Siempre es difícil volver a casa

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Antonio Dal Masetto 1938-2015

Se ne è andato Antonio Dal Masetto, uno dei maggiori scrittori italo-argentini contemporanei. Nato a Intra sul lago Maggiore nel 1938, emigrò in Argentina dodicenne, lavorando come muratore, imbianchino, gelataio, venditore ambulante di casalinghi, impiegato statale, giornalista. Lo scrittore Antonio è tradotto in molti Paesi; tra i suoi libri più importanti, oltre a Siempre es difícil volver a casa (1985; È sempre difficile tornare a casa, Einaudi Supercoralli 2004), ricorderemo Fuego a discreción (1983), Oscuramente fuerte es la vida (1990, Oscuramente forte è la vita, Omicron 1995), La tierra encomparable (1994), Bosque (2001; Le Lettere 2004). Da qualche mese era uscito Imitación de la fábula, un romanzo breve, l’ultimo. Mi vanto di essere stato uno dei suoi editori italiani, poiché presso Effigie nel 2004 ho pubblicato A due voci, un diario dalla crisi argentina, libro divenuto attuale anche per noi, scritto da Antonio assieme a Nicola Fantini (autore dell’affettuoso ricordo che segue). Ci siamo anche conosciuti e un poco frequentati, a Buenos Aires e a casa di Laura Pariani e Nicola a Orta. Ti abbraccio e ti saluto. Ciao Antonio! (G. G.)

Altezze  di Nicola Fantini

Ieri pomeriggio abbiamo saputo che Antonio Dal Masetto è morto. L’avevamo conosciuto nell’ottobre del 2000, al bar La Biela nel barrio della Recoleta a Buenos Aires, non distante da dove abitava. Da allora tra noi c’è stato un continuo e fitto scambio di libri, storie, incontri affettuosi e periodiche telefonate. Per un certo periodo l’abbiamo anche avuto come ospite nella nostra casa di Orta San Giulio: ci chiedeva di portarlo in montagna – «Devo riempirmi gli occhi di montagne, perché a Buenos Aires mi mancano» diceva – e noi lo scarrozzavamo per la val d’Ossola, la valle Antigorio, la val Strona…
Da quattro anni manchiamo dall’Argentina, ma ci sentivamo regolarmente. Laura gli aveva mandato all’inizio dell’anno un suo libro Il nascimento di Tònine Jesus e lui l’ha commentato spesso in questi mesi, al telefono o via e-mail, parlando di ricordi d’infanzia. In occasione di una di queste conversazioni telefoniche, Laura gli aveva inviato un racconto sul suo legame col nonno e sulle “eredità”, immateriali ma fondamentali, che ci vengono dalla famiglia in cui siamo cresciuti (si tratta del capitolo finale di Piero alla guerra).
Questa è la lettera che abbiamo ricevuto come risposta il 25 agosto di quest’anno.

«Mio nonno paterno Antonio, soprannominato Toni Furbo, era un montanaro: era nato in un paesino di venti case e lì visse tutta la vita. Io andavo a trovarlo nelle vacanze estive e con in tempo arrivai a pensare che lui e la montagna fossero la medesima cosa. Mi contavano che a volte, soprattutto quando era più giovane, preparava lo zaino e scompariva per giorni, saliva sulle vette, camminava lungo i crinali e la notte accendeva un fuoco perché la gente del fondovalle potesse dire: “Sta lassù”.
Durante i nostri incontri estivi mi portava con lui in giro per villaggi in cui trafficava in piccoli contrabbandi. Prendevamo sentieri scoscesi e salivamo di buon passo, però mio nonno non seguiva mai il percorso più battuto: a un certo punto se ne scostava e sceglieva scorciatoie complicate, dove era necessario rampicare su rocce; poi arrivati in cima ci mettevamo a sedere e restavamo in silenzio guardando le valli sotto di noi, qualche carretto su una strada, gruppi di case, un ruscello, il percorso di un trenino.
Anch’io ero nato e cresciuto tra montagne, e mi piaceva andare per boschi e pendii, cercando di raggiungere le cime e di passare il tempo lassù; e quando tornavo a casa raccontavo a chiunque fosse disposto a ascoltarmi quanto avevo visto nell’oro degli orizzonti e sentivo che quell’amore per le altezze mi veniva dal nonno, come se me l’avesse lasciato in eredità. Allora mi chiedevo da chi a sua volta Toni Furbo l’avesse ereditato.
Passò il tempo, mio nonno morì e la mia famiglia emigrò in Argentina, e nella Pampa, nel paesino di Salto, pianura nient’altro che pianura, quello di cui più sentivo la mancanza era la montagna. A diciassette anni andai a scoprire com’era la metropoli e qui tacitavo la mia nostalgia scalando tutto quel che potevo. Col tempo mi feci degli amici che a volte mi invitavano a un asado e, se le case avevano un giardino e qualche albero, dopo un attimo io già me ne stavo lassù tra i rami e parlavo agli altri dalla mia posizione aerea privilegiata, obbligandoli a volgere la testa verso l’alto e a trovare modi per fare arrivare fino a me un bicchiere di vino. In mancanza di alberi, mi arccampicavo sui tetti. Basta che fossero un po’ alti.
Quando a vent’anni feci un viaggio nel sud, a Bariloche, zaino in spalla, e attraverso il finestrino del treno vidi comparire le prime catene montuose, impazzii di gioia. “Montagne, montagne”, gridavo al mio compagno di viaggio, e cominciai a correre avanti e indietro per il vagone e poi uscii sulla piattaforma esterna per godermi meglio lo spettacolo e contemplare come poco a poco le vette si facessero più vicine. E in quel momento ero un ragazzo felice.
Mio figlio Marco e sua moglie Patrizia hanno avuto tre figli, Maxi, Lucas e Julieta, ma solo quello di mezzo, Lucas, si è rivelato della razza di quelli che amano le altezze. Quand’era bambino, lo vedevo correre in cima ai muretti, saltare, scalare ovunque ne avesse la possibilità, lanciarsi e restare appeso a un ramo e poi, proprio come me, rampicarsi e rimanersene seduto lassù, lontano da tutti, sopra tutti. Gli altri ci potevano vedere solo un divertimento infantile, ma io mi rendevo conto che anche lui portava in sé un’eredità; e, essendo destinato alle pianure, questa era la sua forma di esprimere la sua nostalgia per l’altezza.
Mia figlia Daniela, che adesso vive a Palma de Mallorca, ha avuto due figli, Nahuel e Olivia. L’ultima dal suo attuale marito, Jorge. La bimba non ha ancora due anni. Daniela mi racconta che Olivia è veloce, anzi fulminea, e bisogna prestarle sempre attenzione perché all’imprevista scompare per nascondersi in qualche stanza dove c’è la possibilità di rampicarsi su qualcosa. Non c’è niente che l’attiri come la sfida a scalare. Ricevo foto, qualche video, e la vedo lanciata verso l’obiettivo da raggiungere, ostinata a arrivare fino a quel punto sopra la sua testa e che non abbandona mai con gli occhi, suppongo senza ancora sapere il motivo di quello sforzo, o magari no, chi lo sa. “Eccone un’altra dei nostri, un’altra nostalgica dell’altezza” mi dico.
Ricordo, penso, esamino, risalgo a Toni Furbo, al suo camminare solitario tra le cime, ai fuochi notturni, e mi sento orgoglioso di appartenere alla piccola lista di seguaci di questa specie di loggia segreta sparsa per il mondo, soci con anime e cuori di capre».

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