Riforma o disforma della scuola?

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Nei giorni scorsi direfarebaciare ha ospitato un ampio intervento di Paolo Ferloni sulla renziana riforma della scuola. All’amico professore replica ora Francesco Rubiconto, preside dei licei Cairoli e Foscolo di Pavia. A seguire, la risposta di Ferloni.

Carissimo Prof. Ferloni,
non entro volutamente nel merito dell’articolo pubblicato perché un confronto serio su una materia così complicata richiederebbe tempi e luoghi diversi ma mi permetto (essendo in completo disaccordo con la sua analisi) di proporre due sole domande:
1. È serio citare il CNEL come fonte di dati sapendo che è un organismo lottizzato (ed anche caro considerando cosa prendono a cranio i membri di tale organismo) da sindacati e “corpi intermedi” non rappresentativi né degli interessi dei lavoratori né di quelli del nostro paese? E’ serio citare il CNEL che in 50 anni non ha fatto niente di niente in tema di lavoro sottraendo allo stato italiano solo risorse per dei privilegiati nullafacenti?
2. Perché in Germania o in Olanda (e mi fermo qui per non tediare i lettori) i presidi hanno molti più poteri dei dirigenti scolastici italiani e nessuno si sogna di chiamarli sceriffi? E quando si parla di sceriffi non sarebbe meglio concentrarsi sui migliaia di dirigenti, nominati dai politici su raccomandazione dei sindacati, che senza aver fatto alcun concorso pubblico, amministrano ASL, ASM, società a partecipazione pubblica ecc. ecc.? Dobbiamo quindi pensare che in quasi tutti i paesi d’Europa vi siano regimi autoritari?
Personalmente preferisco questa riforma a quella Gelmini. Io continuo a pensare che dare poteri a tutti senza definire precise responsabilità personali non sia di sinistra ma di destra.
Da una persona di sinistra che ho sempre stimato mi sarei aspettato il ricorso alla corte costituzionale non contro questa riforma ma su ben altro.
 Ad esempio lo spoil sistem applicato alle nomine dei dirigenti pubblici.
Mi sarei aspettato un ricorso alla corte costituzionale sul costo delle pensioni di dirigenti sindacali come quella assegnata al signor Bonanni della CISL.
E così, mentre la Gelmini licenziava docenti ed ATA senza che il sindacato proclamasse un solo sciopero, oggi abbiamo dei nuovi assunti grazie al dittatore Renzi.
E questo, in verità, è l’unico punto che mi lascia perplesso sulla riforma. Personalmente non avrei mai assunto in massa 70mila docenti. Avrei imitato la Finlandia, paese nel quale la selezione per diventare insegnanti è spietata (con percentuali di promossi bassissima).
Le sembrerà strano ma come preside sceriffo la cosa che ho più a cuore, ogni giorno dell’anno, è la buona preparazione ed il benessere dei miei studenti/esse.
E perché questo possa accadere c’è bisogno di ottimi docenti non di insegnanti incompetenti.
 Perché se è possibile trovare presidi incompetenti nelle stessa misura è certamente verificabile la presenza nelle scuole di docenti incapaci che non possono e non devono fare questo mestiere.
Prima o poi occorrerà che Lei e tutti gli intellettuali di sinistra ci diciate se questi docenti incapaci hanno il diritto di stare in cattedra danneggiando gravemente anche lo sviluppo psicologico oltreché culturale dei nostri studenti/esse.
E questa affermazione viene da un dirigente sceriffo che si pregia di avere nella sua scuola docenti di elevatissima capacità.
Mi creda prof. Ferloni non se ne può più del populismo di destra e di sinistra.
Perché dopo Renzi nel nostro paese non ci sarà De Gasperi o Berlinguer ma Salvini e Grillo.
 E lei, come me, non vivrà molto bene se al governo ci saranno questi due grandi statisti.

Cordialmente
Francesco Rubiconto

Caro Preside Rubiconto, grazie del commento.
Sorvolando su alcune sue imprecisioni, non vedo nella sostanza di esso alcun «completo disaccordo» con quanto scritto da me. Sul fatto che nelle strutture dello Stato italiano è necessario che prestino servizio persone competenti e oneste, scelte mediante pubblici concorsi trasparenti, siamo in pieno accordo. Per quanto mi riguarda, non credo che docenti incapaci abbiano «diritto di stare in cattedra», né che alcun altro tipo di personale inetto o corrotto abbia diritto di occupare funzioni in enti pubblici in generale.
La mia riflessione (scritta il 20 Luglio anche se apparsa sul blog oltre un mese dopo) intendeva non tanto svolgere un’analisi della legge 107/2015, quanto tracciare una prima lettura di essa allo scopo di capire se le richieste di abrogazione avanzate il 17 e 18 luglio si presentassero con qualche probabilità di essere accolte. Infatti avevo visto sulla stampa i primi commenti a caldo di giornalisti e anche sindacalisti e insegnanti afferenti ad aree della sinistra, tutti molto contrari nel merito ma per me insoddisfacenti. Costoro sembravano non aver letto davvero il testo integrale della legge, né mostravano di saper correlare i commi di essa viziati da presunta incostituzionalità con gli articoli della Costituzione eventualmente non rispettati. Però erano tutti schierati per l’abrogazione.
Ho detto che non mi pare intelligente né tecnicamente né politicamente sostenere le due richieste. Ma colgo qui l’occasione per precisare che se qualcuno mi chiederà di firmarle lo farò, perché riconosco e sostengo il diritto del cittadino alla verifica di costituzionalità di ogni legge.
Alle sue due domande retoriche sul CNEL rispondo tranquillamente che sì, per me è molto serio citare l’ultima Relazione al Parlamento «sui livelli e la qualità dei servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni» del dicembre 2014, perché il CNEL ogni anno ne produce una, e il capitolo sulla scuola (2.1.5, da pag. 269 a pag. 345) contiene dati corretti. Bene fa il CNEL ogni anno a produrre la sua Relazione annuale. Non so se il CNEL sia lottizzato, come Lei afferma. So invece che si è interessato sistematicamente del tema del lavoro in Italia. Sono punti non rilevanti. So che le Relazioni occorre leggerle, prima di parlarne. So per certo che qualunque cosa il CNEL faccia, e qualunque relazione seria abbia prodotto nei decenni, la maggioranza dei politici, parlamentari e membri di governo non avrebbe tempo né voglia di leggerla, cioè sarebbe inutile per loro. La Costituzione non obbliga nessun cittadino ad essere all’altezza di ciò che egli pretende dalle istituzioni, e anche i prodotti intellettuali migliori in questo Paese cadono spesso nel dimenticatoio.
Così è finora caduto nel vuoto in Europa – non solo in Italia – l’esempio della buona organizzazione educativa della Finlandia, opportunamente citata nel suo commento. Non mi risulta, per esempio, che sia stato tradotto in italiano il brillante e prezioso libro di Pasi Sahlberg (Finnish Lessons, Teachers College, Columbia University, pagg. 168, New York 2011). D’altronde la Finlandia, come numero d’abitanti, rappresenta poco più di mezza Lombardia: non mi pare che vediamo, in Lombardia, numerosi intellettuali, insegnanti e dirigenti scolastici desiderosi di prendere lezioni dai buoni finlandesi, le cui scuole risultano fra le migliori del mondo, nonostante siano impiantate a latitudini, in paesaggi e condizioni geografiche meno favorite, anzi decisamente ostili.
Però la lezione più vera e interessante che ci danno i Paesi nordici è il funzionamento orizzontale della loro democrazia, anche nelle scuole. Da noi la disforma Renzi persiste nel configurare una scuola e quindi una democrazia verticale, con ruoli forti e deboli, come se vivessimo prima della rivoluzione francese. Se fossi insegnante farei leggere ai ragazzi il bel libro di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo Le regole raccontate ai bambini (pagg. 124, Feltrinelli, Milano 2010) per avviarli a capire come e perché tutti, studenti, insegnanti, dirigenti e ministri siamo uguali in dignità e diritti come cittadini di questo Paese e del mondo.
Con viva cordialità e l’augurio di un prossimo anno scolastico sereno,

Paolo Ferloni

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