Tangentisti anonimi

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Nel raccontare a Maria Fiore il “sistema tangenti”, l’imprenditore o ex imprenditore edile Alberto Brera (indagato sugli appalti in Università; è tra chi ha incastrato l’assessore regionale Mantovani) in fin dei conti ci rivela che l’acqua è bagnata e che, sì, anche a Pavia si paga, anche adesso si paga. Ma fa egualmente una certa impressione leggere le sue parole, oggi, sul quotidiano locale. In tempi più che sospetti qualcuno in città scrisse e parlò di “sistema Pavia”; altri invece negarono (l’ex sindaco Pupo tra i negazionisti). E domandiamoci com’è… (G. G.)

«Io le tangenti le ho pagate e vi spiego come funziona»
di Maria Fiore*

«La corruzione negli appalti pubblici si basa su un sistema delle tangenti consolidato. Un sistema di cui le imprese sono complici. Non è facile uscirne, ma non è nemmeno impossibile. Da dove si può iniziare? Cominciando a raccontare. È l’invito che rivolgo anche ai miei colleghi». Alberto Brera, 57 anni, imprenditore di Pavia, dà l’impressione di sapere bene «come funziona». I magistrati di Pavia gli contestano di avere pagato tangenti a funzionari pubblici nell’ambito degli appalti dell’università, ma l’imprenditore è stato anche sentito, come testimone, dai magistrati di Milano nell’indagine che ha portato in carcere l’ex vice presidente regionale Mario Mantovani, e in particolare per i rapporti con l’ingegnere del Provveditorato alle Opere pubbliche Angelo Bianchi, arrestato con il politico.

Brera, lei dice che gli imprenditori conoscono bene il sistema delle tangenti perché le pagano. Sa che le sue parole scateneranno molte polemiche?

«Voglio subito precisare che io non accuso nessuno e non sono mosso da sentimenti di rancore, né nei confronti dei funzionari pubblici né verso i miei ormai ex colleghi».

Quando ha deciso di uscire allo scoperto ammettendo di avere pagato tangenti?

«Quando gli inquirenti stavano indagando sul mio fallimento, che peraltro avevo chiesto io stesso perché volevo chiudere con un certo mondo, sapevo che mi sarebbe stato tolto ogni bene, come prevede la legge, ma non potevo più continuare. Da allora la mia vita è cambiata, perché non posso nemmeno aprire un conto corrente. Ho perso tutto, anche gli amici».

Lei è rimasto coinvolto anche nel caso delle presunte tangenti per i lavori all’università a Pavia.

«Durante la mia deposizione mi sono accorto che le indagini su di me riguardavano anche queste presunte tangenti. In quel momento ho deciso di raccontare come operava la mia impresa. Sentivo di dovermi assumere le mie responsabilità e aiutare le indagini».

Le sue parole sono arrivate fino in procura a Milano. Alcuni nomi, come quello di Bianchi, sono anche trapelati dalle carte dell’indagine su Mantovani. Ha fatto altri nomi di funzionari?

«Di questo non parlo, perché c’è il segreto istruttorio».

Parliamo della sua ditta. Lei faceva solo lavori in università?

«No, la mia ditta lavorava per enti pubblici di diverso tipo. Ho ereditato l’impresa da mio padre, che nel passaggio di consegne mi ha anche spiegato come questo mondo funziona».

E come funziona?

«Diciamo che l’imprenditore viene indotto a farne parte».

Cioè tutti pagano tangenti per lavorare?

«Una grandissima percentuale. Io posso serenamente dichiarare che l’80 per cento dei lavori che ho svolto è stato svolto in questi termini».

Pagando tangenti?

«Percentuali sugli interventi da eseguire. L’impresario può anche non accettare questo sistema, ma se in banca ci sono fatture anticipate per poter procedere, allora è difficile tornare indietro».

Quando comincia tutto?

«Il meccanismo parte dal momento in cui non si è ancora preso il lavoro, perché l’impresa sa già quali lavori eseguirà e quelli invece in cui dovrà essere in appoggio ad altre imprese per far sì che prendano il lavoro».

Quindi c’è anche un accordo tra imprese?

«Più che tra le imprese, l’accordo è con i funzionari. Sono loro che molte volte decidono dove un’impresa può lavorare e dove no. Comunque in molti posti sono sempre le stesse ditte a lavorare, basta farsi dare i registri per vedere che è così».

E poi? Come avviene la richiesta della tangente?

«Dipende dal funzionario. Ci sono funzionari che usano mezze parole o ti fanno capire come si può velocizzare un certo pagamento. Altri sono espliciti».

Quindi il ricatto sta in piedi anche dopo che il lavoro è stato preso?

«L’aggiudicazione del lavoro è il minimo, perché per arrivare al pagamento la strada è lunga e si incontrano tanti ostacoli».

È un sistema in vigore a Pavia anche adesso?

«Assolutamente sì, anche se non sto parlando solo di Pavia, ho lavorato anche su altre città. È un sistema generalizzato».

Perché gli imprenditori non lo denunciano?

«Perché come dicevo prima non è facile. Ci sono le banche, le fatture anticipate, ci sono i dipendenti e fornitori da pagare. Ma se si vuole porre fine a questo meccanismo, e permettere a tutte le imprese di partecipare a un appalto, serve una forte presa di coscienza da parte dei mie colleghi e dei funzionari pubblici. Gli imprenditori sono sempre stati visti come vittime di questo sistema, ma non è così. C’è una complicità del mondo delle imprese altrimenti questo sistema non starebbe in piedi».

Che effetto ha la tangente?

«La tangente non va vista solo come un impresario che dà dei soldi e un funzionario pubblico che li riceve. La tangente è un danno per tutti, pensiamo solo che alla fine un determinato lavoro viene a costare più del dovuto».

Di che percentuali parliamo? Quanto pesa la tangente su un intervento pubblico?

«Si può arrivare fino al 10 per cento dell’intervento, anche perché non è solo una persona che può prendere tangenti. La corruzione incide anche sui tempi dell’intervento, proprio per i ricatti sul pagamento all’imprenditore. La connivenza tra impresario e funzionario è talmente forte che magari il lavoro non viene neppure portato a termine e servono altri soldi per completare l’opera».

Quindi quando vediamo lavori pubblici che procedono a rilento e cantieri infiniti dobbiamo chiederci quale sia la vera ragione?

«Sì, è così. In molti casi ci sono vizi di fondo che hanno a che fare con un sistema poco trasparente».

* “La Provincia Pavese”, 18 ottobre 2015

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