Aboliamole

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di Mauro Vanetti

Vienna bandisce le slot machine dal territorio cittadino.
C’è subito chi si scandalizza e grida al proibizionismo tirando in ballo l’alcool. Sono in linea di massima d’accordo che la probizione pura e semplice non può risolvere del tutto il problema, ma ci andrei cauto con paragoni troppo semplici con alcool o tabacco. L’alcool per esempio è una droga ricreativa il cui uso è mediato da millenni di stratificazioni culturali che hanno insegnato una distinzione abbastanza chiara tra uso e abuso.
Stiamo sulle slot machine, che sono un oggetto specifico con delle sue particolarità. Una delle loro particolarità è che non sono ricreative, agganciano il consumatore annoiato tramite la semplice curiosità e lo tengono incollato con delle piccole vincite intermittenti che lo ingannano sulla natura di ciò che sta facendo (nella realtà, perdendo soldi, nella sua percezione viscerale, vincendone). Non esiste una domanda spontanea di slot machine, è un “bisogno” totalmente indotto, sono giochi idioti che nessuno potrebbe trovare divertenti senza la manipolazione psicologica dovuta alle vincite in denaro (viceversa, a sette e mezzo o a poker è divertente giocare anche con le fiches non convertibili in denaro).
Rimuovere la gran parte delle macchinette è un’ottima soluzione al problema, come dimostra il fatto che quando in Italia non c’erano nessuno ci giocava senza farsi tanti problemi, e non mi risulta che orde di italiani andassero all’estero per trovarle. Sono stato in crociera nel 1991 su una nave che batteva bandiera straniera, c’erano alcune “macchinette mangiasoldi” (pubblicizzate così!) in una stanzetta, ma tra migliaia di passeggeri italiani se la filavano in pochissimi. Oggi la stessa nave imbarcando mille italiani probabilmente si preoccuperebbe di avere almeno quindici slot per evitare le code…
Resta il fatto che ormai il terreno è stato minato da vent’anni di azzardo liberalizzato di massa e non sarebbe sicuro rimuovere le macchinette e basta, perché i giocatori compulsivi non saprebbero dove sfogarsi e alimenterebbero un mercato clandestino in mano alla mafia. Perciò noi abbiamo sempre detto che bisognerebbe confinare le macchinette in spazi protetti di proprietà esclusiva dello Stato (non in concessione a lucratori privati) da cui lo Stato non ricavasse un guadagno ma che mantenesse in piedi come semplice presidio di controllo del fenomeno; addirittura riteniamo che sia possibile sminare il terreno con delle macchinette speciali (nel payout e nell’algoritmo e forse anche in altri dettagli) progettate specificamente per estinguere la dipendenza.
L’esperimento di Vienna resta interessante e da difendere perché comincia a fare il primo passo: eliminare la presenza capillare di macchinette. Se l’esempio verrà imitato sorgerà la necessità di gestire i giocatori “in crisi d’astinenza” e confido che questo apra lo spazio per un dibattito serio e senza remore sulla riduzione del danno, ma fatto alla maniera “uruguayana” (tutto in mano allo Stato, no profit), non a quella “olandese” (Far West).
In questo senso noi non siamo proibizionisti: siamo abolizionisti.

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