delle vittime di colore e i neofascisti di Forza Nuova, il sindaco di Pieve Angelo Cobianchi (Forza Italia) e il Presidente del quartiere Pavia Est Adelio Locardi (Ds) nella parte del Ku Klux Klan. Ad Albuzzano un manipolo di giovani neorazzisti ha bloccato la statale per Lodi all’altezza di Barona per poi raggiungere il cascinale, dove al buio e senza cibo vivono alcune famiglie Rom. Alle 23 squilla il telefonino: «Giovanni, vieni subito, qua fuori c’è gente cativa che vuole mazarci. Chiama tu la Polizia. I bambini piangono, abiamo tanta paura». Intorno alla cascina c’erano una trentina di ragazzi e due carabinieri: i soliti slogan, i soliti commenti. Dopo la mezzanotte i ragazzi si sono allontanati, chi in motorino chi a piedi. È il risultato di mesi e mesi di infamante criminalizzazione dei cittadini rumeni. Ovunque andranno i Rom pavesi troveranno le porte chiuse, anche se sono solo famiglie venute in Italia alla ricerca di un riscatto esistenziale, anche se sono l’unico popolo al mondo a non aver mai dichiarato guerra a nessuno. Marin Florin, quarantenne rumeno, con un filo di voce mi sussurra: «Giovanni, io sono venuto qui per guadagnare e mantenere la famiglia, non per mangiare gratis». Ad Albuzzano i Rom sono rimasti senza cibo e la corrente elettrica arriva da un generatore a benzina messo a disposizione dai ragazzi di un centro sociale autogestito, che insieme ad alcuni giovani della Margherita hanno anche portato da mangiare. Davanti ai cancelli di Cascina de’ Mensi i ragazzi di Albuzzano non sono più tornati. Hanno accolto l’invito del sindaco Margherita Canini, che governa l’emergenza dialogando con i volontari e con la Prefettura. Altra musica a Pieve Porto Morone, dove il sindaco Cobianchi ignora gli atti di vera e propria delinquenza dei quali ogni notte si macchiano alcuni suoi concittadini: lanciano sassi, petardi, addirittura mattoni, minacciano. I responsabili sono ragazzi di paese, gli stessi che ci insultano ogni volta che varchiamo il cancello della casa di accoglienza che ora ospita 36 Rom: erano 48 ma 12, terrorizzati, sono fuggiti dal retro e hanno raggiunto Pavia attraverso i campi. Tra loro c’erano tre giovani donne incinta e alcuni bambini. Altri 16 sono partiti il giorno dopo: hanno deciso di tornare in Romania accettando la proposta economica della Prefettura.

Criminali Perbene

La notte tra sabato 8 e domenica 9 settembre hanno quasi ammazzato un bambino. Samu dormiva quando un mattone, (uno dei tanti piovuti sulla Gandina) ha infranto i vetri della sua stanza. Gli aggressori agiscono al calare delle tenebre, tra le due e le cinque della notte quando i carabinieri tolgono il presidio. Sono animali, schegge impazzite di un mondo a parte dove i pistola dettano legge, la versione padana e annoiata dei razzisti dell’Alabama, dirimpettai delle gemelle di Garlasco, ragazzi che hanno smesso di tirare sassi giù dai cavalcavia e ora si avventurano nottetempo in temerarie spedizioni “punitive” contro donne e bambini, all’ombra delle bandiere neofasciste di Forza Nuova e della Lega Nord. Adulti che dopo la messa danno man forte all’assedio, o che partecipano al blocco stradale con i trattori. Agricoltori, ragazzi, criminali perbene che non hanno mai preso una contravvenzione ma che ora si dichiarano pronti ad «ammazzarli tutti».
A Pavia per mesi giornali e amministratori hanno enfatizzato la modesta «criminalità» della Snia (qualche furto nei negozi del quartiere, qualche bottiglia non pagata nei bar vicini) e gli inesistenti problemi per l’ordine pubblico. Quali parole usare ora di fronte a questi atti di banditismo xenofobo? Ho sentito bambini urlare di paura terrorizzati dalle grida di quei maiali ai quali mancava solo il cappuccio bianco sulla testa. Uomini donne e bambini fuggire tra i campi dopo una notte insonne illuminata dal bagliore dei petardi sotto il lancio di pietre e mattoni. Gridavano «Italiani non sono neri, andate a Napoli o in Calabria», «Vi sgozziamo tutti», «Puzzoni di merda», «Bestie schifose», «faremo di quella casa in un forno», «Zingari animali». Dove sta la civiltà cristiana o illuminista o liberale, dove sta la ragione? Da una parte la dignità di queste persone che non hanno scelto di essere lì, dall’altra le pulsioni forcaiole e razziste della cosiddetta “gente perbene”. Il Comune di Pavia ha dato in pasto la sua patata più incandescente ad alcuni comuni limitrofi generando questa indegna gazzarra che la Lega Nord ha definito «di popolo». Quale popolo? Sono atti di prevaricazione violenta, sia psicologica che fisica. Pavia e Pieve Porto Morone sono diventate la barzelletta d’Europa, «eroi per un istante», il tempo di un micropassaggio televisivo; dopo l’omicidio di Garlasco, dopo l’autorapimento di Bereguardo, in provincia di Pavia è ora la volta del linciaggio xenofobo di Pieve Porto Morone. Scandal Stan, 36 anni, cinque figli, racconta una notte di orrori. «Verso le due, due e mezza sono venuti e hanno buttato i sassi e i mattoni. Siamo morti di paura. Vieni a vedere, di sopra hanno spaccato i vetri, hanno buttato i petardi e le bottiglie e quasi ci ammazzano. Uno spavento da morire. È andata avanti tutta la notte, continuavano a buttare, sono tornati i carabinieri, che erano andati via, hanno guardato con le torce ma non hanno visto nessuno. Scappano e poi tornano. Hai visto fuori? Ci sono i mattoni che hanno tirato, i sassi e i vetri rotti delle bottiglie, un mattone ha sfiorato i bambini e la moglie di Leo, che se li prendevano in testa erano già morti. Te lo giuro Giovanni, la ragazza si è spaventata da morire e i bambini piangevano. Una cosa pazzesca mai vista nella mia vita. Buttavano sempre. C’erano solo due carabinieri, così pochi non credo che possano fare qualcosa. Vengono tutte le notti, però una volta hanno buttato i sassi anche se i carabinieri erano qui. Noi ci siamo rifugiati tutti insieme in una stanza senza finestre e siamo rimasti lì un’ora. Quando siamo usciti hanno cominciato a tirare di nuovo. Qua ci sono dieci bambini, per loro è stato uno spavento da morire, non lo so Giovanni. Erano ragazzi di vent’anni, insieme a degli adulti. Sono entrati anche in cortile da dietro, io e mio fratello siamo usciti e loro sono scappati, qui dietro è campagna. I carabinieri sono solo davanti all’ingresso. Dietro non c’è nessuno. Erano ubriacati, tiravano sassi, mattoni, hanno spaccato i vetri e dicevano che italiani non sono neri, vai a Napoli, in Calabria, te lo giuro!»

Quali sono i veri problemi del Paese? La mafia? La corruzione? L’evasione fiscale? Il disagio dei giovani che non trovano un lavoro stabile? No, i veri bubboni sono i lavavetri (un’emergenza nazionale, un «raket» da estirpare) e i nuovi migranti. A sinistra c’è un’emergenza, emergenza democratica. Chi sperava di vedere l’Italia libera da mafia e camorra per il momento si dovrà accontentare dei semafori. Chi predica la “tolleranza zero” sui costi della politica e chiede alle Procure e alla Guardia di finanza di svolgere accurate indagini patrimoniali su finanzieri rampanti e politici chiacchierati, dovrà prima aspettare che finiscano gli accertamenti sulla condizione economica dei Rom rumeni. Chi vorrebbe saperne di più sugli investimenti della mafia in città come Pavia e sull’enorme quantità di denaro contante in circolazione non perda tempo a cercare queste notizie nelle pagine della cronaca locale e nazionale, hanno altro di cui scrivere. Il triangolo del belpavese è lo specchio del belpaese e della politica che ha smesso di governare. Il linciaggio continua con la “benedizione” di Lega Nord, di Forza Nuova e del Partito Democratico, neopartito xenofobo di massa, che combatte i poveracci invece delle povertà, e li ha trasformati nella valvola di sfogo «delle nostre inquietudini, della nostra insicurezza, del nostro disagio verso i problemi autentici». La destra italiana manovra attraverso l’inganno dell’immaginario e facendo leva su paure e insicurezze ataviche, spesso con la complicità dei media. Purtroppo, le cose non migliorano a sinistra: un sindacato che rincorre queste insicurezze e queste paure; i partiti che mutuano i contenuti della destra invece di governare le emergenze e le contraddizioni sociali — cosa che dovrebbe costituire la ragione e la legittimazione della loro esistenza — usando, come se non bastasse, un linguaggio “progressista” svuotato di ogni significato, o che navigano a vista dentro l’orizzonte autoreferenziale dell’interesse particolare. L’odio simbolico scaricato su zingari e lavavetri porta consenso a buonmercato ma imbarbarisce la società e la espone al rischio di derive autoritarie. Da molto tempo la politica ha smesso anche solo di fingere di governare l’economia (mentre è vero il contrario), incapace com’è di affrontare persino i problemi più piccoli. E domani? Cosa succederà quando l’impatto di questi stessi problemi sarà venti cento mille volte più pesante? Entro qualche decennio, le mutazioni ambientali e climatiche determinate in gran parte dall’uomo e dalle sue logiche dominanti, lo scioglimento dei ghiacci già in corso, il surriscaldamento dell’atmosfera e dei mari e il loro innalzamento potranno provocare migrazioni di dimensioni bibliche, con effetti a catena. Le emergenze future riproporranno il tema della compatibilità tra umanità e sicurezza dei singoli gruppi umani. Destra e sinistra non c’entrano, c’entrano invece responsabilità e lungimiranza. Cosa sta facendo e cosa farà la politica? Si attrezzerà per governare questi conflitti oppure — come sta avvenendo nel piccolo laboratorio di Pavia — cercherà di ridurli a un «problema d i ordine pubblico» da risolvere con l’intervento della Polizia e dell’Esercito, e con la deportazione dei nuovi miserabili? Per la politica non c’è via d’uscita: o ritrova una ragion d’essere oppure non può che abdicare e lasciare il campo all’opzione militare. Il dilemma — enorme — si lega al futuro della democrazia.

Nel luglio scorso, ad una riunione de «Il primo amore», Antonio Moresco ha lanciato un’idea provocatoria: togliamo la maschera a questa politica e costringiamola a guardare in faccia la realtà e a riconquistarsi una legittimità. Alle prossime elezioni, invece di decine di simboli di partiti e partitivi espressione di piccoli gruppi dirigenti eterodiretti che si battono solo per la propria sopravvivenza, si stampino sulla scheda elettorale i nomi e i simboli di Vaticano, Massoneria, Banche, Confindustria, Cooperative, Med iaset, Forze armate, Polizia, Carabinieri, Servizi segreti, Mafia, Camorra… Su quelle locali basterà aggiungere il logo di qualche palazzinaro, tanto comandano loro. Se non altro ne guadagnerebbe la chiarezza.

Dopo l’allontanamento dei Rom da Pavia il sindaco Piera Capitelli disse che «la città ha voluto così». La risposta si è avuta sabato 29 settembre 2007. Duemila persone in corteo per le vie della città a dire «no al razzismo» e a ogni altra forma di discriminazione. In una città che si credeva governata da un sindaco di sinistra lo slogan più gridato è stato «Piera razzista sindaco leghista», seguito da «casa lavoro sanità sono diritti umani non sono carità». A fine corteo, in piazza, hanno parlato la peruviana Carmen e i rumeni Ciurar e Leonardo. Carmen Silva era tra i volontari che sono intervenuti all’ex Snia. Nel luglio scorso ha fondato una cooperativa sociale che darà lavoro a donne immigrate, anche Rom e rumene, dopo un corso formativo di 110 ore (40 delle quali remunerate). Lo stage per baby sitter si terrà nei locali del Centro sociale autogestito Barattolo; il corso di alfabetizzazione sarà ospitato nel vicino oratorio di San Raffaele. Pavia deve ora misurarsi con la diaspora dei Rom locali, cacciati dalla città e dispersi per valli e paesi della provincia e anche oltre. Leonardo è andato a Naguarido, in Valtellina. Un mese fa viveva tra i topi alla Snia, poi l’hanno parcheggiato con la madre tra le serpi di Cascina de’ Mensi, un luogo peggiore dell’ex fabbrica. Tornare in Romania? Neanche a parlarne. Così Leo ha preferito accettare il trasferimento nel rustico tra i monti. A Cascina de’ Mensi è rimasto solo Dumitru, con la giovane compagna e quattro figli che devono andare a scuola, ad aspettare una nuova allocazione, che ancora una volta non sarà facile trovare. La sorella Gheorghita vive da reclusa con il marito Scandal, 6 figli e altre 2 famiglie a Cascina Gandina (18 persone); sono senza gas e senza legna da ardere e di notte piovono pietre, petardi e insulti su 10 bimbi per i quali l’obbligo scolastico esiste solo a parole. Dei 140 Rom sgomberati all’ex Snia, a Pavia e dintorni ne sono rimasti soltanto 52. Ciurar Udila detto Natalino e altre 10 persone dormono precariamente in un cascinale periferico freddo e senz’acqua a est della città. Entro un mese dovranno sgomberare. Ogni giorno Natalino bussa a qualche porta in cerca di una casa e di un lavoro. Due giovani madri che ora vivono in un centro di accoglienza cattolico, si prostituiscono nelle ore diurne per dare un pasto caldo ai loro figli. Qualche giorno prima dello sgombero Lucica era andata in Romania a prendere il figlio maggiore. Tornata a Pavia, ha dormito per tre notti sulla panchina di un giardino pubblico, insieme ai figli di 5 e 9 anni. Constantin Claudiu è finito in carcere e mi ha scritto questa lettera: «Ciao Giovani sono io Claudiu. Mi scusi che ti scrivo e che sono finito così. Ti chiedo solo di aiutare mia moglie di prendere una casa e di farla lavorare così potro usire in aresti domiciliare. Giovani none la mia colpa eravo ubriaco i bambini avevano cominciato la scola e avevano bisognio di libri di zaini e tuto altro io non avevo soldi dovevo andare a rubare che non avevo ne anche una lira così o dovuto andare a rubare Giovani. Il avvocato mia chiesto una dichiarazione o un foglio da un datore de lavoro che lui e dacordo coando iesco in aresti domiciliari mi da un posto di lavoro così chedo di farmi un favore di trovarmi colcuno mi faresti un grandissimo favore così potrai iesere vecino ai miei bambini. Giovani conto su di te che tu sei la mia salveza no lo so se o scrito bene io lo scrito come o potuto. Ti saluto Giovani mie tanti saluti aspeto la risposta Constantin Claudiu».

(Settembre 2007)

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