Storia ingrata

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Come ogni anno, mercoledì 9 dicembre, alle ore 17.30 in occasione della festività del Patrono di Pavia, nella sala di via Paratici in palazzo Broletto (ingresso da via Paratici 23) si terrà la presentazione di Storia ingrata. Mino Milani converserà con Tino Cobianchi, Luisa Voltan e Giacomo Galazzo, assessore a Cultura e Legalità del Comune di Pavia.
Venerdì 11 dicembre, alle ore 18, Milani sarà alla libreria Feltrinelli di via XX Settembre a presentare Storia ingrata e rispondere alle domande dei lettori assieme a Giovanni Giovannetti, Simona Rappanelli e Luisa Voltan.

Luisa Voltan intervista Mino Milani

Abbiamo incontrato Mino Milani, in occasione dell’uscita di “Storia ingrata”, il nuovo romanzo del grande scrittore pavese, “libro di San Siro” 2015.

Storico, giornalista e scrittore, con la passione per Garibaldi, per i fumetti, per l’avventura, per la verità: Mino Milani, classe 1928. Lo incontriamo nella sua casa di fronte a San Pietro in Ciel d’Oro. Ci accoglie una dolcissima gatta nera e lo studio, tappezzato di libri, è arredato anche di grandi e piccoli gatti di carta o di pietra.

Subito chiediamo di questa che sembra un’ulteriore passione del nostro ospite.

I gatti ci sono sempre stati. C’è sempre stato “il gatto”. Non ho molti ricordi d’infanzia, ma in quei pochi la presenza del gatto è costante. E mi trovo spesso a smentire chi afferma che i gatti sono tutti uguali. Ogni gatto è “il gatto” con la propria peculiare personalità. C’è il tranquillo e il nervoso, c’è l’affettuoso e il riservato… come le persone. Lo puoi riconoscere solo attraverso l’esperienza, riconosci il gatto perché hai conosciuto tanti gatti. Per riuscirci è molto importante ricordare e conservare anche l’emozione e la commozione dei primi incontri.

Studio, conoscenza, esperienza sono tratti che caratterizzano anche la tua passione per la Storia. Quali altri ingredienti ci metti?

Ci sono le carte, quando ci sono. Bisogna andare a toccare con mano, anche se la cosa può essere avventurosa, anche se si presentano difficoltà. Leggere le carte come fossero i testimoni, pur se inconsapevoli, per trovare tra le virgole quell’indizio che ci fa fare un passo avanti. E questo vale anche per le cose, gli oggetti che sono arrivati fino a noi.

Quindi la prima molla è la curiosità di andare a verificare cosa è successo veramente?

Ti racconto questo. Il generale Cantone, che era un generale degli Alpini, è andato in alto sulle Dolomiti, nonostante gli avessero detto del pericolo dei molti cecchini. Fatto sta che gli sparano e lo ammazzano. Io ho visto il suo berretto da generale – incredibile la mira che avevano quegli uomini – proprio al centro. Il tiratore scelto, il cecchino mira alla testa, poiché è il modo migliore per uccidere una persona.
L’Italia pseudo-intellettuale vuol deprimere in tutte le maniere l’Italia durante la guerra. Gli italiani si vogliono sempre deprimere. Sul “Corriere” viene scritto che pare che non sia stato ucciso dagli austriaci, ma da un alpino, per la sua severità. Allora io penso: se il colpo è in fronte, chi ha sparato gli stava di fronte. Fosse stato un suo alpino gli avrebbe sparato alle spalle. Oppure era un disertore. Ma gli alpini italiani non erano cecchini: sotto questo aspetto gli italiani erano molto carenti, durante la Prima Guerra Mondiale.
Allora non è ricerca di verità, è solo il cattivo gusto di trovare alternative che possano sminuire o ribaltare, credendo che possano interessare maggiormente.

Per creare interesse, la storia viene riportata anche aneddoticamente. In questi casi viene rispettata la verità?

La celebre affermazione di Garibaldi a Bixio: «Qui si fa l’Italia o si muore», viene bollata di retorica. Allora io dico: cerca di capire con che tono è stata pronunciata quella frase. Probabilmente Bixio disse: «Generale qui ci si deve ritirare», con Garibaldi che replica con un tono che possiamo immaginare fermo e rassegnato: «Eh, no Bixio, qui si muore. Dove ti ritiri?»

Quindi la curiosità non è sufficiente. Bisogna anche immaginare?

Bisogna ricordarsi della persona. E allora tener presente che aveva le sue patologie, che non aveva digerito, che era vecchio… Teodorico di Verona che vede il viso di Boezio nel pesce che doveva mangiare… a chi grida «leggenda!» rispondo che magari lui l’ha visto veramente, era molto malato… è possibile che anche un personaggio storico importante abbia avuto delle turbe psichiche da vecchio… E non è immaginazione, direi che è commozione…

Quindi è necessaria anche una sorta di emozione infantile?

Sì, la commozione del ragazzo, del fanciullino, è un ingrediente molto importante.

Quindi il tuo fanciullino condivide con il commendator Milani non solo l’amore per i gatti , ma anche la passione per la verità storica. E quando ti immergi nella narrativa, come interagisce “il ragazzo Guglielmo” ?

Nei romanzi la commozione del ragazzo è indispensabile, non posso farne a meno. Scrivo a quattro mani con Guglielmo. Non potrei fare altrimenti.

Quanta commozione hai provato nel raccontarci il “nostro” Imperial Regio Commissario Melchiorre Ferrari?

Quel tanto o poco che sono riuscito a capire di Melchiorre, l’ho capito attraverso il pronipote, mio carissimo amico, aveva vent’anni più di me. Gli ho dato sempre del lei, e lui mi ha dato sempre del tu; andava bene così, per me lui era il dottor Ferrari, forse il primo che ha fatto un’iniezione intramuscolare al bambino Guglielmo.
Ferrari era un bravissimo pneumologo: fosse stato ispettore, secondo me, si sarebbe comportato come il suo avo.
Ho una lettera recente di un pronipote del dottor Ferrari che si compiace dell’uscita delle inchieste di Melchiorre. Mi scrive che il commissario è tale e quale allo zio, pantofole di raso comprese.
Mi son permesso di riportare le caratteristiche di Ferrari medico nel commissario, del quale si sa poco. Però qualche parola scritta, un qualcosa, un’emozione m’ha fatto immaginare che lui fosse davvero così.

Qual è la consistenza, l’essenza di Ferrari?

In primo luogo è integerrimo con se stesso. Odia il crimine, naturalmente, altrimenti non farebbe quel lavoro. Lo odia in quanto il crimine è contro gli uomini. Ha nel suo lavoro, come del resto aveva il suo discendente, un alto senso del rispetto dell’uomo. Perché il cattivo va arrestato? Perché il cattivo va neutralizzato? Perché nuoce agli uomini. E poi cercare di capire più che si può. Melchiorre è l’uomo che vuol capire, che cerca di capire.

Questa necessità di comprendere è anche una tua peculiarità…

Lui indaga, io indago. Cerchiamo di capire non solo il perché, ma anche il chi. Ti faccio un esempio. Tempo fa ho accettato un incontro con i malati, al reparto di oncologia, con qualche dubbio sulla sua utilità. Ho visto dalle facce che era tutta povera gente, così ho pensato di parlare di lavoro. Ho parlato del lavoro di mio padre, dei miei amici della collina, che erano contadini, e così via. In dialetto, uno dei presenti mi apostrofa: «Lei che parla tanto di lavoro, mi faccia vedere le mani! Ecco, lei non ha mai lavorato! Perché viene a parlarci di lavoro?»
Avrei potuto rispondere male, o ironicamente, se non avessi voluto capire chi mi stava davanti. Ma l’ho capito e ho tranquillamente spiegato che c’è lavoro e lavoro… Anche i Ferrari, sia il nostro commissario che il mio dottore, cercano sempre di capire chi hanno davanti.

Ferrari capisce le persone, e spesso se ne innamora. Ma quando si innamora di una donna sembra perdere l’orientamento…

Come tutti gli uomini, come me… basta fermarsi in tempo per non perdere la bussola. Melchiorre, a volta con fatica, ci riesce.

Per chi batte il cuore di Melchiorre?

Il cuore di Melchiorre è rivolto a se stesso. Non per egoismo. Lui è il miglior amico di se stesso. Si critica, si censura, però alla fine si approva. Questa è la sua filosofia, semplicemente perché lui non ha che se stesso. Lui di se stesso riesce a fidarsi, per quel tanto che è possibile fidarsi. E forse lo sto sminuendo, però è così. E comunque non pretende di essere il migliore, è uno come gli altri, però lui ha un grande rispetto di se stesso. E se cercano di pestargli i piedi, lui reagisce. Un po’ come il Milani…

In rete c’è quasi tutto: non ci sono gli odori. L’obiezione più comune ne dichiara l’assenza anche nei libri. Nell’inchiesta di quest’anno, in questa Storia ingrata, il nostro Commissario si trova a dover usare un senso più degli altri, per poter capire: deve ascoltare attentamente il suo naso.

In questa storia di odori ne ho messi molti, sgradevoli o inebrianti che fossero. Ho cercato di usare al meglio la parola, perché la parola rende più dell’immagine, la paro la evoca, la parola ti va dentro.

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