Ci siamo dimenticati di Aylan?

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di Fabio Chiusi*

«…senza immagini non siamo capaci di commozione, empatia, umanità. Ma è una tirannia sciocca, quella delle emozioni» come se senza «la catastrofe umanitaria in corso fosse legittimata a non esistere». Assolutamente da leggere e meditare questa riflessione di Fabio Chiusi sulla “Provincia Pavese” di stamane. (G.G.)

La foto che doveva “cambiare tutto” non ha cambiato nulla. Quanti altri Aylan devono morire perché finalmente ce ne si renda conto?
Quattro bambini sono morti nelle scorse ore, tra i 22 profughi inghiottiti dal mare in Turchia; altri 14 domenica, nell’Egeo. Vanno ad aggiungersi ai 2.900 migranti deceduti nel Mediterraneo quest’anno, di cui il 15% bambini. Loro non avevano cambiato niente: o sono venuti male, oppure significa che senza immagini non siamo capaci di commozione, empatia, umanità. Ma è una tirannia sciocca, quella delle emozioni. Specie se si somma ai comandi dell’indignazione “virale”, che circola e ingrossa di post in post sui social media, tra un meme di Aylan in una culla immaginaria e un flash mob in cui i manifestanti sono vestiti come Aylan morto, stesi faccia a terra sulla sabbia allo stesso modo, come se senza quei dettagli la catastrofe umanitaria in corso fosse legittimata a non esistere. E non solo nelle nostre coscienze. Molti, nei giorni scorsi, hanno giustificato l’uso mediatico di quella fotografia terribile dicendo: «Ora la politica non può più tacere». Prima, invece, poteva? E perché mai ora che ci siamo tutti indignati per Aylan – che continuiamo a chiamare così anche se il suo vero nome è Alan: i simboli non si correggono – la classe dirigente europea dovrebbe cambiare radicalmente atteggiamento? Il dramma è lo stesso che per mesi ha provocato stragi in mare, e ben documentate. Se allora si parlava di numeri invece che di persone, e di barriere invece che di accoglienza, davvero siamo disposti a credere che basti una fiammata di orrore digitale per portare la prospettiva di migliaia e migliaia di profughi alle porte al di fuori della logica della paura? Davvero è una condivisione online o un comizio con Aylan steso alle spalle – come quello di Matteo Renzi alla festa dell’Unità, a Milano – a poter contrastare i pregiudizi e le menzogne razziste che hanno avvelenato l’intero dibattito sulla questione migranti in tutto il continente? Magari fosse così semplice. Invece non lo è, come dimostra il fatto che nei dieci giorni che ci separano dalla commozione collettiva a social network e reti unificate abbiamo registrato una serie infinita di buoni propositi, ma risultati scarsi – a partire dal fallimento sulle quote obbligatorie. Di fronte a un problema le cui cause e radici sono intatte e inaffrontate, c’è da giurare sia una pessima scelta politica. Ammesso lo sia: la politica è visione, si stende nel tempo. Non è tanto questione di che fare di quell’immagine, se pubblicarla o meno: è che significato vogliamo attribuirle. Se è un documento storico, una testimonianza, allora ha un valore. Se invece assurge a simbolo, e tutti i bambini diventano Aylan, stiamo semplicemente consentendo alla nostra società dell’immagine di sedurci con la sua pornografia consolatoria. Quella foto, ha detto l’inviato speciale Onu per l’immigrazione, Peter Sutherland, «è un atto d’accusa verso la nostra classe politica»; vero, ma è anche una paradossale rimozione di molti altri atti d’accusa. A partire da quello originario: essere stati per anni immobili a guardare mentre oltre 200mila persone perdevano la vita nella guerra civile siriana. Nata, è bene ricordarlo, con un’altra panacea virale: la retorica delle “primavere arabe”. Ora sappiamo dove tutte quelle riduzioni di comodo vanno a finire: in morti che ci indignano senza cambiare nulla.

* “La Provincia Pavese”, 17 settembre 2015

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