Santuario dei re italici

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La datazione della basilica pavese di San Michele
di Alberto Arecchi

Il culto micaelico è legato alla conversione al cattolicesimo dei Longobardi i quali riconobbero nei santi cristiani alcune loro divinità, nel caso di San Michele arcangelo, armato di spada a difendere la fede, Odino dio della guerra, protettore degli eroi . L’epicentro del culto fu il santuario sul Gargano, dove si recavano prima di imbarcarsi per la Terra Santa a combattere. Di qui il legame, che si determinò anche in altre aree, attraverso le conquiste longobarde, con paesaggi rupestri, grotte, speroni, cime e i riti ancora presenti al sud come nel nord, di ascensioni a diversi monti S. Michele sparsi in Italia.

La datazione dei monumenti del nostro medioevo s’è andata definendo e precisando nel corso degli ultimi 150 anni, dopo l’epoca dell’unificazione italiana. In carenza di precisi documenti scritti, si è usciti da generiche e fantasiose attribuzioni che spaziavano dall’età tardo-romana (l’epoca dell’imperatore Costantino e del riconoscimento della religione cristiana) al periodo del regno longobardo per operare confronti e successive approssimazioni ad una ‘cronologia degli stili’. Nel corso della seconda metà del sec. XIX è stato coniato il termine “arte romanica”, per distinguere un gusto artistico e uno stile precisi all’interno di quella lunga fase artistica del Medioevo che prima era genericamente definita come “arte gotica” o talvolta “bizantina”. In Italia, tuttavia, si tende talvolta a trascurare o a minimizzare i flussi sociali e culturali che collegarono la riforma benedettina di Cluny e le grandi correnti del potere imperiale germanico con l’erezione dei nostri monumenti medievali d’architettura sacra. Non sempre la sequenza cronologica determinata in maniera ‘induttiva’, con confronti tra edifici coevi, crea successioni temporali accettabili e incontrovertibili.
Per quanto riguarda la basilica pavese di san Michele, ad esempio, è raro leggere considerazioni relative alle circostanze e all’opportunità che spinsero i suoi costruttori a impegnarsi nella realizzazione d’una vera e propria ‘macchina per le incoronazioni’, con il complesso simbolismo scultoreo che si ritrova ancor oggi, perfettamente aderente ai muri e ai pilastri dell’edificio medievale, benché danneggiato dal tempo, dalle intemperie e dagli uomini.

Il regno italico

Odoacre, re degli Eruli, nel 476 si proclamò patrizio romano, ma fu Teodorico ad insignirsi della carica di re d’Italia, dal Palazzo di Ravenna, in nome dell’autorità dell’Imperatore Romano d’Oriente (498-500). Non solo re degli Ostrogoti, dunque, ma d’Italia. Su questo versava la speculazione del vescovo Ennodio, relativa ai poteri del Papa e dell’Imperatore. Ennodio (474-521) fu un sostenitore del potere regale di Teodorico, primo re d’Italia, e del potere assoluto, incontestabile, detenuto sia dall’Imperatore, sia dal Papa, che non potevano perciò, a suo avviso, essere giudicati da nessuno dei loro sottoposti.
L’adesione del re e dei suoi prossimi al Cristianesimo cominciò a rendersi sensibile presso la corte di Teodorico, all’epoca dei vescovi Epifanio ed Ennodio e di Severino Boezio. La corte dei Goti – come in seguito quella longobarda – aveva maggior simpatia per il credo ariano che non per quello ortodosso della Chiesa di Roma. La cattedrale ariana divenne importante perché era – al contempo – la sacra cappella del Palazzo reale.
Era usanza ariana chiamare il Vescovo ‘papas’ (con un termine greco-bizantino), e ciò avrebbe fatto indicare come ‘Papia’ la città che si chiamava ancora Ticinum; ma il vescovo era chiamato anche “san Sir”, ossia “santo Signore”. Era un titolo che spettava per eccellenza al Signore Gesù Cristo e per trasposizione veniva attribuito al capo della sua Chiesa. Dunque il nome di san Siro non avrebbe indicato un preciso personaggio storico, ma piuttosto un titolo, attribuito in sequela a tutti i primi vescovi della città. Non uno, ma parecchi sarebbero dunque stati i “santi Siri” nella storia della Chiesa locale.
I Goti, i Vandali, i Longobardi, i Burgundi, nel convertirsi aderirono all’arianesimo e la Chiesa ortodossa s’impegnò in una dura lotta contro il costante aumento di vescovi ariani, nonostante le ripetute condanne dei Concili. Le idee eretiche furono messe al bando dalla Chiesa di Roma, nel 381, durante il Concilio di Costantinopoli. Quando ormai il credo ariano si era altrove estinto, perseguitato come eresia dopo il Concilio di Nicea, a Pavia, capitale del regno longobardo, esso rifiorì a metà del sec. VII, in particolare per volontà di quello stesso re Grimoaldo che instaurò il culto di san Michele.
Scrisse Paolo Diacono (IV, 42) che nel sec. VII ciascuno dei due culti, ariano ed ortodosso, aveva una propria cattedrale, a Pavia e in altre città del regno longobardo. Nessun documento ufficiale ricorda però a quali santi fosse consacrata la cattedrale ariana durante il suo splendore. Gli ultimi esponenti del clero ariano a Pavia furono epurati solo alla fine del sec. VIII, dopo la sconfitta di re Desiderio da parte di Carlo Magno.
Dopo la sconfitta dell’eresia ariana si ritenne opportuno cancellare tale capitolo di storia, con l’oblio sistematico di un’epoca che si voleva dimenticare e con l’attribuzione all’antica cattedrale ariana del titolo di sant’Eusebio, per motivi ‘esaugurali’, ossia in segno di spregio per gli Ariani sconfitti. I vescovi Ambrogio di Mi-lano ed Eusebio di Vercelli erano stati i principali oppositori dell’eresia di Ario. Il cambio di dedica dell’antica cattedrale degli Ariani sancì tutto il peso della loro sconfitta. Non solo: la Chiesa pavese fece di tutto per distruggere quel lungo capitolo di Arianesimo “di ritorno” che l’aveva contraddistinta e che – tuttavia – aveva garantito un’autonomia totale dei vescovi locali. Si voleva in ogni modo cancellare dalla storia la stessa memoria dei fatti, per ridurre l’importanza che i vinti avevano avuto nella vita civile e religiosa della città, ma si ambiva a mantenere i privilegi acquisiti. Si volle attribuire l’importanza dei vescovi pavesi ad un’ipotetica, inventata primogenitura della Chiesa pavese rispetto alla Cattedra vescovile di Milano, da dove sant’Ambrogio tanto si era adoperato per combattere e reprimere proprio l’eresia ariana. In particolare dopo il Concilio di Trento, gli storici locali s’impegnarono per ricostruire una verginità intatta e amorfa, in luogo della combattuta e viva storia della città che era stata sede del regno.
Inoltre, l’ormai consolidata tradizione popolare per cui il vescovo era chiamato “San Sir” (santo signore o santo sire, tradurremmo noi) non poteva essere cancellata con un colpo di spugna. Fu inventato un personaggio miti-co, che fosse all’origine di tutta la tradizione: un uomo di nome Siro, che nella realtà non era mai esistito. Già che c’erano, gli inventarono anche un pedigree “di marca” e lo descrissero come il fanciullo che aveva portato a Cristo il pane e i pesci del miracolo. Furono inventati altri successori, mutuandone i nomi da altre storie o – meglio – da altri miti. Nomi come Pompeo, Profuturo, Obediano, Leonzio e Urcisceno suonano come frutti di fantasia.
In un passo della Cronaca di Novalesa (Chronicon Novalicense), opera non posteriore alla metà del sec. XI, leggiamo che re Desiderio, al tempo dell’assedio dei Franchi, era solito recarsi nel cuore della notte a pregare ad ecclesiam sancti Michaelis vel sancti Syri, çeu per ceteras alias (III, 14). La notizia conferma lo speciale rapporto fra il Palazzo reale e una chiesa di san Michele, che doveva trovarsi relativamente vicina alla sede regale e gode-va di priorità, nella visita, rispetto alle altre. Al termine ecclesia, al singolare, è congiunta una doppia dedica, a san Michele e a san Siro.
L’intitolazione di tale chiesa al patrono san Siro fa immediatamente pensare alla cattedrale di Pavia. La storia delle cattedrali pavesi risulta particolarmente complessa, anzi si può ben definire indecifrabile, sino al momento in cui, verso il sec. VIII, fu costruita ex novo la chiesa gemina di santo Stefano e santa Maria del Popolo, sul sito dell’antico tempio di Cibele. Un indizio importantissimo può però aiutarci nel tentativo di ricostruire “l’anello mancante”.
Ricordiamo che, secondo quanto riferiva lo Spelta (1597, p. 109), poi citato dal Padre Romualdo (1699), nella chiesa di san Michele esisteva un “tumulo” (cenotafio) dedicato a Teodorico. Spelta anzi arrivò a sostenere che Teodorico fosse sepolto in san Michele.
La presenza d’un analogo “monumento sepolcrale”, con le statue dell’imperatore Federico Barbarossa e della moglie Beatrice, nella navata centrale della cattedrale di santo Stefano, farebbe supporre che in santo Stefano, e non in san Michele, il giovane imperatore avesse ricevuto la corona di re d’Italia. Tanto più che all’epoca, distrutto il Palazzo reale, l’imperatore rimase alloggiato presso i monaci di san Pietro in Ciel d’Oro, ben lontano da san Michele. Inoltre, è risaputa la predilezione di Federico Barbarossa per i luoghi dedicati a santo Stefano. Tuttavia, sulla base della tradizione e della testimonianza di Ottone di Frisinga (II, 21), si continua a ritenere che il Barbarossa fosse incoronato in san Michele.
Citiamo le frasi del P. Romualdo, quando tratta della cattedrale di santo Stefano: “Moltissimo si adoperò per la sua costruzione lo stesso re Federico, che qui ha la sua tomba, come risulta da ciò che il Vescovo scrisse al Collegio dei Mercanti, nel 1400, nell’autorizzarli a costruire qui un sacello, con le seguenti condizioni scritte nello Strumento di concessione: «Che non si possano far demolire le tombe e i sepolcri dell’inclito antico re Federico, che fece edificare in gran parte questa chiesa, e della sua inclita moglie»”.
Poi venne il Concilio di Trento, che alla fine del sec. XVI fece rimuovere dalle chiese tutti i monumenti di questo genere.

Perché San Michele “maggiore”?

Occorre ricordare che a poche decine di metri dalla facciata di san Michele, lungo l’attuale via Capsoni, sorgeva la chiesa-mausoleo voluta per se stesso dal re longobardo Grimoaldo, colui che introdusse il culto dell’Arcangelo presso la classe militare longobarda, dopo la vittoria ottenuta contro i Bizantini sul Monte Gargano, quando era ancora Duca di Benevento (650).
Poiché Grimoaldo è noto come restauratore del culto ariano, non è difficile leggere nella dedica a sant’Ambrogio, con cui tale chiesa era conosciuta, una volontà esaugurale, simile a quella che fece consacrare a sant’Eusebio l’antica cattedrale ariana. Potremmo perciò pensare che Grimoaldo dedicasse proprio a san Michele la chiesa da lui fondata. Un buon motivo per chiamare ‘maggiore’ un’altra chiesa, consacrata a san Michele, più ampia della prima e quasi adiacente ad essa.
I re longobardi rimasero “re longobardi d’Italia” sino alla definitiva conversione all’ortodossia cattolica. Al Papa di Roma non faceva gran paura un regno ariano con la propria sede di regno e religiosa in Pavia, cominciò invece a fare una gran paura un re cattolico insediato in Pavia, che voleva essere re d’Italia, che fondava chiese e monasteri e accumulava reliquie di santi per rivendicare la centralità anche religiosa della città. Questa situazione si affermò con Liutprando, ma in particolare fu il suo successore, Aistulf-Astolfo, che tendeva a unificare il territorio italiano (751).
Astolfo emanò nuove leggi, trasformò in leggi i vecchi editti, riorganizzò i rapporti tra popolazione longobarda e popolazione romanica; scacciò definitivamente i Bizantini dall’Italia, occupò il Palazzo reale di Ravenna (che rappresentava il potere dell’imperatore d’Oriente) e da qui si rivolse all’imperatore di Bisanzio, Costantino V, per amministrare il territorio italiano con delega diretta proveniente dal potere imperiale. Rafforzò la leva militare, aprendo ampiamente i ranghi ai soldati e agli ufficiali di provenienza romanica, ma così facendo finì per indebolire l’intima coesione dell’esercito.

Le reliquie

Dopo aver constatato il successo ottenuto da Liutprando, con il ‘salvataggio’ in Sardegna del corpo di sant’Agostino, Astolfo si scatenò alla caccia di reliquie, per accumularle nella propria capitale, con l’intento di rafforzare in essa la fede cattolica e al tempo stesso di consolidare la tradizione sacra di Papia “città del Papa”.
Pensava così di accreditare se stesso come “re cristianissimo” e di affermare definitivamente la supremazia (religiosa e regale) della sede di Pavia, rispetto a Roma e a Ravenna, che contavano da secoli su un’indiscussa tradizione di sedi imperiali.
Astolfo dissotterrò ossa di martiri (veri o presunti) da tutte le catacombe dei sobborghi di Roma, per portarle a Pavia e sistemarle nella chiesa di Tutti i Santi, da lui fondata nel 753, presso la quale stabilì il proprio mausoleo regale.
Questa chiesa sarebbe stata in seguito dedicata a san Marino, perché tra le altre accoglieva le reliquie di Marino e Leo, patroni del monte Titano.
Il re longobardo portò a Pavia anche le reliquie di Eleucadio, terzo vescovo di Ravenna, che rappresentavano la parte orientale (greca) dell’impero, e che egli congiunse con le reliquie di Ennodio (trasferendo queste da san Vittore, dove il vescovo era stato sepolto in origine) per ‘riunificare’ simbolicamente le due grandi regioni del potere imperiale. Lo storico Opicino de Canistris (1330) rammentava che ancora ai suoi tempi il 14 febbraio, nella festa del santo vescovo Eleucadio, ravennate, e il 17 luglio nella festa di Ennodio, santo vescovo pavese, un coro di canonici recitava tutto l’Ufficio in lingua greca e un altro rispondeva in latino.
Il Padre Romualdo (1699) dice di sant’Eleucadio: «Vescovo di Ravenna e Confessore. Di nazionalità greca, filosofo platonico, convertito alla fede da sant’Apollinare, dopo che l’aveva aspramente combattuta, in seguito la difese egregiamente con parole e scritti, sotto il segno della Colomba. Assunto alla sede episcopale compì l’opera pastorale con mirabile zelo. Il suo corpo fu portato a Pavia da Ravenna, per volontà di Costantino il Grande». Ma non era Costantino il Grande, bensì Costantino V di Bisanzio!
Anche della statua del Regisole si diceva che i Pavesi l’avessero sottratta a Ravenna, in epoca imprecisata, per custodirla nel Palazzo reale di Pavia, e che potesse raffigurare il re Teodorico. La statua equestre fu portata nella piazza “piccola” (oggi detta Piazza del Duomo) dopo la distruzione del Palazzo (avvenuta nel 1024).
Elenco delle reliquie collocate da Astolfo nella chiesa di tutti i Santi, secondo il Breventano (1570)
– Il corpo di san Vito martire, con quelli di Modesto e Crescenzio suoi nutritori, fatti morire sotto Diocleziano e Massimiano Imperatori a dì quindici di Giugno.
– Il corpo di san Barnaba Apostolo e martire, la cui festa è l’undici di Giugno.
– I corpi de santi Marino e Leone fratelli.
– Il corpo di santa Anastasia martire, la quale patì sotto Diocleziano il venticinque di dicembre.
– Il corpo di santa Cecilia Vergine, martirizzata sotto Alessandro Imperatore il 22 di Novembre.
– Nove corpi dei Santi Innocenti.
– Un braccio di santa Margherita vergine.
– Il corpo di santa Eufrasia vergine.
Ivi ancora furono seppelliti i corpi di un’altra santa Eufrasia e di santa Febronia, ambedue figliuole del detto re Aistolfo, le quali sante reliquie (come narrano le Croniche del beato Rodobaldo vescovo di Pavia) furono collocate in quella chiesa in questo modo. Nell’altar maggiore i corpi dei santi Vito, Modesto e Crescenzia. Nell’arca del confessore (cripta?) il corpo di san Barnaba Apostolo e i due fratelli santi Marino & Leone. Nell’arca di sotto appresso l’altar maggiore il corpo della beata Anastasia matrona Romana, che fu moglie di Publio uomo potentissimo nella Città di Roma, insieme col braccio di santa Margherita. Nell’arca poi accanto al muro dalla parte destra, appresso all’altare, i corpi delle sante vergini Cecilia, nobilissima romana, e di Eufrasia figliuola d’un Antigono, uomo di grande autorità e molto grato all’Imperatore Teodosio il vecchio. Nel muro dove è una pietra inscritta sono un’altra Eufrasia e Febronia vergini, ambedue figliuole del detto re Aistolfo, per lo cui amore esso fece fabbricare quella chiesa & il monastero, e nell’altar di mezzo di detta Chiesa i corpi di quei novi Innocentini. Questi santi corpi… i Monaci di detto monastero li avevano levati per portargli altrove, insieme con una colonna di porfido (la quale in essa chiesa era tenuta per cosa preziosa) tutta in pezzi, che avevano posta entro ad alcune casse, & portata fino al Tesino. Ma il Signor Iddio, che ciò non voleva, la fece scoprire da cittadini, e fu ritrovata sulla riva del fiume.
Elenco delle reliquie portate a Pavia da Astolfo, secondo il padre Romualdo (1699)
«La chiesa di san Marino, oggi officiata dai Monaci Eremiti detti dell’Ordine di san Girolamo, fu costruita nel 553. Aistolfo re dei Longobardi vi aggiunse un Monastero, e lo dotò con regale munificenza, verso l’anno 753. Egli collocò con onore in questa ed in altre chiese pavesi da lui costruite le sacre reliquie di santi che aveva qui portato in gran numero dalle città di Roma, di Ravenna e da altre città da lui vinte con le armi. Molto dolente di tale sottrazione, il Pontefice romano Paolo I, succeduto a Stefano III nel 757, nel suo diploma emesso in favore del monastero dei santi Stefano e Silvestro, dallo stesso Pontefice costruito in Roma presso la casa paterna, disse esattamente le seguenti parole: “Nel susseguirsi degli anni rimasero abbandonati o furono distrutti diversi siti dei santi Martiri di Cristo e dei suoi Confessori, fuori le mura di questa città di Roma, anticamente cimiteri. Ora, per l’assalto dell’empio popolo dei Longobardi, sono stati demoliti sin dalle fondamenta. Essi hanno anche scavato e devastato diversi sepolcri di Martiri e ne hanno asportato i Corpi traendoli con sé”».
Ciò egli scrisse e non bisogna dimenticare che Stefano III s’era lamentato ripetutamente di tali avvenimenti col re dei Franchi Pipino, perché nel raggiungere un accordo, fra l’altro, i Longobardi restituissero i Santi Corpi portati via dall’Urbe. Non li ottenne però in restituzione, perché benché Pipino, obbedendo al Pontefice, avesse assediato Pavia, ed avesse costretto Aistolfo ad abbandonare tutte le città e le fortezze del Papa, quegli non volle a nessun costo rendere le reliquie dei santi. Ciò testimonia anche il Platina nella vita dello stesso Stefano, con queste parole: “Non ricuperò egli però le reliquie dei santi, ch’il Longobardo re aveva portato a Pavia, e ripostele con molto honore in alcune Chiese di quella Città”.
Per i motivi citati, la chiesa di san Marino fu dapprima intitolata a Tutti i Santi sino a che, portate a Pavia le spoglie dei santi Marino e Leo, cominciò ad essere intitolata al loro nome. Nel 754 abitarono in questo Monastero per prime le Monache dell’Ordine di san Benedetto; anche le sante Vergini Eufrasia e Febronia, figlie dello stesso re Aistolfo, vi professarono la vita monacale e vi raggiunsero la santità. Grazie a loro il padre collocò in questa chiesa con grandi onori 18 di quei Santi Corpi che, come abbiamo detto, aveva portato via da Roma, dai sepolcri violati, e dalle loro cripte alla sua reggia.
Papa Stefano III, non potendo neppure più contare sull’aiuto dei Bizantini, chiamò in proprio soccorso Pipino, neo-re dei Franchi. A questo punto si collocherebbe, secondo il Breventano, la ‘leggenda’ del vescovo Teodoro che difendeva Pavia assediata, dall’alto delle mura. Dall’assedio di Pipino, non di Carlo Magno.

I cicli scultorei

Il complesso e articolato insieme dei cicli scultorei del san Michele è oggetto di difficoltà di un’interpretazione organica, causate:
– dai danni subiti all’esterno per le intemperie e l’erosione dell’arenaria;
– dai danni derivanti da rifacimenti, distruzioni nel tempo e restauri ‘integrativi’, con conseguenti fraintendimenti;
– e infine, soprattutto, dal generale disinteresse degli studiosi accademici per il complesso ‘corpus’ simbolico raffigurato nei cicli dei capitelli, delle mensole, delle fasce decorate sull’esterno della basilica.
Nonostante tutto ciò, appare con una certa evidenza il legame delle figurazioni e dei cicli scultorei con le tematiche della regalità e della morte (cfr. Arecchi, 2014).
Appare anche chiaramente la stretta congruenza dei cicli di figurazioni scolpite sui capitelli, nelle mensole e nella facciata con l’attuale organismo architettonico, nella sua edificazione definitiva (mettendo da parte, per il momento, gli interrogativi che si pongono a proposito delle coperture e dei coronamenti delle murature).
Il san Michele appare come un unicum, nel panorama del suo tempo, come un edificio sacro d’importanza molto rilevante, che non gli derivava né dall’essere abbazia, né dall’essere cattedrale, bensì dall’essere il luogo di incoronazione e consacrazione dei re italici.
Dobbiamo perciò porci con forza l’interrogativo: chi, quando e con quali mezzi, avrebbe potuto pensare a finanziare e realizzare un tale edificio esclusivo, che non aveva pari in tutta la Cristianità d’Occidente – o almeno nel territorio del Regno Italico – e che richiedeva certamente la mobilitazione di ingenti risorse e capacità intellet-tuali, artistiche materiali e finanziarie?
La risposta a tale domanda ci conduce con successive approssimazioni al periodo del Regno Italico (887-1024 d.C.), al regno italiano degli imperatori sassoni, che costituì il periodo di massima fioritura dello stesso regno, sotto la supervisione della moglie Adelaide di Borgogna (931-999), che fu grande amica e sponsor dell’Ordine benedettino di Cluny e del suo riformatore san Maiolo (910-994), e in particolare agli anni del regno di Ottone I, marito della stessa Adelaide (951-973).
La città di Pavia dovette subire gravi distruzioni nel 924, a causa dei saccheggi e degli incendi appiccati dagli Ungari del voivoda Salardo (Liutprando in MGH, IV, 2). Il cronista Flodoardo (Frodoardo) parlò allora della distruzione di ben 43 edifici sacri e disse che solo duecento pavesi sopravvissero al massacro (MGH, III, anno 924; Duchesne, II, 504). Due anni dopo infatti, nel 926, Ugo di Provenza fu incoronato re nella basilica di sant’Ambrogio a Milano (Muratori).
Muratori (anno 950) e il cronista della Novalesa (V,4) testimoniano invece che nel 950 Berengario I e il figlio Adalberto furono incoronati a Pavia, nella basilica di san Michele Maggiore.
Ottone I il Grande scese in Italia nel 951, il 23 settembre sconfisse il rivale Berengario a Pavia e quindi, sempre a Pavia, cinse la corona di re d’Italia (qualcuno sostiene che non ci sia neppure stata una cerimonia d’incoronazione) e prima di Natale sposò Adelaide in seconde nozze. Dovette però ben presto ritornare in Germania. Venne una seconda volta in Italia con la moglie, nel 962, per farsi incoronare imperatore in Roma, istituendo così il “Sacro romano impero germanico”.
(Il periodo d’oro per la costruzione del nostro san Michele, come sede d’incoronazione dei re sassoni, è così identificabile negli anni compresi tra l’incoronazione imperiale in Roma e la morte di Ottone I 962-973).
Il figlio, Ottone II, avrebbe preferito stabilire a Roma la sede del proprio regno (973-983).
Sarà infine il nipote Ottone III a far fiorire Pavia come capitale del Regno Italico (984-1002), nei primi anni sotto l’azione tutelare della nonna Adelaide. Sotto il regno di Ottone III, si tennero a Pavia due Concili, nel 997 e nel 998.
Qui ci avviamo alla fine: il 15 maggio del 1004, all’incoronazione del successore Enrico II, i Pavesi si ribellano e scatenano una rivolta con incendi estesi ai quartieri regie a gran parte della città (v. Muratori, anno 1004).
Sappiamo che negli anni del regno ottoniano l’architettura del rinnovato ordine benedettino s’imponeva in Pavia con un ampio programma edificatorio: la fondazione di santa Maria (fondata da san Maiolo e in seguito a lui stesso dedicata), la ricostruzione di san Pietro in Ciel d’Oro, già edificata dal re longobardo Liutprando, e la costruzione ex novo dell’Abbazia del santo Salvatore, voluta nel 971 da Adelaide.
Tutte queste considerazioni c’indirizzano a datare il complesso delle sculture simboliche e quindi l’architettura del san Michele attuale a tale periodo. Tanto più che le stesse considerazioni conducono ad escludere un’integrale ricostruzione della basilica in pietra (si badi: è l’unica chiesa di Pavia costruita nel periodo medie-vale con l’uso quasi esclusivo, almeno all’esterno, di materiale lapideo) in un altro periodo storico, meno che me-no in un sec. XII nel quale non c’è traccia di grandi ricchezze, disponibili per un edificio da adibire a incoronazioni regali che non si svolgevano più né a Pavia né altrove. Solo l’incoronazione di Federico Barbarossa si svolse ancora a Pavia nel 1155, come testimonia Ottone di Frisinga (II, 21), ma non v’è ragione alcuna di ritenere che essa abbia avuto un preavviso sufficiente per giustificare l’erezione della basilica nei trent’anni precedenti, come usualmente si è spinti a pensare dalle attuali interpretazioni, indiscusse e condivise dai testi correnti.
I principali monumenti della fioritura dell’architettura sassone ottoniana sono i seguenti:
– Abbazia di Cluny II – 948-981
– Cattedrale dei santi Caterina e Maurizio, Magdeburgo – 955 (ricostruita nel sec. XIII, ospita la tomba di Ottone I)
– San Ciriaco di Gernrode – 960-965
– San Michele, Hildesheim – 1010-1033
– Santa Maria in Campidoglio, Colonia – 1065
– Cattedrale di Spira – 1024-1061
Lo stesso gusto delle sculture del san Michele non corrisponde a nessuna delle correnti scultoree che dominavano, nel 1100 e dopo, nell’Italia delle vie dei pellegrinaggi. Si tratta d’uno stile unico, che accomunava tali sculture solo con quelle superstiti della contemporanea san Giovanni in Borgo, e che dovremmo cercare di confrontare con i gusti e i parametri dell’arte nel corso del sec. X.
I due massicci contrafforti che stringono la fronte settentrionale del corpo trasversale, utilizzato soprattutto per le cerimonie d’incoronazione, sono chiari riferimenti ai torrioni delle facciate dell’architettura cluniacense e sassone. Inoltre, appare sempre più probabile l’ipotesi che le due parti nord e sud di tale corpo trasversale fossero soppalcate, con un piano superiore stabilito su travi lignee, a costituire i veri matronei, per ospitare la corte regale durante le funzioni (Arecchi, 2014).
Per quanto riguarda le coperture, le navate di Cluny II e dell’architettura ottoniana erano generalmente coperta con strutture lignee e forse potremmo ipotizzare la stessa soluzione per l’originale copertura del san Michele, secondo modalità simili a quelle di santa Maria Maggiore di Lomello (grandi arconi trasversali, retti dai pilastri maggiori della navata). Potremmo anche supporre una datazione d’origine per le grandi volte a botte del braccio trasversale. Siamo convinti, invece, che le navatelle laterali fossero coperte in legno e che tutti i matronei fossero stabiliti su tali pavimentazioni lignee, così come le loro prosecuzioni sui corpi nord e sud (oggi non più esistenti), impropriamente chiamati ‘transetto’.
In ogni caso, per le due grandi volte ‘domicali’ della navata centrale, precedenti alla ricostruzione quattrocentesca, occorre dire che le spinte strutturali non erano risolte in un accorto dimensionamento dei sostegni, tanto che esse ebbero a causare i dissesti e i crolli avvenuti nel sec. XV. Una tecnica ‘primitiva’ e senz’altro meno evoluta delle grandi volte a botte che a metà sec. XI coprirono, ad esempio, l’Abbazia cluniacense di St. Philibert de Tournus.

Eventi distruttivi

I principali eventi distruttivi occorsi nel periodo che c’interessa furono:
A. nel 1004, l’incendio appiccato dai Pavesi ai quartieri circostanti il Palazzo reale, che poté danneggiare gran parte degli elementi combustibili presenti nell’architettura del tempio;
B. nel 1024, la definitiva distruzione del Palazzo reale, a furor popolare, con conseguenti possibili danni ad altri edifici prossimi del tessuto urbano;
C. il 3 gennaio 1117, il tanto evocato terremoto che colpì la Pianura Padana, provocando secondo le stime 30.000 morti e distruggendo gran parte delle architetture romaniche allora esistenti in città come Verona, Padova, Piacenza e Cremona.
Il primo di tali eventi potrebbe ben aver condotto al rifacimento delle coperture del san Michele, se esse erano lignee, come si verifica in gran parte dell’architettura ottoniana. Potrebbero essere state costruite in tale circostanza le due grandi volte domicali sulla navata centrale, destinate a subire collassi e crolli dopo la metà del sec. XV. Una ricostruzione in tale data ben si adatterebbe con la scarsa abilità tecnica esplicata in tali volte le quali, oggi non più esistenti, dovevano essere realizzate in modo tale da escludere una copertura lignea, a scanso d’ulteriori rischi di fuoco; e fu una caratteristica che accrebbe la spinta orizzontale provocata sui muri da tali volte, piuttosto spesse e massicce.
Il secondo, ossia la distruzione definitiva del Palazzo, potrebbe non aver comportato gravi danni al san Michele, che non sorgeva strettamente adiacente all’area palaziale. Ne è rimasta traccia tuttavia nei due frammenti del Palazzo reale teodoriciano che furono conservati e incastonati nelle murature absidali del san Michele.
Dobbiamo ora soffermarci sull’evento sismico del 1117, che tanti danni arrecò alle città emiliane e a Verona.
Il 3 gennaio 1117 il nord Italia fu colpito da un violento terremoto, d’intensità superiore al VII grado della scala Mercalli. L’epicentro della prima scossa era nel veronese e la città di Verona ne fu gravemente danneggiata: cadde la parte esterna dell’Arena, lasciandone una porzione che diede al monumento la suggestiva forma attuale. Quasi tutte le chiese e i monasteri alto-medievali furono distrutti o seriamente danneggiati.
Il sisma si fece sentire in tutta l’alta Italia, nel pisano e addirittura in Svizzera. Furono duramente colpite anche l’area tra il Lago di Garda e Padova, quella tra Piacenza e l’Appennino e la zona di Pisa. Da documenti del tempo sembrerebbe che il sisma fosse avvertito anche nei monasteri di Montecassino e di Reims in Francia.
I danni, oltre che a Verona, furono gravi in tutta la regione emiliana. S’intorbidarono le fonti, molti alberi vennero sradicati e la terra si aprì in molti luoghi; le acque del Po furono viste sollevarsi in alto a forma di volta e quindi ripiombare in basso. Furono distrutti anche gli argini dell’Adige e del Po, per cui dopo il terremoto si verificarono tremende alluvioni; nella laguna di Venezia si verificò un’eruzione d’acqua sulfurea. S’ipotizza vi siano stati almeno 30.000 morti. Le prime scosse furono seguite da uno sciame sismico di oltre 40 giorni.
L’epicentro dei terremoti successivi a quello del 3 gennaio si spostò in Lombardia, dove si verificarono forti repliche per tutto il 1117: 12 gennaio, 4 giugno, 1º luglio, 1º ottobre e 30 dicembre.
Secondo alcuni autori gli epicentri principali nella Pianura Padana furono due, uno nel Veronese e l’altro nel Cremonese. Fu quest’ultimo a causare il crollo della cattedrale di Cremona in costruzione e i danni nelle città del-la Bassa.
L’episodio del sisma è riportato dalla cronaca di Landolfo Junior, che ricorda che le riunioni sinodali si svolgevano all’aperto. Tuttavia, nessuna cronaca o memoria scritta di danni riguarda Pavia. Siamo quindi indotti a ritenere che i danni sismici, nella città di Pavia, non fossero tanto consistenti e terribili quanto negli anni scorsi si è arrivati a supporre. Pavia era ben lontana degli epicentri dei vari eventi sismici e in verità nessun cronista dell’epoca menzionò danni alle architetture della città, come invece avvenne a Verona e in Emilia.
Il ‘mito’ dell’integrale distruzione della città, e dei suoi monumenti in muratura, è soltanto un riecheggiamento recente, accolto dagli storici dell’ultimo secolo, mentre gli studi geologici mostrano che l’area di Pavia rimase relativamente esterna rispetto al centro dei fenomeni sismici.
Pensiamo perciò si possa abbandonare l’ipotesi semplicistica che per tutta l’arte romanica pavese debba supporre una datazione successiva all’anno 1117 e che la città si sia messa a ricostruire, in pochi decenni, tutto il patrimonio edilizio sacro, in un periodo in cui l’economia urbana non era poi particolarmente fiorente. Il periodo d’oro del Regnum Italicum era ormai definitivamente tramontato e – in particolare – mancava ogni stimolo culturale, economico e ‘politico’ per edificare un tempio destinato a incoronare i re, che, detto in maniera semplice, non c’erano più… non sarebbe certo bastato l’episodio del passaggio da Pavia di Federico Barbarossa a rinverdire una tradizione che, dopo due secoli si splendore, era tramontata nel maggio del 1004, con la rivolta suscitata dall’ultima incoronazione di Enrico II.
Qual è allora l’ipotesi più logica? Un complesso edificio come la fabbrica del san Michele, impegnativo perché tutto rivestito in pietra lavorata da gruppi di scultori, che elaboravano cicli narrativi e motivi simbolici collegati al tema della sacralità del Regno, in nome di un simbolismo complesso, del tutto estraneo alla predicazione popolare poi sviluppata dagli Ordini conventuali (Francescani, Domenicani, Carmelitani), aveva ragione di nascere soltanto durante la piena fioritura del Regnum Italicum, all’epoca dell’impero sassone… né prima, né dopo.
I rilievi (un tempo policromi) di questa “macchina per le incoronazioni” non sono stilisticamente confrontabili con nessuna delle correnti scultoree che percorrevano la penisola italiana dopo l’anno Mille, mentre si può cominciare a indagare sull’influsso che talune delle soluzioni tipologiche adottate nel san Michele possono aver avuto sull’architettura sassone dell’epoca, anche se poche testimonianze di quell’epoca sono pervenute sino a noi.

Riferimenti bibliografici (in ordine cronologico)

M. F. ENNODI, Panegyricus Theoderico regi dictus, in MGH.
P. DIACONO, Historia Langobardorum.
CHRONICON NOVALICENSE, metà sec. XI.
OTTONE DI FRISINGA, Gesta Friderici Imperatoris, 1156 ca.
O. DE CANISTRIS, Liber de Laudibus, 1330 ca.
S. BREVENTANO, Historia… di Pavia, Pavia, 1570.
A. M. SPELTA, Historia delle Vite di tutti i Vescovi… di Pavia, Pavia, 1597.
A. DUCHESNE, Historiae Francorum Scriptores, 1636-1649.
P. ROMUALDO DE S. MARIA, Flavia Papia Sacra, Papiae, 1699.
L. A. MURATORI, Annali d’Italia, 1743 – 1749.
G. CORDERO DI S. QUINTINO, Dell’italiana architettura durante la dominazione longobarda, Brescia, 1829.
N. PEVSNER, An Outline of European Architecture, 1943.
A. ARECCHI, La basilica dei re, san Michele Maggiore a Pavia: I bassorilievi simbolici, il regno, la morte, in “Giornale di Socrate al caffè”, n. 99, Pavia, ott. 2014.

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