Con Franco nel cuore

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Le battaglie e l’impegno di Maurici di Carlo E. Gariboldi*

Riprendiamo dalla “Provincia Pavese” questo bel ricordo di Franco Maurici. «Per diventare radicale è bastato stare fermo»: sante parole. Grazie Carlo.

«Per diventare radicale è bastato stare fermo», dice lo scrittore inglese Alan Bennet. È la stessa sorte che è toccata a Franco Maurici: da giovane socialista lombardiano (come l’amico Elio Veltri), in tarda età esponente di Rifondazione e della sinistra pavese Franco Maurici, più giovane di un anno di Bennet, è morto venerdì a 80 anni.
Credeva nella giustizia e nell’impegno civile. Volava alto, ma senza vantarsene. Era stato consulente legale dell’Aga Khan Karim quando l’imprenditore svizzero-ismailita operava in Costa Smeralda e difendeva gratuitamente gli operai della Necchi. L’avvocato Maurici – così lo chiamavano i più – era ironico e con il sorriso sulle labbra anche quando si occupava di cose maledettamente serie.
Nato in provincia di Rovigo, era arrivato a Pavia da bambino. Città che ha amato e difeso, combattendo decine di battaglie a tutela dell’ambiente e dei monumenti storici. Per la Certosa e contro i centri commerciali. A favore della ricostruzione della Torre Civica e contro l’ala femminile del collegio Borromeo.
Un signore vecchio stampo, si può ben dire. Come il compianto Giovanni Vaccari – socialista come lui – e Giulio Guderzo. Aveva la passione per il bello e ciò che è duraturo. Fabrizio Gnocchi, uno dei pochi laureati in Legge che ha voluto come praticante nel suo studio di via del Carmine, ricorda il suo amore per la carta: «Non so se Maurici abbia mai messo le mani su un computer. Apriva i vecchi libri del Foro Italiano e annusava il profumo che emanavano le pagine».
Lo studio le cui finestre davano sull’ingresso principale dell’Università, rispecchiava la personalità di Maurici: migliaia di libri, quadri, documenti di ogni tipo. Spesso ascoltava musica classica grazie a un riproduttore di cd, unica tecnologia che aveva accettato. Amava Mozart: «Il più grande di tutti», diceva, ma apprezzava anche Bach e Bruckner.
Come avvocato era di una precisione maniacale. Aveva la fama da duro, solo perché credeva fino in fondo a quello che faceva. Odiava politici ladri e speculatori. Che lo ricambiavano con analoghi sentimenti. Tre anni fa alcuni barbari, identificati poi come vicini a un noto imprenditore, cercarono di intimidirlo in vari modi. Minacce, scritte sui muri, croci sulla porta dello studio.
Maurici, con Walter Veltri, Giovanni Giovannetti, Vito Sabato, non faceva altro che segnalare abusi e scandali che poi sono alla base di processi in corso proprio in questi mesi a palazzo di giustizia. La sua prima battaglia fu per la Certosa, contro una prima (sventata) colata di cemento. Era il 1971. Due anni fa, sempre per difendere il monastero voluto da Gian Galeazzo Visconti, si era schierato contro il governo Monti: «Si stava meglio quando c’era il Regno d’Italia», disse polemicamente. Il grande cruccio è stata la mancata ricostruzione della Torre Civica. «Era il fulcro urbanistico della città». La città che viveva e pensava Franco Maurici era una capitale della cultura e dell’arte. In fondo la pensava un po’ come Gianni Brera, che considerava Milano la periferia industriale di Pavia.

Carlo E. Gariboldi

* “La Provincia Pavese”, 25 ottobre 2015

I funerali di Franco Maurici si terranno lunedì 26 ottobre, ore 11, presso la chiesa del Carmine.

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