Generazione Maurici

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In giorni di buen retiro, al lavoro per una nuova edizione di un mio libro su Pasolini, mi vien facile annotare alcuni tratti comuni tra il “Nini muart” e Franco Maurici: ad esempio, la loro incantata e disperata vitalità… ad esempio, la cocciuta vocazione di entrambi per il “vero”, opposto all'”opportuno”. Pasolini voleva processare il Palazzo, ma davvero, in un tribunale: un processo a quella Democrazia cristiana che, ormai dimentica della sua origine popolare e contadina, trescava spiaggiata e fissa nel cono d’ombra della Chiesa, lasciando così campo libero ad un «nuovo fascismo ben più pericoloso del fascismo storico»: quel nuovo Potere economico-finanziario che Pasolini vedeva ben simboleggiato da Eugenio Cefis, capo di Montedison e della P2, tanto da farne costante argomento nei suoi articoli “corsari” e “luterani”, e via via fino all’incompiuto romanzo Petrolio.
Se per Pasolini furono “solo” intenzioni, Maurici il Palazzo l’ha “processato” per davvero: un processo alla sua criminale politica urbanistica (dalla lottizzazione abusiva Greenway a quella di Punta Est; dall’illecito urbanistico di Green Campus a quello di Santa Clara – grazie a Maurici bloccato per tempo – in pieno centro storico) ben esemplificata dal Pgt ora a revisione: un processo a quel “misto” tra pubblica amministrazione e affarismo che, derogando alle regole scritte, ha governato il territorio secondo regole proprie non scritte.
Fa bene Giorgio Boatti a inserire le benemerenze di San Siro tra le più importanti liturgie civili pavesi, poiché «chiama a riflettere in modo non superficiale sul patto comune stretto fra concittadini».
Coglie nel segno anche Daniela Bonanni, affermando che il cambiamento delle regole in corso d’opera rappresenta «un pessimo segno di non-comunicazione tra Istituzioni e Società civile».
L’elevatissima caratura umana e professionale di Maurici viene infine rimarcata da Giulio Guderzo, le tante battaglie «da lui duramente combattute e vinte con le sole armi della legge e dell’appello alle libere coscienze».
Maurici era scomodo, si, ma per la componente «provinciale e semi-criminale» del Palazzo e per lorsignori (mafiosi, speculatori, trapananti e taluni loro corrotti lacché istituzionali).
«Nessun “San Siro” alla memoria»? E dove sta scritto? Un anno fa due medaglie su tre furono “alla memoria” (Andy Rocchelli e Raffaele Sgotto), così come nel 2013 (Franca Graziano e Claudio Tanzi).
Dunque non resta che attendere: a giorni anzi ore chiunque potrà vedere se, gattopardescamente a Pavia «tutto cambia affinché nulla cambi», se guardando fuori dal Mezzabarba l’attuale sindaco vede sudditi o concittadini. E la “generazione Maurici” ovvero quella di chi ha avuto vent’anni negli anni Cinquanta e Sessanta e Settanta e Ottanta e Novanta ne saprà tenere risoluto conto. (G. G)

Generazione Maurici di Giorgio Boatti *

Chi premiare? E perché? Qualcuno si spazientisce quando, all’avvicinarsi di dicembre, a Pavia scatta il confronto sui “premi San Siro”, la massima onorificenza che la città attribuisce ogni anno a concittadini ritenuti esemplari, modelli di vita per l’intera comunità e dunque degni di riconoscimento e di gratitudine.
È in errore chi ritiene provinciale e trascurabile questo confronto. Non comprende che il dibattito sulle candidature al “San Siro” è, o meglio, dovrebbe essere, tra i momenti fondamentali della connotazione della città. È un’importante liturgia civile che chiama a riflettere in modo non superficiale sul patto comune stretto fra concittadini.
Proprio per questo, ponderare e scegliere tra le candidature proposte è tra i compiti più delicati a cui sono chiamati coloro che stanno al Mezzabarba perché ci rappresentano e ci amministrano. Infatti anche nella scelta dei premiati si contribuisce a dare alla città – in base al momento che attraversa, ai problemi che emergono, alle priorità da indicare – la visione precisa e mirata del cammino da compiere.
È una visione che una volta tanto non viene espressa né attraverso comunicati scritti in politichese né in deliberazioni amministrative, magari rilevanti, ma dove gli indispensabili dettagli tecnici rendono difficile ai più afferrare la sostanza delle scelte fatte. Con l’assegnazione del “San Siro” a parlare, ad indicare la visione, l’orizzonte futuro che la città deve perseguire, è la persona premiata, la sua vita e le sue realizzazioni, il suo ruolo verso gli altri. È il suo stile di cittadino – verrebbe da dire – che viene additato come un modello da seguire, perché valido per tutti.
Da questo punto di vista chi riceve il “San Siro” diventa una sorta di simbolo – letteralmente un “contrassegno”, una “sintesi” – nel quale una città sceglie di riconoscersi.
Il nome o i pochissimi nomi dei premiati sono ovviamente frutto di un’ulteriore scelta dentro una selezione. Poiché, anche se nessuno sembra ricordarsene, sia tra i candidati proposti sia tra tutte quelle persone che, operando il più delle volte silenziosamente, nei più diversi ambiti, tengono in piedi e fanno progredire la città, di premi da attribuire ne potrebbero sbocciare ben più di quello che pensiamo.
Però, appunto, bisogna scegliere. Riflettendo nei giorni scorsi sulle varie candidature mi sono convinto che quella dell’avvocato Franco Maurici, scomparso da poche settimane, rappresenta sicuramente un modo, uno stile – nell’essere cittadino e parte di una comunità – meritevole del “San Siro”. E questo tanto più perché Maurici, anche quando ha preso parte con passione civile a tutti i momenti decisivi di confronto sul futuro della città, anche quando ha rappresentato uno schieramento politico in Consiglio Comunale, è riuscito a non essere mai di parte. Proprio perché ha avuto sempre come bussola il rispetto della legalità, all’origine delle sue coraggiose battaglie contro la corruzione nella vita pubblica, Maurici ha dato voce sempre all’intera città. Una voce fuori da ogni consorteria, comitato di affari ma anche aristocraticamente distante da ogni nomenklatura di partito. Maurici ha conservato sempre autonomia intellettuale e apertura civile, attingendo in ogni suo atto ad uno spessore professionale altissimo.
Attribuirgli però il premio avrebbe un ulteriore significato perché Maurici è stato anche il simbolo di una generazione, assai numerosa a Pavia, di uomini e donne dai capelli bianchi e dalle variegatissime esperienze professionali alle spalle. Sono persone a cui la città potrebbe ancora attingere in modo ampio e proficuo se solo finalmente chi l’amministra si chinasse su questa realtà e ne traesse un disegno di attività capaci di coinvolgere questa generazione, la “generazione Maurici”, in un dialogo serrato tra generazioni, dentro quel trasferimento reciproco di competenze ed esperienze e conoscenze, di cui Pavia e il suo territorio hanno, ora più che mai, bisogno.

San Siro a Maurici. È straguadagnato di Daniela Bonanni *

Anch’io ho ricevuto l’onorificenza di San Siro. Era il 2006. Allora, come oggi, polemiche su polemiche. Leggo, amareggiata, indignata e molto incazzata, la “bufera sulle benemerenze” sulla Provincia. Quel «non si torna indietro» così sbandierato, quel modo tranchant di tappare la bocca in punta di regolamento ad ogni segnalazione, indicazione anche se sacrosanta, segna una cesura, un pessimo segno di non-comunicazione tra Istituzioni e Società civile. Non ci sto.
Non va bene evocare la partecipazione quando fa comodo e porta voti, salvo poi chiudere ogni possibilità di ascolto e condivisione. E l’affaire San Siro è, a questo punto, solo un esempio.
Semplice buon senso affiancare – come richiesto – il nome di Mariuccia Teroni a Giampiero Lotito perché insieme hanno creato “Facility live” e insieme, anche dopo importanti e strameritati successi internazionali, hanno scelto di mantenerne la sede a Pavia.
Semplice buon senso rilevare che non è possibile che non ci siano donne premiate. Dobbiamo aspettare le quote rosa anche per il San Siro? Questione di sensibilità democratica e ascolto della città invece assegnare non un «attestato o niente» ma la civica benemerenza a Franco Maurici, persona di grande onestà, di grande rigore morale che ha messo la sua competenza giuridica e la sua vita al servizio di tante giuste cause per il bene di Pavia. E quindi, in vita, il San Siro se lo è straguadagnato.

Lettera al sindaco sul caso Maurici di Giulio Guderzo *

Signor sindaco, vengo informato di una persistente opposizione al conferimento del “San Siro” all’avvocato Maurici, in un primo tempo fondata sul singolare criterio dell’inopportunità di premiare un morto (come se a Pavia, città universitaria, nulla si sapesse delle lauree ad honorem, conferite, giustappunto, alla memoria) e in seconda battuta a una qualifica di “non credente” che dovrebbe coagulargli contro i “credenti” del Consiglio comunale. Da “credente” – e altresì, come si usa dire, “praticante” – mi si consenta di dire che trovo del tutto pretestuose queste presunte “ragioni” per negare il riconoscimento a un professionista, a un uomo, che per Pavia, per la difesa del suo volto storico, per l’onestà e la pulizia dei pubblici comportamenti, si è sempre strenuamente battuto, inverando nella propria quotidianità come nelle tante battaglie combattute (e vinte!) i principi nei quali profondamente credeva e che sarebbe ben difficile non catalogare come essenzialmente cristiani. Non a caso è stato per questo perseguitato. Nè Pavia ha dimenticato le croci disegnate sui battenti del suo ufficio, a due passi da Strada Nuova: una minaccia ben reale, in una città inquinata da forze da lui duramente combattute con le sole armi della legge e dell’appello alle libere coscienze. Tanto il suo comportamento è stato, d’altronde, correttamente valutato, che Franco ha avuto – lui non credente – il giusto riconoscimento del funerale cristiano, al Carmine, e l’affettuoso pubblico commiato, ancora in chiesa, dell’amico fraterno Giovannetti. Posso solo augurarmi – e augurare a chi dovrà prendere al riguardo le decisioni del caso – che si sappiano e si vogliano correttamente interpretare i desideri e le giuste aspirazioni di chi, seguendo l’esempio di Franco Maurici, intende continuare a battersi per una Pavia migliore, più “chiara”, più bella.

* “La Provincia Pavese”, 29 e 30 novembre 2015

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