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Tedesi fermato ai box
di Giovanni Giovannetti

La sospensione del direttore generale di Asm Claudio Tedesi sancisce che Massimo Depaoli e i nuovi vertici di via Donegani stanno facendo sul serio.
Sui motivi ne sapremo di più a ore, ma si dice che del gioco (di squadra o meno) a chi nell’azienda era più abile nel far fessi gli altri, il direttore generale – di bell’aspetto, modi gentili e alto profilo professionale, nonché assunto in Asm nonostante un acclarato conflitto di interessi – fosse l’ignaro playmaker. Altre fonti alludono ai mancati controlli, e non solo sul delirante traffico di capitali Asm e Asm Favori tra la Lombardia e l’Emilia. Vero? Falso? Presto sapremo.
Claudio Tedesi è persona facoltosa. Figurava infatti al 999° nella classifica degli uomini più ricchi d’Italia. Il Lodigiano era anche vicepresidente di Linea Group Holding e titolare della Globo service Spa-Studio Tedesi, società specializzata in ingegneria ambientale, ramo bonifiche. Tra i suoi molti incarichi ricorderemo la direzione dei lavori di bonifica all’ex Fibronit di Broni su mandato della Broni-Stradella Spa e dell’omonima “ex” di Bari, nel 2006.

Bonifiche e bonifici

Alto profilo professionale, sì, e più d’un incidente di percorso. Infatti il direttore generale di Asm Pavia venne persino arrestato il 22 gennaio 2014 a Roma a seguito dell’indagine Black Smoke – coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano – sulla bonifica dell’ex Sisas di Pioltello.
Nelle carte dei magistrati milanesi che hanno indagato sull’ex Sisas e su Santa Giulia a Milano, quartiere Rogoredo, il nome dell’abelliano Tedesi è tra quelli che ricorrono con maggiore frequenza: associato a Giuseppe Grossi o a Luigi Zunino (il “Berlusconi rosso”, che a Pavia possedeva la parte monumentale dell’ex Snia) emerge carsicamente da molte pratiche di bonifica delle maggiori aree dismesse, non solo localmente. Ad esempio, la citata ex Montedison di Rogoredo, nonché l’ex Sisas, di cui Tedesi ha diretto i lavori di bonifica. Ad esempio, l’ex zuccherificio di Casei Gerola – 500mila mq – di cui Grossi (a cui leggiadramente Rosanna Griboldi in Abelli dilavava i fondi neri in banche monegasche) era proprietario attraverso la Sadi, proprietà condivisa con Mario Resca (l’ex amministratore delegato della McDonald’s Italia, amico di Paolo e Silvio Berlusconi, direttore generale del Ministero dei Beni Culturali) e prima ancora condivisa a lungo con il clan ‘ndranghetista dei Mazzaferro; ma anche la bonifica della Zeta Petroli tra Albaredo e Campospinoso. C’è poi la chiacchierata discarica per rifiuti speciali di Verretto, presso cui hanno operato società di Grossi insieme a società del gruppo Ecodeco.
A Pioltello pagava lo Stato, ovvero noi. Dopo il fallimento della Sisas, Grossi acquista una parte dei terreni accollandosi l’onere della bonifica che il fido Tedesi certifica in 120 milioni di euro; altri “esperti” indicano in 19 milioni il valore fondiario. Tutto sembra filare liscio, fino a quando un creditore della Sisas, il gruppo Air Liquid, decide di vederci chiaro. Si scopre così che per bonificare l’area poteva bastare meno della metà della cifra indicata da Tedesi; e circa 40 milioni per i suoli: il valore sale a 94 milioni se si tiene conto delle varianti urbanistiche già approvate! Da 19 milioni si sale a 94: sono cifre lontanissime. Com’è possibile? La risposta è contenuta in alcune intercettazioni, dalle quali emerge che il curatore fallimentare della Sisas Vittorio Ottolenghi, ufficialmente garante dei creditori, in realtà agiva nell’esclusivo interesse di Grossi.

Santa Giulia

Tedesi venne indagato dalla Procura milanese anche per la bonifica di Santa Giulia (rinviato a giudizio, reati infine estinti in prescrizione), là dove l’ingegnere abelliano aveva certificato l’avvenuta bonifica dell’area, progressivamente «diventata una discarica abusiva della ’Ndrangheta» (Paolo Biondani, l’Espresso, 1° marzo 2011). Le “scorie cancerogene” sono state infine scoperte dai tecnici dell’Agenzia regionale protezione ambiente (Arpa), su mandato dei pm: «Ma nessuno potrà più fare nuove indagini: dal dicembre 2010 il direttore dell’Arpa (un fedelissimo di Nicola Sanese, l’ex eminenza grigia del Pirellone) ha tolto ai tecnici tutti i poteri di polizia giudiziaria». Detto altrimenti, d’ora in poi i tecnici dell’Arpa dipenderanno esclusivamente dai loro superiori – di nomina politica – e i reati ambientali andranno riferiti al capoufficio, che a sua volta ne parlerà al capo dipartimento, che poi informerà il direttore generale e così via, senza più l’obbligo di segnalarli direttamente alla Procura. Una “centralizzazione burocratica” senza alcuna legittimazione funzionale, «se per funzianalità si intende la capacità di Arpa di esercitare con efficacia i controlli, scovare abusi e reati e perseguire i colpevoli. Piuttosto risponde alla logica di controllare i controllori» (Ivan Berni, “la Repubblica”, 10 gennaio 2011). E non per caso nell’inchiesta Black Smoke figurano indagati numerosi dirigenti Arpa. Secondo gli inquirenti, nottetempo Valle Giulia veniva anche usata come discarica abusiva da gruppi mafiosi (lo puntualizzano le indagini del Dipartimento distrettuale antimafia); questi smaltimenti illeciti hanno anche provocato l’avvelenamento della falda acquifera sottostante.

Sif Furfurolo

A Valle Lomellina e dintorni lo stabilimento della Sif Furfurolo era popolarmente chiamato «Vietnam». Quando si alzava il vento, le ceneri della lolla avvolgevano il paese in una nuvola di silice nera, non bella da vedere, e ancora meno bella da respirare.
La morte della fabbrica ha lasciato in eredità il terreno devastato dalle rimanenze di testa e di coda del furfurolo, sostanza molto inquinante e pericolosa per la salute, per la presenza dei fenoli. Finisce tutto (…quasi tutto) dentro a un migliaio di bidoni, messi a marcire in fosse abusive scavate nei terreni della fabbrica e nei campi circostanti. Un disastro: in breve tempo, i bidoni corrosi rilasciano i veleni che vengono assorbiti, fino a contaminare persino la prima falda acquifera.
La Regione Lombardia finanzia la bonifica. Ma in superficie rimangono le ceneri della lolla – un sottoprodotto della lavorazione del riso – altrettanto pericolose, perché contengono residui di furfurolo e di fenolo. Così la Regione interviene per la seconda volta, finanziando l’opera di asportazione delle ceneri.
Per questa bonifica, sarebbero bastati 1.250.000 euro e pochi mesi di lavoro; e invece la Regione Lombardia ne ha deliberati ben 14.500.000, dodici volte tanto, e molti anni di lavoro, con il beneplacito della Provincia e del Comune di Valle.
Da Valle  a monte sono in molti a porsi domande, o ridacchiare e darsi di gomito: le carte sembrano a posto ma… conti alla mano, la bonifica di un’area, il cui valore fondiario non arriva a 2 milioni di euro, verrà a costare più di 30 milioni, 65 miliardi delle vecchie lire! Sì, perché dopo il fallimento della S.i.f., quindici anni fa la Regione era già intervenuta con 37 miliardi di lire. Una storia nota solo in parte.
Dei quattro progetti presentati il più costoso prevede la sostituzione delle ceneri e del terreno inquinato con terra buona di cava (preventivo: euro 16.000.000). Il secondo si ripropone la trasformazione delle ceneri in mattonelle (le “bricchette”), e il successivo ripristino del terreno (euro 14.500.000). La terza soluzione richiede una discarica impermeabile sul posto (euro 9.100.000). Infine, la quarta: un’economica messa in sicurezza delle ceneri e dei terreni in loco, rendendo il suolo impermeabile, con una copertura di cemento o asfalto, a impedire il dilavamento (euro 1.250.000).
Nel dicembre 2005 la Conferenza dei Servizi approva a maggioranza la seconda soluzione, con il voto contrario dell’Arpa che aveva sostenuto il progetto più economico.
Secondo Claudio Tedesi dello Studio Tedesi/Pavia Innovazione  – incaricato della progettazione – la semplice messa in sicurezza di ceneri e terreno avrebbe comportato una discarica realizzata al di fuori delle norme di legge, e senza sufficienti garanzie ambientali. Secondo Sandro Assanelli (all’epoca funzionario dell’Arpa) questa soluzione, oltre ad essere la più economica, avrebbe garantito la salvaguardia dell’ambiente.
I conti non sembrano tornare: viene accolta la proposta onerosa, vengono accolte le obiezioni avanzate dal progettista, e si disdegna invece il parere dell’Arpa, che è l’organismo tecnico al di sopra delle parti.
Lo Studio Tedesi/Pavia Innovazione, per il progetto ha percepito 700.000 euro, il 5 per cento del costo della bonifica. A quanto somma il 5 per cento di 1.250.000 euro?

Altre imprese

Nel Pavese, oltre alla direzione generale a tempo indeterminato di Asm Pavia (e fino al luglio 2010 assolve a un analogo mandato presso Asm Vigevano, collaborazione interrotta alle prime notizie dell’indagine), ha svolto mansioni tecnico-amministrative all’inceneritore di Corteolona e l’incarico per la bonifica della ex Rivol a Spessa Po.
Poco più a nord, Tedesi è stato anche progettista e direttore della bonifica ex Saronio presso Melegnano e di quelli – interminabili – alla Omar di Lacchiarella, costati 30 miliardi e 690 milioni delle vecchie lire. Qui, il 13 aprile 1998 esperti ecovandali nottetempo allentarono le valvole di sicurezza di due serbatoi dell’ex raffineria in fase di bonifica e ben 250 tonnellate di reflui tossici andarono a inquinare la roggia Ticinello e i terreni circostanti.
Sull’operato dell’ingegnere è lapidario Paolo Ferloni di Italia Nostra: «Tedesi uno dei massimi esperti di rifiuti del nostro inquinato Paese? Certo è che la magistratura lo arresta come esperto sì nel vasto campo dei rifiuti, ma esperto in truffe e bonifici, non di bonifiche». Nel ricordare il sodalizio tra Tedesi e Grossi (morto «provvidenzialmente» dopo un’operazione cardiochirurgica a Pavia l’11 ottobre 2011, dal quale l’ingegnere «sembra aver ereditato qualche attività o affare, oltre all’abilità nel far sparire rifiuti») Ferloni si domanda: «Se si fosse fatta l’autostrada Broni-Mortara sarebbe stato pronto (come l’imprenditore Pierluca Locatelli di Bergamo con la BreBeMi) a guadagnare per seppellirli sotto all’alto terrapieno del progetto? E a Castelletto di Branduzzo cosa mai avrebbe previsto per cancellare l’imbroglio delle decine di migliaia di tonnellate di pneumatici abbandonati nel recinto della famigerata Ecogomma, più volte da chi scrive denunciata, per conto di Italia Nostra – ma inutilmente – alla Procura di Voghera, il cui Procuratore non se ne accorgeva?»

Asm Pavia

Dal 19 ottobre 2011, per due anni il Consiglio di amministrazione di Asm Pavia si era illecitamente raddoppiato gli emolumenti in forma di “rimborsi spese” mensili: una decisione che spettava all’ignara Assemblea dei soci, e non al Cda. La delibera non prevede “pezze giustificative” né per i consiglieri né tanto meno per presidente e direttore generale, ma la semplice sottoscrizione di un “report di trasferta”. Sono a parte altri benefit. Conti alla mano, in meno di due anni il presidente Giampaolo Chirichelli si è rimborsato 52.500 euro (30.000 euro il consigliere Luca Filippi). E sono denari dei contribuenti, poiché Asm è controllata al 95,7 per cento dal Comune di Pavia.
Sono poi emersi altri pubblici esborsi altrettanto illeciti, poiché il presidente di Asm Giampaolo Chirichelli e il direttore generale Claudio Tedesi avrebbero lucrato anche con la carta di credito aziendale. Alle diarie a forfait e ai premi dovremmo dunque sommare quest’altra indebita appropriazione, denari solo in parte restituiti all’azienda (ma non erano passati al forfait per darsi «un tetto»?). Dall’ottobre 2011 a oggi Chirichelli avrebbe usato la carta di credito Asm «per un importo complessivo di euro 11.679,25 così suddiviso: anno 2011, euro 1.129,06; 2012, euro 5.458,97; 2013 euro 5.091,25». Ma – ahi ahi ahi – dal compenso forfetario risultano detratti solo 5.947,73 euro.

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