Bombe e petrolio

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Il risiko mondiale tra guerre e barili

di Marco Bonacossa

“E’ una guerra per il petrolio”. Quante volte abbiamo detto e sentito questa frase in occasione dei conflitti internazionali. Anche per la guerra siriana, uno dei tanti teatri bellici che dilaniano il nostro pianeta, possiamo parlare di una guerra militare geopolitica e di una guerra per il petrolio che si intrecciano, divenendo un’unica ingarbugliata matassa di interessi economici e politici regionali e internazionali.
Facendo una breve sintesi degli schieramenti bellici schierati sul “campo da gioco” siriano troviamo da una parte la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti che appoggiano una non ben definita “opposizione moderata” siriana contro il tiranno Assad sostenuto da Russia e Iran.
Tutti a parole si dichiarano contro l’Isis che controlla la parte nord-est del Paese, tutti dichiarano di voler scendere in campo per sconfiggere militarmente il califfato e ognuno di loro ha bombardato o ha dato supporto tecnico per bombardare le postazioni dei fondamentalisti islamici di Al Bagdadi.
Come abbiamo visto, ed è ormai noto, il vero scopo dei turchi è eliminare o quantomeno ridurre all’osso la capacità militare dei curdi, gli unici attori realmente e quotidianamente coinvolti nella guerra alle truppe del califfato.
L’Arabia Saudita affianca il governo di Erdogan per eliminare un rivale storico come Assad e riaffermare il proprio ruolo egemone nell’area mediorientale messo a repentaglio dallo stato sciita iraniano che può contare sull’amicizia del presidente siriano e dell’Iraq.
La Russia, già vicina alla famiglia Assad dai tempi dell’Unione Sovietica, non può permettere che un suo storico alleato venga deposto dagli amici degli americani e possa perdere ulteriori territori di interesse, oltre a quei territori europei già URSS (vedi paesi baltici, Polonia, Ucraina) e poi passati sotto l’ombrello della Nato.
Oltre all’aspetto militare è importante analizzare anche il ruolo del petrolio in questa storia.
Il prezzo del petrolio nel giugno 2014 era di 115 dollari al barile, oggi siamo a circa 30 dollari.
Una caduta vertiginosa dei prezzi che ha come responsabile, ma non unicamente, gli Stati Uniti d’America che, grazie, alle estrazioni di Shale gas sul proprio territorio riesce a garantire il fabbisogno energetico interno del 55%.
In una situazione mondiale profondamente scossa dalla crisi economica il consumo di petrolio è calato notevolmente e l’Arabia Saudita, che gioca da decenni un ruolo da protagonista, non ha diminuiti affatto i livelli della propria produzione petrolifera, consapevole che ciò avrebbe portato ad un abbassamento dei prezzi, per non regalare fette di mercato ad altri paesi, come Russia, Venezuela, Iran, Iraq, Kuwait. Forte dei suoi dei suoi circa 350 miliardi di dollari di riserve l’Arabia Saudita potrebbe interrompere completamente la propria produzione petrolifera e resistere tranquillamente per circa tre anni (fonte: Limes, n. 12. 2014, p. 244).
Chi invece non può aspettare è la Russia che, ripresasi dal tracollo economico sovietico con la massiccia produzione ed esportazione di petrolio, è entrata in un periodo di recessione e non ha la forza e il tempo di diversificare la propria economia e trovare altrove le entrate per il proprio fabbisogno. Le spese per sostenere la propria politica militare, mai così alta dal 1991, e il discreto benessere della classe media russa, che per la maggior parte è la spina dorsale del sostegno politico di Putin, necessitano di un prezzo medio del petrolio a circa 100 dollari al barile.
Una grossa mano le è stata tesa dalla Cina che ha siglato, nella primavera del 2015, con il proprio vicino di casa un accordo trentennale di forniture di idrocarburi del valore complessivo di 300 miliardi di dollari. Un accordo commerciale che è una vera e propria alleanza.
L’Iran, uscita da poco meno di un mese dal regime delle sanzioni, ha la necessità di far ripartire, velocemente, la propria economia ed ha annunciato l’intenzione di riportare la produzione del petrolio dai 2,9 milioni di barili al giorno di oggi a 4 milioni, ovvero la quota pre-sanzioni.
L’Iraq, invece, che vede drenare tutte le sue entrate nel mantenimento dell’esercito in guerra contro l’Isis, ha una produzione petrolifera molto alta, circa 4,4 milioni di barili al giorno.
Sul Ilsole24ore di oggi è stato scritto di un accordo tra i paesi Opec e la Russia per congelare la produzione di petrolio sui livelli attuali ed evitare così un abbassamento dei prezzi o la perdita di clienti in caso di diminuzione della produzione. Un accordo voluto dall’Arabia Saudita, appoggiata dal Kuwait e dal Venezuela, la cui condizione economica è disastrosa, e accettato malvolentieri dalla Russia che si trova, attualmente, impossibilitata a muoversi. Iran e Iraq, per i motivi sopracitati, non sono affatto d’accordo e se l’ex paese persiano volesse davvero aumentare la propria produzione petrolifera l’accordo salterebbe, il prezzo del petrolio crollerebbe e le economie di molti paesi, Russia in primis, oltre ai loro partner commerciali, vivrebbero un’altra profonda crisi economica. Una matassa davvero inestricabile.

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