Il ponte della Stecca

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di Giovanni Giovannetti

«Senza quei lavori il ponte sarebbe crollato». In Provincia lo ripetono come un mantra tibetano: lo ha detto Vittorio Poma (centrodestra) presidente della Provincia nel 2010, che ha deliberato il primo intervento; lo ha ripetuto il suo successore Daniele Bosone (centrosinistra) in coro sincronizzato con l’ex portaborse Davide Lazzari, ora assessore comunale a Pavia. Provassero allora tutti quanti a riflettere sui miseri risultati ottenuti con quei lavori (se legittimi o meno lo stabilirà la Magistratura) costati oltre 11 milioni in pubblico denaro (a carico della Provincia), un quinto del preventivato per un ponte tutto nuovo.
Altro mantra pare essere quello degli «interventi tampone». Qui le carte di cui disponiamo poco ci aiutano, poiché la Relazione dello Studio Calvi ci fu negata proprio dall’ingegner Barbara Galletti, il dirigente provinciale ora indagato, che mostrò stupore a fronte di una richiesta di accesso agli atti «motivata da ragioni di giustizia». E infatti la Relazione venne artatamente rifiutata poiché a lei non era chiaro l’«interesse diretto, concreto ed attuale per esercitare il diritto d’accesso».
Si voleva anzitutto capire quali risultati lorsignori si riproponessero col primo esborso di euro 2.500.000; se l’intervento indicato nella Relazione dell’ing. Gian Michele Calvi alla collega Galletti era davvero «tampone» oppure dato per «risolutivo»: nelle delibere e nel contratto tra la Provincia e lo studio Calvi (8 aprile 2011) si parla di «ripristino», quel sostantivo che, stando al noto dizionario Gabrielli significa «restituire a qualcosa il suo aspetto o la sua funzione originaria». Proseguendo nella lettura di quel contratto, si apprende che la cosiddetta prima fase aveva due momenti, il primo «per la realizzazione di pile provvisorie, finalizzata alla riapertura del ponte al solo traffico leggero; il secondo di completamento, per il consolidamento e la protezione delle strutture».
Ma a quanto sembra anche le successive tappe furono «tampone». Nel successivo contratto del 25 luglio 2011, la seconda fase non è più indicata di «consolidamento»; viene qui introdotto il tema del «nuovo ponte». Che fosse questo l’obbiettivo? Demandalo al Calvi? Alla sua società viene infatti «affidato l’incarico per l’elaborazione di uno studio di pre-fattibilità comprensivo di più ipotesi progettuali per la realizzazione di un nuovo ponte».
Il tempo passa, i problemi restano. Così che il 30 dicembre 2011 la nuova amministrazione deve registrare una «ulteriore situazione di criticità alla pila n. 8» e che «non si è esaurito il regime di somma urgenza». E di nuovo incarica il Calvi, senza passare per una gara d’appalto. Altri 3.324.000 euro, altri soldi gettati al vento.
Non paghi, assisteremo a una terza e quarta fase (2.000.000 la terza e 636.181 la quarta…) sempre insistendo nell’affido diretto al solito noto: un’«urgenza» spalmata su tre anni, un’emergenza ancora attuale. Solo nel 2013 finalmente viene indetta una gara ordinaria, ad un costo preventivato di 2.427.818,41 euro. Nel frattempo, l’esborso complessivo è salito a 11 milioni e fischia. Bella porcata.

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