Le perline di Renzi

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di Giovanni Palombarini

Il nuovo corso impresso alla “Provincia Pavese” dal direttore Alessandro Moser prevede anche disincantate riflessioni come questa, di Giovanni Palombarini, sul cosiddetto renzismo nel futuro della nazione: tra gli amici e numi tutelari di Renzi, Palombarini ribadisce Marchionne, Cuffaro e Verdini; tra i nemici la Camusso, Landini e persino Berlinguer. Del resto, lo ha detto Maria Elena Boschi, «fra Fanfani e Berlinguer, io scelgo Fanfani». Come scrive Palombarini, «L’immagine di Enrico Berlinguer, un uomo di sinistra che parlava di un mondo diverso, che qualcuno ancora ricorda, deve essere cancellata. Non sarebbe mai stato amico di Marchionne, avrebbe invece dialogato con Camusso e Landini».
Ma la “gente” non sa più provare indignazione. Trova così compimento il progetto di controllo sociale del nuovo Potere economico-finanziario, falsamente tollerante e invece violento e totalitario, che, scalzata la politica, ha nel tempo manifestato inedite capacità di dominio subliminale su ogni fase della vita umana, anche sui sentimenti, imponendo bisogni e modelli omologanti e interclassisti, entrando «nel più profondo delle coscienze». La “gente” è nel frattempo diventata quella che Carlo Valletti (il protagonista di Petrolio, l’incompiuto romanzo di Pasolini) vede di là dai vetri correndo in macchina per l’Aurelia da Milano a Roma: «stupida, brutale, ghignante, vuota, ansiosa, casuale, indifferenziata; i giovani volevano tutti la stessa cosa, che non era altro che l’eterna ripetizione di un modello, che rendeva uguali tutti i contenuti».
Profonda e irrimediabile appare la metamorfosi che giorno dopo giorno ha portato al mondo in cui viviamo adesso, in un Paese a limitata sovranità politica, economica, militare e «orrendamente sporco», consumista e cetuale, cristallizzato entro «rapporti sociali immodificabili». Il Paese della corruzione, delle tangenti, dei favoritismi e dello spreco del pubblico denaro; un Paese tenuto in scacco – oggi più di prima – dall’invasiva metastasi mafiosa; la oligarchica casta politico-culturale cronicamente permeabile alle mafie reali che, approfittando del vuoto, si fanno Stato. Un Paese a mutazione criminale avvenuta. (G. G.)

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sulla direzione che Matteo Renzi sta dando al partito di cui è segretario, la vicenda della legge sulle unioni civili li ha di sicuro cancellati. Di fronte alla scelta fra un percorso con il Movimento 5 Stelle che avrebbe portato all’approvazione del testo Cirinnà nella sua interezza, compreso il famoso articolo 5 sulle adozioni del figlio naturale del partner, e la conferma dell’alleanza di governo con il partito di Alfano, ha scelto la seconda strada, prendendosi il voto di fiducia di Ala, il nuovo gruppo di Verdini. La sinistra del Pd ha contestato, ma è stata messa rapidamente a tacere. Non ha incertezze Matteo Renzi nei riguardi di quella che viene considerata la sinistra del suo partito. Come non si era impressionato in vicende passate. «Certo, ho fatto una forzatura e ho perso qualcosa sulla sinistra», aveva detto commentando il risultato delle varie fiducie sull’Italcum, senza una minimo accenno a una speranza di ricupero di quel dissenso. Non a caso. Perdere non qualcosa, ma molte cose a sinistra rientra infatti nel suo piano di costruzione del partito “della nazione”. Un partito che deve avere radici forti in un’aggregazione di strati sociali diversi, legati da interessi del tutto indipendenti dal mondo del lavoro salariato. Infatti un grande partito di centro, da costruire raccogliendo convinzioni e sentimenti diffusi, deve inevitabilmente avere alcune chiare caratteristiche “moderate” per ottenere un largo consenso elettorale. Per questo, anche la storia delle adozioni di una coppia omosessuale può essere messa da parte. È una storia che infastidisce tanti, lo dicono inequivocabili sondaggi. L’amico di Renzi, in definitiva, è Sergio Marchionne, Camusso e Landini sono nemici da emarginare. Anche sulla strada delle alleanze il presidente del consiglio si muove deciso. Ormai non c’è solo quella con il nuovo centro­destra di Angelino Alfano, ex segretario del Pdl portato in Parlamento da Silvio Berlusconi già nel 2001. Anche Ala, altro gruppo di eletti da Forza Italia e che in Senato ha 19 parlamentari, ormai decisivi per mettere insieme una maggioranza assoluta in quel ramo del parlamento, è un soggetto da tenere in gran conto. Che il suo leader, Denis Verdini, gravato da alcune pendenze giudiziarie, sia stato per lunghi anni un protagonista di primo piano del berlusconismo non è un ostacolo, anzi. Il partito della nazione vuole assorbire anche questo mondo. In Sicilia, poi, se Totò Cuffaro invita i suoi simpatizzanti ancora numerosi in quella regione a iscriversi al Pd, Renzi non batte ciglio, limitandosi a lasciare la gestione della singolare vicenda di “entrismo” al segretario regionale, il quale ha fatto sapere che controllerà uno a uno (come?) gli aspiranti aderenti. Questa è la linea da seguire con decisione. Sergio Cofferati, Pippo Civati, Corradino Mineo e Stefano Fassina si sono dimessi dal partito? Va bene così, nessun rimpianto, la speranza è che altri “gufi” li imitino. Già, i “gufi”: quelli che anche in questi giorni vengono irrisi in virtù di qualche zero virgola in più di qualche voce dell’economia, dimenticando lo zero virgola in meno nei consumi. Dimenticando soprattutto la divaricazione crescente fra i ristretti ceti dei più ricchi e le grandi masse di poveri, e i record europei negativi in tema di evasione fiscale, di disoccupazione giovanile, di corruzione, di investimenti in ricerca, di cervelli che emigrano. Il filo va tagliato con nettezza, senza inutili ipocrisie. Per rendere chiare le cose la ministra degli affari istituzionali Maria Elena Boschi in un’occasione ha detto: «Fra Fanfani e Berlinguer, io scelgo Fanfani». L’immagine di Enrico Berlinguer, un uomo di sinistra che parlava di un mondo diverso, che qualcuno ancora ricorda, deve essere cancellata. Non sarebbe mai stato amico di Marchionne, avrebbe invece dialogato con Camusso e Landini.

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