Mafie di Stato

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Gelli, la Massoneria e l’altra faccia dell’onorato Paese
di Giovanni Giovannetti

A un mese dalla morte dell’impunito Venerabile Maestro della P2 Licio Gelli ripercorriamo le trame neofasciste, golpiste e stragiste che videro questa Loggia massonica segreta in eversivo intrallazzo con i vertici dei servizi segreti italiani e stranieri, fascisti bombaroli prezzolati, mafiosi atlantici, generali golpisti, funzionari dello Stato che alla Costituzione voltarono le spalle (anche l’ex prefetto di Pavia Ferdinando Guccione, fascicolo P2 n. 136). Una pagina buia e tuttora attuale, che oggi si tende a occultare.

Dopo la bomba di Piazza Fontana a Milano e il tentato golpe Borghese (1969 e 1970), le dimissioni nel 1974 del presidente statunitense Richard Nixon, travolto dal caso Watergate, prelude a una stagione non di meno crudele ma senza altre mire golpiste, improponibili in Italia dopo la caduta, quell’anno, dei Colonnelli in Grecia e di Marcelo Caetano in Portogallo.
Anche il depistaggio sulle bombe neofasciste attribuite ai «comunisti» in quella fase della strategia della tensione ormai non pare spendibile, dopo gli approfondimenti dei magistrati Gerardo D’ambrosio e Emilio Alessandrini (per la bomba di Piazza Fontana hanno intrapreso la pista del neofascismo veneto, che porterà all’incriminazione di Franco Freda e Giovanni Ventura) e dopo che il 7 aprile 1973 sul treno direttissimo Torino-Roma in transito in Liguria, un detonatore era esploso in mano al terrorista nero Nico Azzi intento a innescare una carica di tritolo, a quanto sembra cortesemente offerto dal capitano dei Carabinieri Michele Santoro, divisione Pastrengo di Milano al comando del generale Giovan Battista Palumbo (tessera P2 n. 1672). Quel Santoro amico fraterno del criminale criminologo piduista Aldo Semerari. Quel Santoro coinvolto nella mancata strage davanti al Tribunale di Trento (18-19 gennaio 1971). Quel Santoro che, pur sapendo, tentò di attribuire l’attentato di Peteano alla sinistra, in particolare a Lotta Continua (31 maggio 1972, tre carabinieri uccisi, due feriti. Bomba messa da tre fascisti doc dentro a una Fiat 500: e tra loro, il reo confesso Vincenzo Vinciguerra).
Altre bombe verranno sospese; erano pronte a deflagrare in Veneto, una sul Brennero Express, da collocare a Verona in modo che esplodesse alla Stazione di Bologna. È la congiura della Rosa dei venti: il caos da attribuire ai “rossi” nella prospettiva dello stato d’emergenza, con l’esercito in strada per riportare l’ordine.
Saranno le bombe dichiaratamente “nere” di Brescia e dell’Italicus (altre stragi di Stato) ad inaugurare la strategia e tattica degli opposti estremismi, volta a stabilizzare in senso moderato gli equilibri del Paese, mentre i Servizi interni ed atlantici infiltrati nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (in quelli di destra già stavano per vocazione) si disponevano a manovrarne la componente armata clandestina. Come ebbe a dire Vito Miceli al pm Giuseppe Tamburrino nel settembre 1974, poco prima di essere messo agli arresti, «ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, da adesso sentirete parlare solo di quello degli altri» (Giuseppe De Lutis).
Per inciso, a bordo del treno Italicus, quel giorno avrebbe dovuto esserci Aldo Moro, all’epoca ministro degli Affari esteri; lo fecero scendere alcuni funzionari col pretesto di alcune firme improrogabili a dei documenti. A toglierlo di mezzo provvederanno anni dopo le Brigate rosse. Non deve dunque stupire che il terrorismo sanguinario di Br e Nuclei armati proletari fosse sostanzialmente funzionale alle aspettative atlantiche, da cui venne un secco no agli «equilibri più avanzati», prospettati da Moro e dalla sinistra democristiana: la politica di avvicinamento al Pci (il maggiore partito comunista dell’area atlantica) suscitava «fiero allarme nei settori più reazionari – palesi e occulti – dell’imprenditoria e dell’apparato statale. […] Una prospettiva che Aldo Moro pagherà con la vita» (Sergio Flamigni).
Ma, scrive Gelli nello Schema R (Schema di massima per un risanamento generale del Paese, agosto 1975) «occorre fare presto», poiché «la formale accettazione della via parlamentare quale unico modo per giungere al potere» se collegata alla «grave crisi economica finanziaria in corso» e «la conseguente esasperazione di conflitti politici e sociali» può favorire la crescita elettorale delle forze di sinistra, acquisendo elettori tra i ceti medi prima ostili, poiché «il Pci ha dimostrato di saper abbattere le barriere psicologiche e le preclusioni politiche» cristallizzate nell’accordo di Yalta del febbraio 1945. Al contrario, per la P2 il voto amministrativo del 15 giugno 1975 raffigura l’inquietante volontà o, meglio, il pericolo «di un reale e radicale rinnovamento»: un mutamento del senso comune misurabile anche con la vittoria dei “no”, ovvero del “sì” al divorzio (referendum del 12 maggio 1974), nonostante Dc e Vaticano.
Occorre fare presto, e per Gelli «l’unica alternativa valida per la lotta al comunismo resta la Dc». Dunque occorre fare presto, poiché riorganizzare un partito che somma correnti più litigiose dei polli di Renzo è lavoro di anni e, lamentano Gelli e sodali, tempo non ce n’è: i Cosacchi sono al confine.
Alternative? Nessuna. Da escludere l’ipotesi golpista, appariva al momento prematura anche «la possibile variante di una neoformazione di destra la quale permetta il recupero e lo scongelamento dei due milioni di voti moderati affluiti al Msi fra il 1971 e il 1972» scriverà Gelli in un suo Memorandum sulla situazione politica italiana, poiché «siffatta variante andrebbe fortemente colorita di antifascismo». Inutile qui sottolineare la simmetria con la nascita nel 1994 di Alleanza nazionale, il nuovo partito di destra guidato dal formattatore Msi Gianfranco Fini. A rimorchio dell’ex delfino del fascistissimo Almirante troviamo Publio Fiori (tessera P2 n. 1878) e Gustavo Selva (tessera P2 1814).
Così come balza subito all’occhio l’analogia tra il piduista Piano di rinascita democratica (di caratura ben superiore alle approssimative analisi sociopolitiche dei documenti che lo precedono) e la realtà attuale: al capitolo Procedimenti (paragrafo 1d) la P2 fra l’altro si invita a perorare la «nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra e Dc di sinistra), e l’altra sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e democratici della Destra nazionale)».
La penna che verga il Piano è forse di Francesco Cosentino (tessera P2 n. 1608), giovane segretario particolare di Enrico De Nicola dal 1946 al 1947, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per Roberto Calvi, questo alto funzionario dello Stato era il numero due della Loggia P2: subito dopo Andreotti, prima di Ortolani e Gelli.
Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito».
Comincia nel 1975 quella presa o pretesa del potere con altri mezzi e apparenze che vedrà capifila ancora uomini della P2, e fra loro Silvio Berlusconi, confratello dal 1978 (tessera P2 n. 1816). Lo ha recentemente confermato Ezio Cartotto (ex fedelissimo del Cavaliere) retrodatando il progetto di Forza Italia proprio al 1975-76: «dopo l’eventuale golpe» racconta Cartotto «il potere sarebbe passato nelle mani di un governo di transizione. Un esecutivo non interamente militare, ma con una forte presenza di generali. Sarebbero state varate le necessarie modifiche costituzionali. Dopodiché, dopo un paio d’anni, si sarebbe tornati alla democrazia» con la formazione di comitati, equivalenti ai Clubs berlusconiani del 1994. Della «necessità di costituire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in clubs territoriali e settoriali», al solito ha già scritto Gelli nel suo Memorandum.
Il 21 marzo 1975 nasce anche Fininvest, la telegenica fabbrica del consenso e del potere, controllata da Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria, che tre anni dopo avvierà il noto impero televisivo nel segno del coevo Piano di rinascita democratica. Entrambe le controllanti appartengono alla costellazione di Bnl Holding, banca «parecchio prodiga nel fornire denari anche a Cmc» (Metta) e ad Eugenio Cefis; banca sotto controllo piduista.
Le fiduciarie Bnl Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria ricorrono anche nelle speculazioni immobiliari romane con al centro il Vaticano, proprietario di circa un quarto dell’intero patrimonio fondiario.
Particolare attenzione è dunque riservata ai media. Il Piano di rinascita della P2, prefigura la dissoluzione «della Rai-tv in nome della libertà di antenna […] in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Dispone anche l’acquisizione di «alcuni settimanali di battaglia» e «almeno 2-3 elementi per ciascun quotidiano o periodico» ai quali «dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici» prescelti.
Come affondare il coltello nel burro, e infatti nell’elenco degli iscritti alla P2 sequestrato nel 1981 ci sono 22 giornalisti, da sommare ad 8 direttori di testata, 7 funzionari della Rai-tv e qualche editore.

(1 – continua)

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