Mino Milani diventa maggiorenne

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Il 3 febbraio festeggia i suoi primi 88 anni

E con Mino festeggiamo anche noi, cresciuti a pane e Tommy River. Festeggia anche la rivista veronese “Ilcorsaronero”, che al grande scrittore pavese, per l’occasione ha dedicato un numero speciale. Da queste pagine salgariane è ripreso il bel saggio di Fernando Rotondo che qui riproponiamo.

Stephen King sul Ticino
di Fernando Rotondo

«Le nostre idee del male più feconde – scrive Stephen King in Dance macabre – possono fissarsi precisamente sulle figure del Vampiro, del Licantropo e della Cosa-Senza-Nome…, aggiungendovi la figura mitica più illustre del soprannaturale: il Fantasma», esemplificate perfettamente nei romanzi Dracula, Il dottor Jekyll e Mister Hyde, Frankenstein e Giro di vite, in quanto esse «spiegano gran parte delle narrazioni moderne dell’orrore» e «sono davvero degli archetipi; come dire: cera, duttile da modellare nelle mani di fanciulli abili». Mino Milani è uno di questi fanciulli abili, tra i più abili. È una sorta di Stephen King in salsa o meglio zuppa pavese, che mescola sapori, brividi e generi: avventuroso, fantastico, orrorifico, poliziesco, storico.
King rivernicia e lucida queste figure archetipiche. Il Vampiro, ovvero il Male che viene da fuori, ci invade e succhia l’anima e la vita in Le notti di Salem e Doctor Sleep; il Lupo mannaro, il Male che risiede in noi e ci/si svela come nostro Doppio in La metà oscura; la Cosa, generata dalla hybris dell’uomo che vuole farsi Creatore in It; il Fantasma, aggiornato e attualizzato come Zombie, ossia il revenant che torna dall’oscurità del passato per vendicarsi in Shining e Pet Sematary.
Non è raro sulle fascette di novità che aspirano a diventare bestseller uno strillo che annuncia un “Nuovo Stephen King” e qualche volta è proprio lui stesso a farlo intendere con lanci entusiastici. Chissà cosa direbbe lo scrittore del Maine se avesse letto “I Libri di San Siro” del collega pavese. Ove sono presenti i tre archetipi basici dell’horror: Il vampiro di piazza Cavagneria, La cagna del ponte e Quel muto pavese dal laccio al collo; il quarto si ritrova in Fantasma d’amore. Mino è (anche) il King di Pavia. Scordatevi per un momento le biografie di Garibaldi e Bixio, i libri di storia, i romanzi del Risorgimento e del brigantaggio, le storie d’amore, la narrativa per ragazzi, le sceneggiature per Hugo Pratt: qui le sue pagine sanno di misteri e maledizioni, spettri e sangue, decapitazioni e avvelenamenti.
“I libri di San Siro” sono una serie di una ventina di romanzi brevi pubblicati fin dal 1981, vigilia del giorno del Santo patrono della città, il 9 dicembre. Partono da brandelli di cronache storiche lontane o vicine, lettere ingiallite, diari quasi illeggibili, leggende locali e invenzioni fantastiche: tutte chiavi per aprire il magazzino dell’occulto, dell’irrazionale e paranormale, intrecciando storia, fantasia, mistero, magia, orrori e terrori, con una tecnica che contamina sapientemente romanzo gotico e poliziesco, feuilleton e thriller moderno con il gusto di raccontare.
Sono una sorta di Misteri di Pavia, pazientemente dissotterrati e riscritti capitolo dopo capitolo con inchiostro rosso sangue per donarli ai concittadini. Ma rappresentano anche il catalogo delle nostre paure più profonde e confermano l’autore come costruttore di perfette macchine narrative. Più che lo scrittore, infatti, qui vediamo all’opera il narratore intorno al fuoco.
Ripercorriamo brevemente i tre libri, fondamentali, che danno il là e il marchio alla serie. La cagna del ponte (1981) riprende una leggenda molto diffusa nel pavese che narra di una donna-strega capace di trasformarsi in cane (la raccontava come vera anche la nonna pavese di mia moglie). Il vampiro di piazza Cavagneria (1983) ha una dimensione di mistero, paura e intrighi tra scenari asburgici del XIX secolo e riti transilvanici fuori dal tempo. In Quel muto pavese dal laccio al collo (1984), che si ispira a una statua dal collo spiccato realmente esistente in centro, il ritrovamento di un sacco con resti di cadavere e un impiccato suscitano suggestioni alla Frankenstein. Al centro della scena, in tutti e tre i racconti, è un Commissario dell’Imperiale e Regia Polizia Asburgica, non bello né atletico ma claudicante, piuttosto portato alla solitudine e al disincanto, intelligente e acuto investigatore, dotato di umanità verso vittime e colpevoli: Melchiore Ferrari è il forte ancoraggio alla realtà che consente una misurata sospensione dell’incredulità per poi abbandonarsi all’incanto del racconto. Fantasma d’amore (1977), che non fa parte dei “Libri di San Siro” e li precede sia pure di poco, proietta l’autore al successo di pubblico e all’attenzione della critica. Ha scritto Antonio D’Orrico: «Mino Milani è uno dei grandi signori della narrativa italiana… Fantasma d’amore è un romanzo di fattura rara e singolare che ha la forza e la malia dei miti antichi… Non so se ci sono romanzi d’amore più belli e disperati di questo nella nostra tradizione». In una Pavia che è non solo geografia ma autobiografia dello spirito, il romanzo racconta il ritorno di una donna una volta amata e poi morta che vuole riprendersi quell’amore perduto. Ma è veramente morta, un fantasma, una visione, uno scherzo demoniaco? Così lo spiega Mino in Piccolo destino (il suo): «Prendiamo un fantasma così potente da diventare carne e ossa, così feroce da cercare rivalsa da chi gli ha fatto del male in vita, mettiamolo in una città provinciale come Pavia e vediamo che cosa succede». Dino Risi ne trasse un film di grande successo con una bellissima Romy Schneider. Al regista che gli chiedeva se il film gli fosse piaciuto, Mino rispose: «che sì, certo, mi era piaciuto, tranne nella conclusione; che io, nel romanzo, avevo inteso parlare di un vero fantasma, non di un’ossessione; di un’intrusione dall’aldilà, non di una follia».
Che cosa hanno in comune Milani e King? Innanzitutto, li differenzia quel passo con cui il primo inclina di più verso il giallo, grazie anche alla presenza del commissario Ferrari. E poi, l’avventura: più che il mistero è il terreno d’elezione di Mino, anche quando si inoltra in territori fantastici e misterici. Le affinità: i due sono grandi costruttori di storie. E il loro territorio narrativo ha forti connotazioni geo-antropiche. King è uno scrittore del Maine, di Bangor dove risiede, di Castle Rock, soprattutto di Derry, città-teatro del Male per eccellenza, che torna di continuo, anche come Doppio di Dallas, dove venne assassinato John Fitzgerald Kennedy (in 22/11/’63). Per Milani, Pavia e il Ticino sono la proiezione con il pantografo dei luoghi che meglio conosce e dove meglio può disegnare avventure, paure, speranze, desideri, amori. Ambienti e paesaggi, piazze e piazzette, strade e vicoli intrisi di nebbia non sono soltanto sfondo, ma personaggi, attori al pari di uomini e donne. Grande protagonista è il Ticino: «Era il mio fiume anche quando parlavo del Mississippì» dice. Il dodicenne Crespi Jacopo, libro per ragazzi, discende il Ticino come Tom Sawyer e Huck Finn il Grande Fiume d’America.
A chi ha rimproverato ingenerosamente a Mino mancanza di coraggio o pigrizia o incapacità di uscire dal “cortile di casa” si potrebbero ricordare i romanzi per grandi e piccoli in ambienti e con personaggi del Sud d’Italia, d’America, Africa, Asia. Invece non ha voluto rinchiudersi nella gabbia di un genere, battere una strada a senso unico (come fa sostanzialmente King), ma spaziare entro molteplici registri, temi, tipologie narrative. Così ha voluto mostrare il profondo radicamento, la fedeltà alla città, alla sua terra, dove ha finito sempre per tornare, alla heimat, al fiume dove fluirono giovinezza e formazione. Alla sua gente e alla storia di questa gente di cui “I Libri di San Siro” diventano un piccolo emblema e un grande omaggio.

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