Quarant’anni senza Pasolini

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P.P.P., Cefis e la P2 prima della P2
di Gianni D’Elia

Da quel 2 novembre 1975, quando Pier Paolo Pasolini fu massacrato all’Idroscalo di Ostia, sono passati quarant’anni, che ancora non bastano a chiarire le circostanze di quel delitto, per il quale dobbiamo accontentarci di un reo confesso in mezzo a mille sospetti e certezze ulteriori. Pasolini l’aveva scritto in anticipo: diranno che si tratta di una morte omosessuale, mentre sarà la morte di un oppositore , truccata da cronaca nera. Come altri delitti italiani, da Calabresi a Moro, anche quello di Pasolini resta un omicidio con molte ombre politiche e giudiziarie, inserendosi nella catena delle stragi e delle oscure manovre di quegli anni cruciali.
Quella morte ebbe un grande peso politico: cancellare l’unica voce rivoluzionaria che era rimasta a gridare in Italia, fuori da ogni logica di di partito o gruppetto.Una voce che si proponeva un comunismo in prima persona, una critica dissidente e una contestazione di gran parte della Sinistra, che si era arresa alla nuova ideologia dell’economia politica dominante, consumistica. Memoria dell’autentico, contestazione dell’inautentico, in nome della poesia umana.

Ridate agli italiani la verità del passato: è questo il peso che Pasolini ci ha trasmesso attraverso la sua morte politica e civile: un peso che cresce col tempo, dentro il vecchio romanzo delle stragi, nell’ultima ora.
Dunque, secondo la ritrattazione di Pino Pelosi, l’omicidio di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto omosessuale, compiuto da più sicari.
Secondo il giudice pavese Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano, fascista e di Stato. In particolare, acquisiti agli atti, tutti i vari frammenti dell’«Impero dei Troya» (da pagina 94 a pagina 118), compreso il capitolo mancante Lampi sull’Eni, che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, di tute le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile.
Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all’ente petrolifero nazionale, pubblicato nel 1972 da una strana agenzia giornalistica (Ami), a cura di un fittizio Giorgio Steimetz: Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente), morto nel maggio 2004.
Pasolini ne riporta interi brani, ne rifà la parafrasi. Forse aveva capito troppe cose. Il lavoro di Calia è agli atti: il mandante possibile è in Petrolio.

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