O che bel castello…

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Dopo lontani interventi comunali di messa in sicurezza, l’antico castello di Mirabello presso Pavia versa nuovamente in stato di semi-abbandono. Se ne potrebbe ricavare una lussuosa aula didattica, restituendo ai visitatori anche parte delle antiche pareti affrescate; si potrebbe dare adeguata sede al museo della Battaglia. Invece la si mantiene a latrina di volatili incontinenti. Il 24 febbraio cade l’ennesimo anniversario della Battaglia di Pavia, combattuta nel 1525 proprio lì intorno. Invece delle o inseme alle consuete celebrazioni in costume, per una volta non si spari a salve. Propongo a pubblici amministratori (sindaco e assessori in testa), studiosi e figuranti imbandierati un gesto di concreto affetto per l’antico maniero: deposti per un momento alabarde e archibugi, si impugnino scopa e spazzola così da liberare il castello almeno dal «guano antico e fresco» che – ce lo ricorda Mino Milani oggi sul quotidiano locale – ricopre i pavimenti. Se non fa, aiuta. (G. G.)

Il Castello di Mirabello e la “razza-Ticino” di Mino Milani

Va bene, per semplificare le cose diciamo che a Pavia siamo in 70mila: ne togliamo 60mila, presumibile numero di quelli cui la faccenda non frega assolutamente nulla, e arriviamo a 10mila. Giusto? Calcolando poi i neonati, gli infanti, i bambini, i vecchi, gli invalidi e così via, si scende a 2500; ma tenendo conto di quanti vanno tolti per motivi di cui rispettiamo la privatezza, eccoci a quota 500. E qui chiediamo, anzi chiediamoci: quanti di questi 500 hanno visto il castello di Mirabello?
Si sa bene che per noi pavesi ogni distanza che superi i 300 metri dal centro è scoraggiante; so che per esempio Corso Garibaldi è “fuori mano”, che tu guarda dove hanno costruito l’ospedale, che la Certosa è praticamente irraggiungibile; ma infine da qui a Mirabello ci sono quattro chilometri di città e non di savana; e servizi pubblici funzionanti.
Chi ha avuto, nella sua vita breve o lunga, l’idea di andare a vedere che cos’è questo castello di cui di tanto in tanto si parla? Ma vale la pena di andarci, credete. Varcate un portone da cascina, ampio e sempre aperto; siete in un vasto cortile vuoto: sulla sinistra un grande porticato; non fate caso alle macchine parcheggiate e volgetevi a destra. Vi sembrerà d’un tratto d’essere chissà dove. Vi chiederete: come?, Pavia nasconde questo angolo mai immaginato di verde e di silenzio? Dunque ci può dare questa improvvisa sensazione d’essere fuori dalla quotidianità, d’essere chissà dove?
Sì, la nostra vecchia città nasconde questo: un piccolo prato e alberi messi lì per voi; e nell’erba, il castello.
Se qualcuno, guardandolo così, così improvvisamente, non sente calare su di sé il silenzio e il senso della storia, può senza dubbio trovare in città, qualcuno che lo aiuti; e se qualcuno non prova stupore e anzi meraviglia e non si chiede perché glielo abbiano tenuto nascosto…
Già, qui la cosa si fa più difficile. Perché un gioiello così, un piccolo castello: piccolo se comparato a quello Visconteo (ma non ad altri celebri in Italia e che richiamano e incantano turisti) rimane nascosto? Perché quel porticato (che in Francia o in Germania sarebbe almeno ogni fine settimana, un gigantesco mercato di prelibatezze locali per i visitatori) deve essere lì, vuoto e desolato? Eh, domanda da un milione di dollari, e se la fai allargano le braccia, sospirano, ti dicono: «Eh, non ci sono soldi». Il castello non è abbandonato da ieri, ma da chissà quando.
È quindi più legittimo pensare che, semplicemente, tutti si sono dimenticati di esso, quindi che, tranne per fortuna qualcuno, dozzine di consiglieri comunali hanno fatto o fanno parte dei 60mila pavesi di cui si parla all’inizio. La sua porta, poveraccia, è semichiusa a lasciar passare un grosso tubo, ed assicurata da un forte e triste lucchetto. Qualcuno che l’ha varcata mi ha detto: «Non sei mai entrato? Meglio per te». Sì, lo so, lo sapevo. Vuote sale e stanze ancora dalle pareti affrescate che sono state più volte imbiancate: un sudario messo a nascondere la bellezza. Monumentali caminetti murati e coperti di calce; pavimenti ricoperti dal guano antico, vecchio e fresco degli inquilini, i piccioni, di cui le carcasse giacciono disfatte o a disfarsi qua e là e che non emanano precisamente profumo di Chanel numero 5.
Almeno i soffitti resistono: il tetto è stato riparato anni fa dalla Giunta Capitelli, l’unica che qui abbia speso qualcosa in proposito. Insomma, desolazione e squallore. Scialo, soprattutto.
Un’ultima cosa, che riguarda la domanda da un milione di dollari. Temo ad essa vi sia un risposta più amara di quella dei quattrini. È cioè che tutto infine dipende dal genio della nostra razza. Come c’è la “razza-Piave” c’è la “razza-Ticino”. E noi ci siamo dentro in pieno.

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