Tora tora

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La P2 nella sua prima fase stragista e golpista
di Giovanni Giovannetti

Bombe di Stato e golpe, come quello intentato da Junio Valerio Borghese, il “principe nero”, la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970: destra eversiva, massoneria occulta, Servizi deviati, Servizi atlantici, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, criminalità comune in marcia contro lo Stato di diritto. È la cosiddetta “notte di Tora Tora”, deriva caldeggiata anche da Salvatore Greco, Giuseppe Calderone, Giuseppe Di Cristina, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Giuseppe Nirta, Giorgio e Paolo De Stefano, ovvero dai maggiorenti mafiosi calabro-siciliani del tempo.
A La Spezia il 5 novembre 1972, il segretario Dc Arnaldo Forlani (poco prima aveva segretamente incontrato Almirante) parlò di un «tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato della solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno, ma anche in ordine internazionale, questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso». Non pochi vi lessero la allusione di Forlani a Giulio Andreotti, presunto fautore occulto del colpo di Stato. Lo si legge in questo esplosivo e informato documento anonimo, Guerra fra democristiani. All’insegna della trama nera, portato a conoscenza di numerosi giornalisti e parlamentari:

«Le recenti dichiarazioni del segretario Dc Forlani, il primo leader di partito dopo Mancini che abbia ufficialmente dichiarato di credere all’esistenza di una “trama nera”, non erano indirizzate contro la destra. Forlani, infatti, si è affrettato a distinguere fra la destra politica ufficiale, che ha chiamato “grande destra”, e i gruppi sovversivi di destra. Egli voleva colpire questi ultimi, ma, soprattutto, voleva far sapere che possiede in proposito un’ampia documentazione.
Così facendo, Forlani ha voluto mettere sull’avviso il Presidente del Consiglio. Infatti, in seguito a ripetute segnalazioni dell’on. Rumor, al vertice della Democrazia cristiana si è ormai certi che l’on. Andreotti sia da lungo tempo invischiato, per il tramite di alcuni suoi fiduciari, con ambienti e personaggi della destra extraparlamentare. L’on. Andreotti che è stato per lungo tempo Ministro della Difesa e che al tempo del processo De Lorenzo-“Espresso” evitò di mettersi contro il Sifar, si è sempre servito per i suoi fini personali del Servizio segreto: o meglio, di alcuni uomini all’interno del servizio. In particolare, questi uomini fanno capo al colonnello Jucci; lo stesso che Andreotti ha incaricato di condurre la trattativa per la vendita di armi alla Libia.
Il colonnello Jucci ha stabilito rapporti con il mondo della destra extraparlamentare grazie alla collaborazione di un altro elemento del Sifar (poi Sid): il colonnello Vicini. Questo colonnello, fino a poco tempo fa, comandava il reparto guastatori del servizio che si addestra in Sardegna ed ha disponibilità illimitate di esplosivo. Si noterà a questo proposito che in tutti i casi di attentati con matrice di destra, l’esplosivo non è risultato quasi mai rubato; mentre invece, nel caso di attentati provenienti da sinistra, ci si è imbattuti sempre in esplosivo rubato. Il motivo è chiaro: il materiale alla destra veniva fornito dal Vicini, d’accordo con lo Jucci che, per conto del suo padrone Andreotti, voleva alimentare il sovversivismo di destra. Tutto il lavoro di questa gente fa capo all’ufficio di “Alti studi strategici” che è sistemato a Palazzo Chigi e nel quale lavora un altro fiduciario di Giulio Andreotti: l’avvocato Di Jorio, consigliere regionale del Lazio oltre che difensore dei “golpisti” di Junio Valerio Borghese. Il Di Jorio è affiancato da un ex esponente missino, Fabio De Felice, noto per i suoi trascorsi dinamitardi.
A Milano, questa organizzazione fa capo al maggiore dei carabinieri Rossi, ufficiale di collegamento tra l’Arma e il Sid. L’Arma però ignora tutto dell’attività che il Rossi svolge nel campo dell’estrema destra. Il Rossi si serve dell’aiuto del costruttore Sigfrido Battaini. Sono questi due elementi che hanno arruolato il Nardi, hanno organizzato la provocazione facendogli credere che bisognava liberare dal carcere i suoi compagni di rapina, e quindi l’hanno fatto arrestare al confine, con l’esplosivo a bordo. Contemporaneamente, da Roma, il Procuratore De Andreis mobilitava i giornali, per far sapere che l’ordine di agire contro il Nardi e identificarlo a tutti i costi come l’assassino di Calabresi era stato dato da Roma, da Rumor in persona: tesi infatti che è stata ripresa subito da “Panorama”.
Cosa vuole fare Giulio Andreotti? Che egli pensi di mettere in difficoltà Almirante e da escludere: i due si conoscono troppo bene. L’ipotesi più probabile è, invece, che il Presidente del Consiglio voglia continuare a manovrare la leva dei disordini da destra, per garantire se stesso, cioè all’uomo del “recupero a destra”, la possibilità di restare a lungo a Palazzo Chigi. Forlani e Rumor, tutto questo, lo hanno ormai scoperto; così come ormai hanno scoperto l’attività dei vari Jucci, Vicini, Rossi, Di Jorio e compagnia bella. Ecco perché il segretario democristiano ha parlato».

Tornando ai fatti davvero accertati, nell’estate 1970 il fascistissimo Borghese incontrò personalmente a Roma i capimafia Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina. Scese poi a Reggio Calabria e, con la mediazione dell’avvocato Paolo Romeo, si rivolse a Giorgio e Paolo De Stefano (in attesa dell’ora ics, la ‘Ndrangheta allerterà non meno di 1500 uomini).
I congiurati entrarono davvero in azione, occupando il ministero degli Interni e riproponendosi l’occupazione degli Esteri e della Difesa, del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, della Questura di Roma, della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, delle sedi Rai di via Teulada e di via del Babuino, del Centro radio-collegamenti del ministero degli Interni a Monterotondo, del Centro radio ripetitori del ministero degli Interni ad Anzio, della centrale elettrica di Nazzano presso Roma. Sicari della mafia si disposero a uccidere il capo della Polizia Angelo Vicari.
Coinvolti in tutto questo il Battaglione guardie di Pubblica sicurezza di Roma al comando del maggiore Enzo Capanna col benestare del colonnello Domenico Barbieri; il gruppo della Forestale di Rieti agli ordini del colonnello Luciano Berti; un reparto di Carabinieri guidato da un ufficiale dell’Arma; il Primo raggruppamento Granatieri di Sardegna; il Reggimento Cavalleria Lancieri di Montebello; il Primo reggimento Bersaglieri di Aurelia.
Accanto a loro, militanti del gruppo neofascista Avanguardia nazionale (furono i primi ad entrare in azione, occupando nottetempo il Viminale).
«In vista del golpe Borghese», riferisce Sergio Flamigni in Trame atlantiche citando gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, anche «la massoneria chiese l’aiuto di Cosa nostra e della criminalità organizzata calabrese per averne un appoggio armato». Lo hanno ammesso in sede giudiziaria Tommaso Buscetta, Luciano Liggio e Antonio Calderone.
I contagi tra Mafia, Servizi più o meno atlantici, Massoneria, grande finanza, criminalità comune ed eversione nera coprono per intero la storia altra della Repubblica. Come si è visto, lo sbarco “alleato” in Sicilia nel 1943 vide aderire con Cosa nostra. Si è poi detto della strage mafiosa e anticomunista di Portella della Ginestra, della morte di Mattei e del golpe Borghese. A questo e altro, aggiungiamo pure lo scambio di favori tra mafia siciliana e criminalità nera per togliere di mezzo il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, ucciso con sei colpi di rivoltella a Palermo il 6 gennaio 1980 dal killer «dagli occhi di ghiaccio» che la moglie testimone riconobbe in Giusva Fioravanti (Nar, Gladio, poi condannato all’ergastolo per la bomba alla stazione di Bologna. Arrestato il 5 febbraio 1981, condannato complessivamente a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi di reclusione, Fioravanti otterrà la semilibertà nel 1999 e la definiva scarcerazione dieci anni dopo), un mercimonio preso molto seriamente da Giovanni Falcone, l’ultimo, poco prima di saltare in aria a Capaci il 23 maggio 1992.
Ai giudici che indagavano sulla strage alla stazione di Bologna, Angelo Izzo (terrorista nero, autore del massacro del Circeo) riferirà che sia Fioravanti sia Concutelli gli «dissero che erano stati la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla Massoneria nonché esponenti della destra democristiana avversa a quella di Mattarella» ovvero alcuni proconsoli siculi di Andreotti (uno in particolare: il “gladiatore” mafioso Vito Ciancimino) «ad aver voluto la morte di Mattarella». E si erano fidati di Fioravanti «poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana di Roma». Se ne ricava l’ovvio assunto che non tutti i “delitti di mafia” di quegli anni sono da ascrivere alla sola mafia. Le stesse morti di Falcone e di Piero Borsellino vedranno i servizi segreti entrare «nel cono d’ombra delle indagini» (Imposimato).
Falcone stava indagando anche su servizi segreti e appalti dell’Alta velocità. Scrive Ferdinando Imposimato in Repubblica delle stragi impunite: «Un agente del Sismi, Paolo Dinucci, carabiniere in servizio presso l’ambasciata d’Italia in Bulgaria, mi disse inoltre di aver appreso a Sofia una notizia proveniente da Roma: l’intelligence italiana aveva partecipato all’uccisione di Falcone e Borsellino. I due avevano toccato interessi economici enormi, non mi disse quali».
Infine, una Relazione di Carlo Digilio su Ordine nuovo al comando generale dell’Alleanza atlantica per il Sud Europa di Verona (Digilio, colui che preparò a bomba di piazza della Loggia a Brescia era in rapporti con la Cia), consentirà al giudice milanese Guido Salvini di soppesare dall’interno «quale sia stata l’attività di controllo da parte degli americani sulle dinamiche eversive negli anni Sessanta nel nostro Paese, e quanto profonda sia stata la commistione, soprattutto in Veneto, tra mondi come Ordine nuovo, i Nuclei di difesa dello Stato (e cioè la struttura militare italiana), Servizi segreti italiani e servizi segreti americani».
Tra i fautori di Ordine nuovo c’era il senatore missino Mario Tedeschi (tessera P2 n. 2127), vero e proprio compagno di merende di Eugenio Cefis. E tra gli altri presunti fautori occulti del colpo di Stato spicca il nome di Licio Gelli; secondo alcuni cospiratori, Gelli (da lui sarebbe partito il “contrordine camerati”) pur affermando che a fronte della progressiva avanzata elettorale delle sinistre l’unica soluzione possibile era «un governo di militari» al tempo stesso «non lo riteneva indispensabile, mentre forse poteva usare il fantasma di una svolta autoritaria per ottenere maggior prestigio, maggior credito» presso ambienti istituzionali. Secondo Tommaso Buscetta il golpe, avallato dall’amministrazione Nixon, dovette rientrare a causa dell’imprevista presenza quella notte della flotta sovietica nel Mediterraneo.
Il processo ai responsabili – quello sì da operetta – si risolse in un progressivo insabbiamento, le cui premesse sono ben sintetizzate da Pecorelli il 10 giugno 1977 sul settimanale “Op”: «Sempre più strano questo strano processo al golpe Borghese. Potrebbe svolgersi tutto nell’anticamera dello studio di Andreotti. Pensate: andreottiano il pm Vitalone, andreottiana la longa manus della legge (nella fattispecie Labruna e Maletti) andreottiani gran parte degli imputati».
Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi nonché sulle oscure trame di una loggia massonica in Vaticano e delle manovre intorno al rapimento di Aldo Moro, Pecorelli (tessera P2 n. 1750) verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze mai chiarite.
Il giornalista possedeva copia degli illeciti assegni per 300 milioni di lire che Andreotti avrebbe ricevuto dalla Sir del petroliere Nino Rovelli (indebitato con Italcasse per 218 miliardi di lire), dai fratelli Caltagirone (209 miliardi) e dalla società Nuova Flaminia di Domenico Balducci, legato alla banda della Magliana e al capobastone Pippo Calò: «Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?» titolò il settimanale “Op” il 14 ottobre 1977. È la partita di giro dello scandalo Italcasse, ovvero dei finanziamenti e contributi a fondo agevolato a partiti di governo e, non da meno, ad imprenditori amici; agevolato dal pizzo per taluni.
Nel 1992 Tommaso Buscetta riferì ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti». Nella Domanda di autorizzazione a procedere contro l’esponente democristiano (8 giugno 1993), i magistrati romani scrivono: «Sembra che Pecorelli stesse appurando cose “politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare questi segreti, che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti “cose che si intrecciano tra loro”». E infatti entrambi morranno assassinati perché a conoscenza, scrive Flamigni, «di un particolare “segreto di Stato”: un meccanismo di potere occulto che dai vertici istituzionali attraverso la P2 e i servizi segreti, coinvolge settori della criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra: un complesso e segreto dispositivo criminale attivato per le “operazioni sporche” in nome della “ragion di Stato”».

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