La carica dei 102

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25 novembre 2015, è il compleanno del comandante Maino

Luchino Dal Verme compie 102 anni. Settant’anni fa, dopo la caduta di Mussolini, l’armistizio e l’occupazione tedesca, a lui – cattolico di nobile lignaggio, ma con solida esperienza militare – il Partito comunista affida il comando della divisione garibaldina “Gramsci” nell’Oltrepo pavese. Nasce così la leggenda del Conte partigiano, o meglio del Cònt, come era chiamato, nel dialetto locale, tra i suoi uomini.

Luchino Dal Verme a Torre degli Alberi un anno fa, quando gli anni erano “solo” 101
con GianPietro Miracca, Tulio Montagna, Giovanni Giovannetti e la moglie Francisca

Dismesse le armi e rimboccate le maniche, nel dopoguerra Luchino Dal Verme fonda un’azienda agricola all’avanguardia in Europa in quell’Oltrepo montano oggi a misurarsi con l’abbandono delle terre, e un’agricoltura «di rapina» da reinventare intorno a nuovi modelli produttivi, più rispettosi del territorio.
Di famiglia aristocratica, nel corso della seconda Guerra mondiale Luchino Dal Verme combatte in Francia e sul fronte jugoslavo come ufficiale di artiglieria, in forza al reggimento Savoia Cavalleria. Dal luglio 1941 all’ottobre 1942 partecipa alla Campagna di Russia, ed è fra gli scampati al disastro del Corpo di spedizione Italiano. L’armistizio dell’8 settembre 1943 lo sorprende a Forlì, presso il suo reggimento; Luchino riesce a sottrarsi alla cattura e si rifugia al castello di Torre degli Alberi, la residenza di famiglia. In quei mesi mesi contribuisce ad organizzare le prime formazioni partigiane operanti in provincia di Pavia. Nel 1944 diventa comandante dell’88a brigata “Casotti” ed in seguito viene destinato al comando della divisione garibaldina “Antonio Gramsci”, che “Maino” – suo nome di battaglia – guida in numerose imboscate ai nazifascisti lungo la via Emilia, distruggendo i binari della ferrovia Torino-Piacenza o affrontando il nemico a viso aperto, come nella battaglia di Costa Pelata. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile, dopo cinque ore di accaniti combattimenti, “Maino” e i suoi conquistano Casteggio. Finita la guerra, i partiti antifascisti lo vorrebbero candidare alle elezioni per l’Assemblea costituente del 1946, ma Luchino risponde negativamente, preferendo fare ritorno a casa in Oltrepo, dove fonda un’azienda avicola, continuando altresì la sua appassionata opera di testimonianza sul nostro recente passato.
Luchino lamenta l’economia di rapina cui viene sottoposto il “suo” Oltrepo montano. Ma guardando all’Italia di oggi con le energie di ieri, lui stesso avverserebbe il razzismo attuale, così culturalmente affine di quello che, solo settant’anni fa, portò allo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, portatori di handicap così come oggi prende di mira gli zingari, i migranti e – tanto per non farci mancare nulla – gli omosessuali. Anche allora ci fu chi, sapendo, fece spallucce di fronte a tutto questo. Ieri come oggi.

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