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Cattaneo prima querela poi snobba il Tribunale

Stamane in Tribunale a Pavia si è tenuta la terza udienza di un processo in cui sono a giudizio con l’accusa d’aver “diffamato” l’ex sindaco Alessandro Cattaneo. Per meglio dire, si sarebbe dovuta tenere, poiché l’udienza non c’è stata. Fregandosene beatamente di tutti, il teste Cattaneo (nonché parte lesa e parte civile costituita), pur obbligato a presenziare, non solo non si è fatto vivo, ma ha anche mancato di comunicarlo per tempo al Tribunale e alle parti. La causa? «motivi politici», ovvero personali fatti suoi. Si può immaginare l’irritazione del giudice Rosaria D’Addea che, in mancanza di una giustificazione plausibile, lo sanzionerà per 500 euro. Quanto a me, come ebbi a dire al diretto interessato, il processo lo farò io: io a lui. Di seguito ripropongo la parte iniziale di una mia ben più articolata memoria difensiva, di cui avrei potuto dare lettura nella seduta odierna, dopo le deposizioni dei testi dell’accusa. Se ne riparlerà il 25 novembre. Tra i testi indicati dalla mia difesa c’è anche Pino Neri. Dunque, in una delle prossime udienze, si terrà il “sesto incontro” tra il capo della ‘ndrangheta lombarda incarcerato e l’ex sindaco di Pavia trombato. (G. G.)

Dell’articolo per cui sono a giudizio paiono indubitabili i contenuti, poiché si dà notizia delle scandalose indennità di risultato a dirigenti già all’epoca plurindagati, e oggi a giudizio, per reati contro la pubblica amministrazione. Dunque, una notizia di rilevante interesse pubblico.
Viene invece ritenuta “offensiva” la dichiarata nonché esplicitamente ironica parafrasi di un libro assai noto come Il padrino di Mario Puzo, pubblicato nel 1969 e diventato film di successo tre anni dopo per la regia di Francis Ford Coppola: «Parafrasando Mario Puzo, secondo la cosca Cattaneo del mandamento pavese», ho scritto in quella mia corrispondenza da “Bananopoli”, «i picciotti Moro e Grecchi hanno fatto centro in pratica su tutto, così da ricevere una indennità che non potranno rifiutare… Baciamo le mani». Ironia intesa sin dal titolo eppure verace, poiché la cospicua indennità di risultato elargita loro «per aver conseguito buona parte degli obbiettivi politici indicati quest’anno dalla Giunta Cattaneo» i due dirigenti – ora a giudizio per aver legittimato quel mercimonio che lorsignori si erano dati come «obbiettivi politici» – effettivamente non la potevano rifiutare.
E tra i sedicenti «obbiettivi politici» trovano alveo alcuni tra i maggiori scandali urbanistici cittadini (le lottizzazioni abusive Greenway e Punta Est, gli illeciti urbanistici di Green Campus e di via Emilia) a quel tempo già nel mirino della magistratura, gli stessi che tuttora vedono a processo i due dirigenti. E qui effettivamente c’è poco da ridere.
Parrebbe altresì offensivo ironizzare sul nome dell’ex sindaco, accostandolo ad ambienti e/o culture mafiose.
Se chi scrive l’ha buttata in ridere, meno incline all’ironia è parsa la Suprema Corte di Cassazione là dove (sentenza Crimine-Infinito) rimarca l’intesa elettorale e «di progettualità politica complessiva» tra il futuro sindaco Alessandro Cattaneo e il capo della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri (un pregiudicato reduce da una condanna per narcotraffico): nelle sue motivazioni, l’Alta Corte ha puntualizzato che alle elezioni amministrative 2009 il sodale ‘ndranghetista del candidato sindaco si è «avvalso della forza derivante dal gruppo mafioso che ha alle spalle, e di cui è esponente di rilievo, per condizionare il libero esercizio del voto e alterare il meccanismo democratico della competizione elettorale».
Ricorderemo poi che un altro condannato per fatti di mafia, Carlo Antonio Chiriaco, era tra i più vivaci coordinatori della sua campagna elettorale (per tacere – al momento – di taluni candidati).

Ma procediamo con ordine. La Sentenza dell’Alta Corte di Cassazione che il 30 aprile 2015 ha ratificato la condanna a 18 anni di reclusione a Pino Neri (capo reggente della ‘Ndrangheta in Lombardia) e la condanna a 13 anni per Carlo Antonio Chiriaco (concorso esterno in associazione mafiosa), a pagina 145 si sofferma sui rapporti tra Neri e la sfera politica pavese in vista delle elezioni Amministrative 2009: un rapporto, sottolinea, che «prescinde dall’accordo mafioso, o dal voto di scambio» e la conseguente «promessa di una qualche utilità»: no, come si legge il voto alla coalizione guidata da Alessandro Cattaneo si colloca entro l’orizzonte di più generali «interessi del gruppo mafioso», mira al futuribile «perseguimento di vantaggi illeciti» da coltivare entro un medesimo blocco sociale, facendo sistema con esponenti della classe dirigente locale, “blocco” cementato dai rapporti di reciproca convenienza.
Come scrivono i giudici, «La rilevanza penale della sua [di Neri] condotta “politica” risiede nel fatto che egli si sia avvalso della forza derivante dal gruppo mafioso che ha alle spalle, e di cui è esponente di rilievo, per condizionare il libero esercizio del voto e alterare il meccanismo democratico della competizione elettorale».
Come vedremo, il candidato sindaco Cattaneo fu più volte grato ospite a casa e in studio del capo bastone, tornato in libertà dopo aver scontato una condanna a 9 anni di carcere per narcotraffico: limitando l’orizzonte al maggio-giugno 2009, il futuro capo dell’esecutivo comunale si incontrò almeno quattro volte con la figura apicale della ’Ndrangheta lombarda, per cene o sobri aperitivi elettorali accompagnati dal tradizionale nonché bene-augurante “taglio della caciotta”, rito calabrese di letizia e amicizia. All’incontro con gli amici degli amici, Cattaneo si recò insieme al comune conoscente Francesco Rocco Del Prete, candidato di Neri, uno tra i più solerti fiancheggiatori del giovane sindaco incline, disse Gian Carlo Abelli, uno dei suoi padrini politici, «a lasciarsi guidare».

Cinque mesi dopo aver brindato insieme all’imberbe candidato – eletto, dice la Cassazione, con i voti della mafia – il 31 ottobre 2009 Pino Neri innalzerà di nuovo alto il suo calice al Circolo “Falcone e Borsellino” di Paderno Dugnano, al summit mafioso per festeggiare la ritrovata concordia tra le “Locali” padane e la terra madre dopo l’omicidio di “compare Nuzzo” Carmelo Novella.
Insomma, anche a Pavia, scrivono i magistrati antimafia, «ciò che distingue la criminalità comune dalla criminalità mafiosa è la capacità di quest’ultima di fare sistema, di creare un medesimo blocco sociale con esponenti della classe dirigente locale, di creare rapporti tra le classi sociali, di costruire rapporti di reciproca convenienza. Si tratta di legami strumentali, poco stabili, privi di contenuto affettivo (a differenza dei legami che si instaurano tra gli appartenenti all’associazione), ma che creano obbligazioni reciproche estremamente vincolanti. Tali rapporti si possono ricondurre alla nozione di “amicizia strumentale” caratterizzata da scambio di risorse tra “gli amici”, continuità nello scambio e dalla natura aperta di tale amicizia, nel senso che ciascuno degli amici agisce come “ponte” per altri “amici”. […] I mafiosi hanno interesse a instaurare questi rapporti in quanto ciò consente loro di aumentare il proprio capitale sociale (e di conseguenza anche quello dell’associazione); di entrare a far parte della rete di rapporti del soggetto, con ulteriore incremento della rete di rapporti; di porsi come punto di raccordo tra le reti di rapporti facenti capo ai vari individui con cui entrano in contatto, esercitando una sorta di mediazione tra ambienti sociali».
Sono le stesse drammatiche conclusioni esposte nella Relazione della Commissione parlamentare antimafia (19 febbraio 2008): «La ’Ndrangheta, da corpo separato, si trasforma in componente della società civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore imprescindibile, il convitato di pietra di ogni affare, investimento, programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale che centrale, ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa e politica. […] Con questa forza la ’Ndrangheta ha sempre cercato, quando ne ha avuto l’opportunità, di valicare l’area del proprio insediamento. Il suo essere locale non è mai stato considerato una gabbia o una limitazione al proprio agire mafioso, ma ha invece rappresentato una pedana di lancio verso altri territori – geografici, economici e sociali – nei quali stabilire relazioni e in cui sviluppare nuove attività criminali» (Richiesta, pp. 65-81).
Dall’inchiesta antimafia emergerà che il Presidente della Commissione comunale Territorio Dante Labate (amministrazione Cattaneo) era tra i soci dell’Immobiliare Vittoria, riconducibile a Pino Neri. L’assessore ai Lavori pubblici della Giunta Cattaneo Luigi Greco – poi nominato capo di gabinetto del sindaco – era in rapporti con Pino Neri, nonché socio in affari di alcuni prestanome di Chiriaco. L’assessore alla Mobilità della Giunta Cattaneo Antonio Bobbio Pallavicini lo sorprendono invece nei migliori ristoranti della Locride in compagnia del capo bastone lombardo-calabrese. Il consigliere comunale Valerio Gimigliano lo ritroveremo tra i suoi amici e frequentatori.
Come diremo, il riverbero di tutto questo lo si vedrà nel Piano di governo del territorio (Pgt); nell’illecita assunzione di dirigenti compiacenti; nel patto non scritto di spartizione criminale della cosa pubblica per aree d’influenza che – garante il sindaco Cattaneo – ha consentito fior di ruberie (basti citare il suo colpevole mancato controllo su Asm o le politiche urbanistiche); nella sedicente cultura “politica” di una pubblica amministrazione per niente impermeabile alla colonizzazione mafiosa.

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