Vedi alla parola “amore”

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Sette ragioni per non discriminare nessuno
di Umberto Galimberti*

Bello leggere questa attenta riflessione di Galimberti in risposta a una lettrice di “D” (il settimanale di “Repubblica”) sui diritti delle coppie non sposate, etero o gay che siano: «troppo spesso false ragioni di principio e ipocrisie mascherate da senso dell’opportunità impediscono di decidere serenamente».

Se dalle vicende umane si lasciasse fuori Dio – alla cui esistenza non tutta l’umanità crede, e coloro che credono si rivolgono a un Dio che dà ordini diversi a seconda delle religioni o, pur credendo, si comportano diversamente da come prescrivono i voleri di Dio – se lasciassimo fuori Dio, dicevo, riusciremmo con più semplicità a risolvere i nostri problemi, ivi comprese le unioni civili. Scrivo questa risposta giorni prima rispetto a quando il Parlamento verrà convocato per formulare una legge sulla questione e, senza conoscere l’esito, mi limito a espone alcuni criteri che, se considerati, potrebbero evitare tante ipocrisie ben nascoste da problemi di coscienza.

1. Le coppie di fatto sono appunto un “fatto” che già esiste, non solo tra omosessuali su cui si concentra l’attenzione, ma anche tra eterosessuali. Si tratta quindi di formalizzare la loro posizione, come è formalizzata la posizione di quanti contraggono matrimonio, diritti e doveri compresi, per il semplice fatto che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge a prescindere dai loro orientamenti affettivi, sentimentali e sessuali.

2. Non farlo significa legittimare solo quelle coppie che hanno la possibilità di procreare. E sostenere che chi questa possibilità non ce l’ha non ha diritto a essere legittimato. Criterio, questo, che più materialistico di così non può essere, anche se a difenderlo sono gli uomini di Chiesa che parlano sempre di Spirito.

3. Ma anche coloro che non possono procreare come natura vuole, possono procreare con l’aiuto della tecnica. E qui vien da dire: come può la morale o la politica impedire alla tecnica di non fare ciò che può? Come tutta la storia ci insegna, se una cosa è resa possibile, prima o poi ce ne si serve.

4. Anche l’utero in affitto? Se non è per danaro, come quando si sfrutta la condizione di povertà delle donne che si vedono costrette a mettere sul mercato il loro corpo (come peraltro avviene già con la prostituzione, senza troppe obiezioni se non per il disturbo che può arrecare quiete pubblica), perché impedirlo? Allora dovremmo impedire anche la donazione di un rene o del proprio midollo spinale. E se questo è consentito per salvare delle vite, che cosa impedisce di consentirlo anche per generarle?

5. Ancora, perché rendere così difficile l’adozione del bambino/a del proprio compagno o della propria compagna anche se dello stesso sesso (e potremmo aggiungere e addirittura auspicare la possibilità di adozione a tutti i bambini denutriti, schiavizzati o semplicemente infelici del mondo), quando tutti sappiamo che la salute fisica e mentale dei bambini dipende dalla cura e dell’amore di chi li cresce e non dal fatto di avere una mamma e un papà che magari litigano, si separano, divorziano, utilizzano i figli stessi come arma di ricatto, compromettendo per davvero il loro equilibrio e la loro fiducia nell’amore?

6. Nelle votazioni si lascerà libertà di coscienza. Ma che cos’è la coscienza di ciascuno di noi se non il frutto della nostra educazione, della nostra fede, delle nostre ideologie, delle nostre convinzioni? Assumere questo criterio del tutto soggettivo vi pare sufficiente per decidere la condizione civile oggettiva di quanti oggi sono discriminati nell’esercizio dei loro diritti? A me proprio non pare, anche perché troppo spesso la coscienza viene evocata per mascherare quelle che in realtà sono lotte politiche, che nulla hanno a che fare con la questione dell’estensione dei diritti a chi non li ha.

7. Da ultimo, non si dimentichi che le persone vengono prima dei principi a cui si appella la nostra falsa coscienza. E su questo punto sono d’accordo tanto la visone religiosa di Gesù, laddove dice «Il sabato è fatto per l’uomo e non l’ uomo per il sabato», quanto la visione illuminista di Kant, che scrive: «La morale è fatta per l’uomo, non l’uomo per la morale».

* “D”, 6 febbraio 2016

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