Giulio

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14 gennaio 2016. Belzebù compie 97 anni
di Giovanni Giovannetti

Fosse stato ancora vivo, oggi sarebbe caduto il compleanno dell’onorevole Giulio Andreotti. A lui l’Italia deve molto: la copertura delle bombe di Stato e delle stragi (i costi atlantici della politica); ruberie (i costi interni della politica); rapporti “istituzionali” con Mafia e criminalità comune (gli amici prima di tutto). Un modello elettivo per la classe dirigente che a lui è seguita..

«Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?» titolò il settimanale “Op” il 14 ottobre 1977. Il giornalista Mino Pecorelli possedeva copia degli illeciti assegni per 300 milioni di lire che Andreotti avrebbe ricevuto dalla Sir del petroliere Nino Rovelli (indebitato con Italcasse per 218 miliardi di lire), dai fratelli Caltagirone (doveva a Italcasse 209 miliardi) e dalla società Nuova Flaminia di Domenico Balducci, legato alla banda della Magliana e al capobastone Pippo Calò. È la partita di giro dello scandalo Italcasse, ovvero dei finanziamenti e contributi a fondo agevolato tra il 1972 e il 1974 a partiti di governo e, non da meno, ad imprenditori amici; agevolato dal pizzo per taluni.
Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi nonché sulle oscure trame di una loggia massonica in Vaticano e delle manovre intorno al rapimento di Aldo Moro, Pecorelli verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze mai chiarite.
Il 6 aprile 1992 Tommaso Buscetta riferì ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti». Nella Domanda di autorizzazione a procedere contro l’esponente democristiano (8 giugno 1993), i magistrati romani scrivono: «Sembra che Pecorelli stesse appurando cose “politiche” collegate al sequestro Moro. Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero trapelare questi segreti, che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli e Dalla Chiesa sono infatti “cose che si intrecciano tra loro”». E infatti entrambi morranno assassinati perché a conoscenza, scrive Flamigni, «di un particolare “segreto di Stato”: un meccanismo di potere occulto che dai vertici istituzionali attraverso la P2 e i servizi segreti, coinvolge settori della criminalità organizzata e gruppi eversivi di estrema destra: un complesso e segreto dispositivo criminale attivato per le “operazioni sporche” in nome della “ragion di Stato”».
Processato a Perugia quale mandante dell’omicidio Pecorelli, nel 1999 Andreotti verrà prosciolto, assieme al sodale Claudio Vitalone (ex ministro del Commercio con l’estero), ai mafiosi Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò e Michelangelo La Barbera, al presunto killer Massimo Carminati (lo stesso Carminati di “Mafia Capitale”, uno dei fondatori del gruppo di estrema destra Nar – Nuclei Armati Rivoluzionari). Il 17 novembre 2002 la corte di appello ribalterà la sentenza di primo grado: Badalamenti e Andreotti furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello venne infine annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, annullamento che rese definitiva l’assoluzione di primo grado.
Che dire poi del contrabbando di petrolio e corruttele per circa 2 mila miliardi di lire che, nel 1974-75, videro assoluti protagonisti il faccendiere democristiano Mario Foligni e il comandante della Guardia di finanza generale Raffaele Giudice (tessera P2 n. 1634, raccomandato ad Andreotti dai presunti presuli massoni monsignor Fiorenzo Angelini e cardinale Ugo Poletti), indagine “riservata” a cura del piduista Ufficio D del Sid. Venne tutto messo a tacere, dirà il fido spione di Stato Gian Adelio Maletti, «per evitare un terremoto istituzionale». Copia di questo dossier segreto sarà ritrovata tra le carte di Pecorelli nella redazione di “Op”.
Tra gli affiliati alla golpista e stragista Loggia massonica P2 figureranno fra gli altri 39 alti ufficiali della Guardia di finanza. Il colonnello Salvatore Florio, che aveva rifiutato l’adesione, dovrà lasciare l’Ufficio I (il servizio segreto delle fiamme gialle), sostituito dal collega colonnello Giuseppe Sessa, poi coinvolto dello scandalo petrolifero. Florio si era reso conto dell’entità dello scandalo: «qui scoppia una bomba», disse alla moglie Myriam; «Le dirò presto tutto quello che sono venuto a sapere su di lei» disse al corrotto generale Giudice. Morrà nel luglio 1978 in un dubbio incidente stradale.
Sulla P2 il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, nel 1993 ribadì: «non c’è dubbio che Gelli non fosse il vero capo della Loggia […] Il capo era un referente che metteva nei posti-chiave i generali filo-americani». E chi, all’epoca, aveva questo potere? Secondo Sergio Flamigni «le parole di Cossiga sembrano indicare nell’onorevole Giulio Andreotti il vero capo politico della P2». Come si vedrà, non era il solo a pensarlo.

Mafia e Massoneria

Secondo Tommaso Buscetta il golpe Borghese, avallato dall’amministrazione Nixon, dovette rientrare a causa dell’imprevista presenza quella notte della flotta sovietica nel Mediterraneo. Come si legge in documenti recentemente de-secretati, l’avallo Usa al Piano Borghese fu subordinato al coinvolgimento di Giulio Andreotti, il «garante politico» da porre a capo del successivo governo golpista.
«In vista del golpe Borghese», riferisce Sergio Flamigni in Trame atlantiche citando gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, anche «la massoneria chiese l’aiuto di Cosa nostra e della criminalità organizzata calabrese per averne un appoggio armato». Lo hanno ammesso in sede giudiziaria Tommaso Buscetta, Luciano Liggio e Antonio Calderone.
I contagi tra Mafia, massoneria, grande finanza, criminalità comune, eversione nera e Servizi più o meno atlantici coprono per intero la storia altra della Repubblica, a partire dallo sbarco “alleato” in Sicilia che, nel 1943, vide aderire Cosa nostra. Seguiranno, in succinta sintesi, la strage mafiosa e anticomunista di Portella della Ginestra la morte di Mattei e il golpe Borghese.
A tutto questo e altro, si può aggiungere lo scambio di favori tra mafia siciliana e criminalità nera per ammazzare, a Palermo il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella: i mandanti erano mafiosi e di Stato, ma nel killer «dagli occhi di ghiaccio» la moglie testimone riconobbe Giusva Fioravanti (Nar, Gladio, poi condannato all’ergastolo per la bomba alla stazione di Bologna); un mercimonio preso molto seriamente da Giovanni Falcone, l’ultimo, poco prima di saltare in aria a Capaci il 23 maggio 1992.
Ai giudici che indagavano sulla strage alla stazione di Bologna, Angelo Izzo (terrorista nero, autore del massacro del Circeo) riferirà che sia Fioravanti sia l’ordinovista Pier Luigi Concutelli gli «dissero che erano stati la mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla Massoneria nonché esponenti della destra democristiana avversa a quella di Mattarella» ovvero alcuni proconsoli siculi di Andreotti (uno in particolare: l’“uomo d’onore” Vito Ciancimino) «ad aver voluto la morte di Mattarella». E si erano fidati di Fioravanti «poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana di Roma».
Se ne ricava l’ovvio assunto che non tutti i “delitti di mafia” di quegli anni sono da ascrivere alla sola mafia. Le stesse morti di Falcone e di Piero Borsellino vedranno i servizi segreti entrare «nel cono d’ombra delle indagini» (Imposimato).
Falcone stava indagando anche su servizi segreti e appalti dell’Alta velocità. Scrive l’ex giudice Ferdinando Imposimato in Repubblica delle stragi impunite: «Un agente del Sismi, Paolo Dinucci, carabiniere in servizio presso l’ambasciata d’Italia in Bulgaria, mi disse inoltre di aver appreso a Sofia una notizia proveniente da Roma: l’intelligence italiana aveva partecipato all’uccisione di Falcone e Borsellino. I due avevano toccato interessi economici enormi, non mi disse quali».

Andreotti lo chiamavano “zio”

Ventotto “pentiti” di mafia accuseranno Andreotti di aver avuto solide entrature in Cosa nostra. Stando a loro, Andreotti era sceso a Palermo più volte per incontrare (Sindona a parte) Totò Riina, Stefano Bontate, i cugini Salvo, Giuseppe Calderone, Gigino Pizzuto, Nitto Santapaola. In particolare, lo confessarono i collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Francesco Marino Mannoia, Antonino Calderone, Tommaso Buscetta e Baldassarre Di Maggio, l’autista di Totò Riina a suo dire testimone nel 1987 del famoso bacio tra il mafioso latitante e Andreotti («…Riina invece salutò con un bacio tutte le persone (Andreotti, Lima e Salvo) […] l’incontro durò circa tre ore, tre ore e mezza»).
Andreotti verrà processato a Palermo per associazione a delinquere. La sentenza di secondo grado (2 maggio 2003) motiva una «…autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980» e «la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione». Dunque per Andreotti l’associazione a delinquere fu «concretamente ravvisabile» almeno fino alla primavera 1980, reato tuttavia estinto per l’avvenuta prescrizione. Per i fatti successivi verrà infine assolto.
Secondo il pentito Messina, uno dei canali per arrivare ad Andreotti era la Massoneria. Negli ambienti massonici Andreotti era chiamato il «Grande Babbo» o il «Babbo Gobbo», e se ne coglie il senso dando retta a Clara Canetti, vedova del bancarottiere impiccato Roberto Calvi: di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla P2, nel dicembre 1982 la signora affermò che, stando al marito, nella gerarchia della P2 «Andreotti era il primo» o quanto meno il principale referente politico. Per Licio Gelli era semplicemente «Giulio».

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