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Il metodo Antoniazzi funzionava così di Fabrizio Merli*

«Soldi spariti in Asm e bancarotta nel Piacentino dove patteggiò, stessi meccanismi: il racconto del curatore fallimentare». Tutto da leggere l’articolo odierno di Fabrizio Merli sulle ruberie Asm.

Ascoltare le ragioni per le quali Pietro Antoniazzi, ex dirigente di Asm attualmente in carcere, fu condannato dal tribunale di Piacenza trasmette una inquietante sensazione di “deja vu”. Fatta la premessa ovvia che le accuse nei confronti del dirigente piacentino devono ancora essere provate, la ricostruzione di quanto accadde a Piacenza è, sostanzialmente, la fotocopia di quanto si dice sia accaduto all’interno di Asm. A rammentare quanto accadde è Alberto Valentini, commercialista di Piacenza che fu curatore del fallimento della “Gragnanese”, la società del settore alimentare della quale Pietro Antoniazzi era amministratore unico. «Il dottor Antoniazzi – spiega il commercialista – prima del fallimento della società preparò alcune note di credito che avevano, come beneficiari, altre imprese del settore alimentare». Il marchio più importante, citato anche al processo davanti al collegio presieduto da Italo Ghitti, fu quello della Nestlè. «I relativi pagamenti – prosegue Valentini – avvenivano tramite assegni. Secondo quanto emerse dal processo, tuttavia, Antoniazzi avrebbe fotocopiato gli assegni ancora da completare, aggiungendo il beneficiario solo sulle fotocopie di tali effetti, e indicando sugli originali un conto corrente che era nella sua disponibilità». Nella documentazione contabile rimasta agli atti della “Gragnanese”, dunque, risultavano pagamenti effettuati – ad esempio – alla Nestlè; ma la multinazionale, di quei soldi non seppe mai nulla. Questa ricostruzione può essere sovrapposta in modo totalmente coincidente a quanto sarebbe accaduto a Pavia. Stando alla ricostruzione effettuata in via Donegani, infatti, Antoniazzi avrebbe indicato sulle note di credito il Comune di Pavia come beneficiario di una dozzina di assegni postali. Solo controllando con attenzione le carte, gli uffici di Asm hanno scoperto che il conto al quale le somme erano destinate ha un Iban, un codice diverso da quello del Comune di Pavia che, al pari della Nestlè, quei soldi non li ha mai visti. Nella disponibilità dei vertici di Asm sono rimaste solo le fotocopie di tre assegni che hanno, come beneficiario, il Comune. Le indagini della guardia di finanza, poi, avrebbero appurato che in almeno due occasioni i quattrini sarebbero finiti su un conto aperto in una banca del piacentino e che sarebbe riconducibile ad Antoniazzi. Da qui l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita dieci giorni fa dalla finanza, e le ipotesi di accusa di peculato, truffa e falso. Assolutamente simmetrica tra Pavia e Piacenza anche la somma che sarebbe stata distratta. Per la “Gragnanese”, infatti, a fronte di una prima stima di 1,6 milioni, si giunse infine a ricostruire un ammanco da 1,8 milioni. Un elemento che, invece, non lascia presagire nulla di buono è il fatto che del milione e 800mila euro sottratti a Piacenza, non si sarebbero più avute notizie. «Alla fine – conclude l’ex curatore fallimentare – i creditori riuscirono a recuperare solo una somma modesta, e comunque notevolmente inferiore rispetto a quanto contestato». Il dispositivo di primo grado dell’ottobre 2013 (6 anni e 6 mesi, poi ridotti a 2 anni e 11 mesi con il patteggiamento) dispose infatti la confisca di cinque orologi da polso trovati in una cassetta di sicurezza della filiale piacentina della Banca popolare di Lodi dalla guardia di finanza in un’ispezione del 15 novembre 2007, del 49 per cento di una casa e di un garage intestati alla moglie nel Comune di Gossolengo, del 62 per cento di un appartamento e due box intestati alla madre di Antoniazzi nel Comune di Rivergaro, di un’autorimessa a Piacenza, azioni per 37mila euro e circa 10mila euro derivanti dalla vendita di una Lancia Y e una Toyota Rav4. Oltre alla pena detentiva, Antoniazzi ebbe pene accessorie come l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione «dagli uffici direttivi di persone giuridiche per anni tre».

* “La Provincia Pavese”, 27 ottobre 2015

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