La giornata della smemoria

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Rileggiamola al presente
di Giovanni Giovannetti

In Europa assistiamo alla discriminazione sistematica di alcune minoranze. Un clima per molti aspetti simile a quello che negli anni Trenta portò alle leggi razziali, ovvero all’anticamera della “soluzione finale” per ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova, portatori di handicap psichici, oppositori politici.

«Fosse stato per il sindaco di Pavia i Rom li avrebbe messi sopra un treno e mandati via». Sono parole dell’ex sindaca Piera Capitelli, membro della Commissione etica del Partito democratico e dirigente scolastico che, nel 2008, parlava di sé in terza persona. L’anno prima, la stessa sinistra sindaca “di sinistra” aveva sentenziato che «nessuno di questi bambini verrà prossimamente inserito nelle scuole perché farlo costituirebbe un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio». La citazione è ripresa da Zingari di merda di Antonio Moresco (Effigie 2008, p. 68), reportage di rara intensità e ferocia tra i Rom di Slatina e Lişteava in Romania, tra persone costrette a vivere in case di fango o dentro buche scavate nel terreno, ai confini del mondo “civilizzato”.
Un popolo “di troppo” si aggira per l’Europa e anche a sinistra c’è stato chi sconsideratamente ha alluso a deportazioni e a «soluzioni finali».
Dopo il cambio di latitudine politica, con il sindaco Cattaneo a Pavia la musica non è cambiata: poco prima di essere coinvolta nelle indagini dell’antimafia, la nuova amministrazione ha provveduto al riciclo di un falso dossier su inesistenti casi di prostituzione minorile nel centro di accoglienza di San Carlo; consegnato alla Questura e alla Prefettura informative infamanti sui Rom, tali da prefigurare illeciti di profilo penale a carico dell’amministrazione comunale; sgomberato e lasciato in mezzo a una strada nel gelido inverno otto famiglie rumene per inesistenti «motivi di ordine pubblico» (ordine mai formalizzato dal nuovo sindaco Cattaneo) e in «accordo con la prefettura» (falso: il numero delle famiglie cacciate è stato circa il doppio di quello dei decreti di allontanamento prefettizi); provveduto all’irresponsabile interruzione del percorso scolastico dei figli minori.
Dopo anni di irresponsabile tambureggiamento mediatico orchestrato dalla politica accattona, il 47 per cento degli italiani non vuole un Rom per vicino di casa. Fossero stati mafiosi o camorristi, molto probabilmente non avrebbero incontrato la stessa diffidenza e provocato lo stesso fobico allarmismo.
Inclusione? No, grazie. Per lorsignori i Rom sono “scarti umani” senza diritti. Stiamo parlando dei comunitari di Pavia o Milano ma anche dei neri extracomunitari scesi a Rosarno in Calabria per la raccolta dei pomodori. Quasi tutti in regola con il permesso di soggiorno, nel 2010 sono stati provocati, presi a fucilate e poi deportati, senza nemmeno avere il tempo di riscuotere il compenso per il lavoro svolto. Ovviamente in nero, ovviamente procacciato da kapò, traghettatori delle braccia che mettono immigrati extracomunitari (sudanesi, etiopi, eritrei, somali, senegalesi, liberiani, ivoriani, maliani) in concorrenza con i neocomunitari polacchi, rumeni, bulgari, slovacchi, lituani.
Un vergognoso mercato di «economia criminale» mosso non dalle mafie (rende troppo poco) ma dalle «degenerazioni dell’imprenditoria agricola», riferisce il dirigente della Dda barese Lorenzo Lerario. Un tragico gioco al ribasso che vede a volte imporre compensi reali inferiori a 2 euro l’ora e altre volte negare il dovuto, con botte e minacce. Eppure caporali e proprietari non sono perseguibili, se non quando risulti evidente lo stato di riduzione in schiavitù sul lavoro, come scrive Alessandro Leogrande in Uomini e caporali (Mondadori, 2008), libro inchiesta tra i «nuovi schiavi» nelle campagne del meridione. Un disegno di legge di Cesare Damiano e Paolo Ferrero avrebbe voluto introdurre una pena fino a 8 anni per caporali e proprietari sanguisughe, ma dal 2007 giace insabbiato in Parlamento presso la commissione Lavoro.
Il razzismo, la xenofobia, l’antiziganismo hanno prima narcotizzato e infine colonizzato il senso comune, specie nell’est europeo: «La transizione al liberismo dei Paesi ex socialisti è stata caratterizzata anche dalla ricerca dei miti fondatori che ridefinissero la relazione tra Stato e nazione», scrive Nando Sigona nel suo saggio I Rom nell’Europa neoliberale (XBook, 2009), percorso che ha favorito i gruppi della destra romofoba, una «frammentazione della società su base etnica» e il ritorno a mai sopite conflittualità sociali e politiche (p. 60).
Assistiamo in Europa alla «discriminazione sistematica e istituzionale dei Rom».
Il mancato rispetto delle regole è ormai prassi nella pubblica amministrazione (regole di cui, al contrario, si dovrebbe garantire l’osservanza) e, come si è visto, lo sono anche le paure che richiamano un clima per molti aspetti simile a quello che negli anni Trenta, anche in Italia, portò alle leggi razziali, ovvero all’anticamera della “soluzione finale” per ebrei, omosessuali, zingari, testimoni di Geova, portatori di handicap psichici, oppositori politici.
“Soluzione finale” anche per 19 milioni di indios latinoamericani da parte delle potenze europee colonizzatrici. “Soluzione finale” per oltre 1 milione di nativi nordamericani, raggruppati in 400 tribù e 300 gruppi linguistici, decimati dai coloni europei tra il 1610 e il 1890. “Soluzione finale” per numerosi “briganti” del nostro meridione, trucidati tra il 1860 e il 1870. “Soluzione finale” per 1 milione e 500 mila armeni, sterminati dai turchi tra il 1915 e il 1917. “Soluzione finale” per 7 milioni di ucraini, fucilati da Stalin nel 1932-33. “Soluzione finale” per 2 milioni di cambogiani, eliminati dai Khmer rossi di Pol Pot tra il 1975 e il 1979. “Soluzione finale” per 180 mila curdi iracheni, fatti sparire da Saddam Hussein fra l’aprile e il settembre 1988.“Soluzione finale” per 800 mila tra Tutsi e Hutu moderati in Rwanda, massacrati a colpi di machete da Hutu oltranzisti in soli 100 giorni tra il 6 aprile e il 16 luglio 1994 (e oltre). Un elenco drammaticamente parziale.
Oggi come ieri? Dopo aver messo in soffitta Gramsci, Berlinguer, Dossetti e La Pira la politica accattona sembra rispolverare l’inglese Francis Galton, inventore dell’eugenetica, e l’americano Madison Grant, antropologo e autore di The passing of the Great Race, definito da Hitler «la mia Bibbia». Non a caso «il primo programma di sterilizzazione eugenetica in Germania ricalcò l’esempio della legge sulla sterilizzazione del 1907 dello stato dell’Indiana», come ha sottolineato Mario Cavatore nella postfazione a Il seminatore (Einaudi, 2004), romanzo civile che vede protagonista Lubo Reinhardt, uno zingaro svizzero a cui la polizia uccide la moglie e sottrae (o, meglio, rapisce) i due figli su mandato della Fondazione “umanitaria” Pro Juventute, entro un programma di sedentarizzazione del popolo nomade (Kinder der Landstrasse – Bambini di strada).
Nella Germania nazista gli zingari erano considerati l’emblema dell’asocialità. Dal 1936 sono stati equiparati agli ebrei. La sterilizzazione era obbligatoria per le persone affette da frenesia congenita, schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, epilessia ereditaria, ballo di san Vito ereditario, cecità ereditaria, sordità ereditaria, grave deformità fisica ereditaria, alcolismo grave. Verso la metà del 1935, vennero proibiti i matrimoni e qualsiasi contatto sessuale tra ebrei e tedeschi. La legge «per la salute coniugale» voleva impedire «la degenerazione del patrimonio genetico» a partire da una delle malattie ereditarie indicate dalla legge sulla sterilizzazione.
Lo sterminio degli zingari è argomento ancora oggi in parte eluso dalla ricerca storiografica, a differenza di quello degli ebrei, discriminati, come gli zingari, con motivazioni prevalentemente razziali. Molti studiosi lo hanno invece presentato come un modo, sia pure estremo, per fronteggiare la «criminalità» e l’«asocialità» del cosiddetto popolo nomade. Pregiudizi che ancora resistono.
Più di 500 mila zingari sono morti nei lager nazisti di Auschwitz e Treblinka (erano anche usati come cavie negli esperimenti scientifici) e in quelli balcanici di Jasenovac in Croazia e di Semlin presso Belgrado; un numero imprecisato è stato ucciso al momento della cattura. In Romania nel biennio 1941-42 il governo filonazista di Ion Antonescu ha deportato 25.000 zingari in Transdniestria, una zona tra la Moldavia e l’Ucraina sovietica occupata dai tedeschi. In pochi hanno fatto ritorno. Durante la seconda Guerra mondiale, almeno 700 mila zingari sono stati uccisi, il 70 per cento dell’intera popolazione. I Rom serbi la chiamano Porajmos, la Shoah tzigana. All’epoca nessuno si oppose al genocidio né prima alle discriminazioni o al razzismo. Un percorso ben descritto in Shoah (Einaudi, 2007), lo straordinario film documentario di Claude Lanzmann, che torna attuale di fronte alla deriva populista e razzista della politica del nostro tempo.
D’altronde, discriminazioni, violenze e sterilizzazioni coatte proseguono, e non solo per gli zingari, ben oltre il nazismo e la legge «sulla sterilizzazione» e sulla «salute coniugale». Dal 1935 al 1975, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230mila persone, il 90 per cento donne; successivamente e fino al 1996 (anno in cui la legge fu finalmente abolita) veniva richiesto il consenso degli interessati, un consenso spesso ottenuto con il ricatto dell’esclusione dal programma di assistenza sociale. Tra il 1922 e il 1984, nelle Residential Schools cattoliche del Canada i bambini appartenenti alle comunità native erano frequentemente sottoposti a violenze fisiche, abusi sessuali, sterilizzazioni di massa che hanno causato la morte di oltre 50 mila minori. Tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti, sono stati menomati 8 mila donne e 16 mila uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra). Dal 1948 al 1996 in Giappone è stato fatto ricorso alla sterilizzazione forzata a scopo eugenetico. Ancora oggi e dal 1995, in Cina una legge promuove l’eugenetica di Stato, mentre in Francia si sono registrate 15 mila recenti sterilizzazioni coatte presso i manicomi, così come in Spagna e in Austria, Paese quest’ultimo in cui l’ha subita il 70 per cento delle donne con disturbi psichici.
Dal 1926 al 1974, in Svizzera, 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate. L’operazione Kinder der Landstrasse narrata da Cavatore (e, prima di lui, in Caccia agli zingari in Svizzera, saggio di Laurence Jourdan apparso su “Le Monde Diplomatique” nell’ottobre 1999) si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro». Questa attività ebbe fra le ultime vittime la grande poetessa Mariella Mehr, sottratta bambina alla madre; come la madre e la nonna anche Mariella ha subìto l’allontanamento del figlio ed è stata resa sterile: un tormentato percorso tra orfanotrofi, istituti psichiatrici, violenze, stupri, elettroshock di cui troviamo traccia nei romanzi della “trilogia della violenza” (Il marchio, Labambina, Accusata): ad esempio la bambina, sradicata e senza nome né storia, collocata presso una famiglia affidataria in un villaggio anch’esso senza nome: «Labambina non parla, non ha mai parlato. Tace cupa. Grida e si infuria a volte, invece di parlare» (Labambina, Effigie 2006, p. 7).
A Pavia, nel 2006, un assessore di “sinistra” ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e la sua dirigente si è rivolta al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio “a tutela” di quei minori. Sempre a Pavia, cambiata l’amministrazione nel 2009, non sono tuttavia cambiati i metodi (e i dirigenti), questa volta desiderosi di internare in convitti d’area i bambini Rom (e solo i bambini) sgomberati non da campi abusivi ma da pubbliche strutture. Come se tutto questo fosse “normale”.
Visioni distorte ed errori comuni in larga parte dell’Italia, a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. Sono decenni in cui assistiamo al lento processo di sedentarizzazione e di perdita delle identità culturali zigane, processi ben descritti da Anna Rita Calabrò in Zingari. Storia di una emergenza annunciata (Liguori, 2008), il percorso che porterà al progressivo avvicinamento alle città degli zingari italiani e balcanici (croati, macedoni, bosniaci, serbi, montenegrini, kosovari fuggiti in Italia dopo la presa del potere da parte di Tito in Jugoslavia e di nuovo negli anni Novanta per salvarsi dal conflitto), con la ghettizzazione in enormi periferici «campi per i nomadi», ovvero aberranti luoghi di convivenza forzata, che hanno limitato i processi di inclusione e il pieno accesso al sistema dei diritti. Una grande occasione sprecata. Finita l’epoca romantica del nomade giostraio o dedito al riciclo dei materiali di recupero, si sarebbe dovuto investire su scuola e lavoro, e su patti di reciprocità. Invece hanno avuto spazio i pregiudizi e i processi di marginalizzazione più autodistruttivi (nei campi si registrano forme elevate di tossicodipendenza).
La strategia del rifiuto e dell’abbandono, insieme allo sgombero dei campi senza nessun paracadute, può solo spostare il problema, poiché spinge Sinti e Rom a marce forzate tra i «perdenti radicali» di cui ci ha parlato Enzensberger (Il perdente radicale, Einaudi 2007), con il pericolo di vederli reclutati dalla criminalità comune, quando andrebbe favorita l’ascesa in Europa di una élite culturale tzigana che desse loro voce, quella stessa élite più volte invocata da Mariella Mehr.
Tolleranza zero contro razzismo e xenofobia o tolleranza zero contro zingari e migranti? I guasti causati dalla politica populista di questi anni impongono un lavoro culturale enorme, dentro e fuori le istituzioni, per sradicare i pregiudizi e migliorare il clima, così da garantire un futuro ai nostri figli e nipoti, e cioè alla specie umana. Da dove partire? Forse dal linguaggio, perché a volte le parole contano. Ad esempio “xenofobìa” ovvero la paura dell’altro, l’avversione morbosa del diverso da te o – alla lettera – «avversione indiscriminata nei confronti degli stranieri e di tutto ciò che proviene dall’estero» (Devoto-Oli). Dopo la transizione dal comunismo, nell’Europa dell’est e via via in tutto il continente ha fatto strada la romofobia, un neologismo che sta a indicare la paura se non l’avversione degli zingari.
 Tutti – chi più chi meno – coltiviamo o risentiamo di qualche particolare fobìa. Per parte mia, sono blandamente tomòfobo (paura dei tagli) e ancora più blandamente musòfobo (paura dei topi). Otto anni fa, nei mesi del volontariato alla Snia tra i Rom, all’imbrunire, branchi di enormi ratti schifosi uscivano dalle loro tane in cerca di cibo. Al buio non li vedevo ma li sentivo sfiorare i miei piedi, scivolarmi tra le gambe, squittire a migliaia tutto intorno. Una scena da film: la scena della peste nel Nosferatu di Werner Herzog.
A quanto pare – a Milano come a New York – ormai si contano più topi che abitanti: i ratti sono resistenti, solidali, organizzati. Si candidano a colonizzare il pianeta e a rimpiazzare la razza umana, incapace di ogni solidarietà di specie: non dico la solidarietà con i grandi primati (gorilla oranghi e scimpanzè condividono con gli umani il 98 per cento del patrimonio genetico; la commissione Ambiente spagnola ha stabilito che anche a loro spetta il diritto alla vita, alla libertà e a non essere maltrattati fisicamente e psicologicamente, così come s’imporrebbe per ogni altro animale) intendo la solidarietà tra bianchi e neri, ebrei e palestinesi, cristiani e musulmani, zingari e gagé, italiani e rumeni, siciliani e lombardi, pavesi e milanesi, juventini e interisti, “fascisti” e “comunisti”, maschi e femmine, ecc.
Quale futuro? Non resta che provare a governare la globalizzazione, favorendo l’interazione tra etnie e culture.
Mio padre era toscano, mia madre lombarda: si sono conosciuti in Svizzera, dove entrambi erano emigrati. Ho un cugino che si chiama Henry, parla “yankee” e “spanglish” e vive a Los Angeles, Stati Uniti, un Paese che fino all’altro ieri considerava «negroidi» gli italiani come lui. Lo stesso Paese che ha incoronato presidente Barak Hussein Obama jr., un meticcio.

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