Via Fani, 16 marzo 1978

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Moro deve morire
di Giovanni Giovannetti

Cade oggi il trentottesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro in via Fani a Roma, per mano delle Brigate Rosse
.

«Onorevole Moro. Lei deve smettere di perseguire il suo disegno politico di portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente». Lo dissero a Moro nel settembre 1974 persone dell’entourage il segretario di Stato americano Henry Kissinger: «Qui o lei smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara». Di Kissinger ricorderemo il “sostegno attivo” ai generali golpisti cileni e argentini; quel Kissinger a cui nel 1973 era stato conferito il premio Nobel per la pace.
Lo spaventato ministro degli Esteri italiano comprese fin da allora d’essere in pericolo di vita. Per inciso, Moro stava per salire a bordo del treno Italicus saltato in aria il 4 agosto 1974, un mese prima, a San Benedetto val di Sambro. Alla stazione di Roma Tiburtina lo fermarono col pretesto di firmare documenti. Solo questione di tempo: a toglierlo di mezzo provvederanno anni dopo le Brigate rosse.
Poco prima di essere rapito e ucciso, Moro parlò a Giovanni Galloni di «infiltrazioni filo-atlantiche nelle Brigate rosse». L’ipotesi è ritenuta plausibile da Alberto Franceschini, uno dei leader storici del movimento clandestino. Certo è che – lo ammise un alto funzionario Cia conversando con il giudice Ferdinando Imposimato – le Br vennero lasciate fare.
Sconvolgente quanto scrive Imposimato ne I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, 2013). Avvalendosi di tre testimonianze inedite, l’ex magistrato rivela che Gladio e i Servizi stanziarono sul luogo in cui Moro era prigioniero: telecamere puntate sul condominio romano di via Montalcini 8; microfoni ultrasensibili dall’appartamento sovrastante in coordinamento operativo col Special Air Service (Sas, l’antiterrorismo inglese); consulenza degli esperti del gruppo Gsg 9, le teste di cuoio tedesche; intercettazioni, pedinamenti, meticoloso controllo della spazzatura… Un commando di Carabinieri appartenenti ai Gis e un reparto dei Nocs erano pronti a intervenire. Giunse invece un sorprendente “tutti a casa” e l’ordine di «dimenticare»; Moro doveva morire: «Arrivammo quasi nell’androne del palazzo dov’era la prigione di Moro» dirà nel 2013 una delle fonti di Imposimato «quando ricevemmo l’ordine di tornare indietro. Moro era ancora vivo. Il giorno dopo lo hanno ucciso». A guidare la mancata operazione fu il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Di tutto questo a livello politico erano costantemente informati almeno il capo del Governo Giulio Andreotti, il ministro degli Interni Francesco Cossiga, il segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini. Si era anche insediato un Comitato “di crisi”; ne facevano parte, fra gli altri i piduisti Federico Umberto D’Amato (tessera n. 1620), il capo del Sismi Giuseppe Santovito (tessera n. 1630), il vice capo del Sismi Pietro Musumeci (tessera n. 487), il capo del Cesis Walter Pelosi (tessera n. 754), il capo di Stato Maggiore della Marina Giovanni Torrisi (tessera n. 631), il criminologo Franco Ferracuti (tessera n. 2137): il Comitato, lamenta Imposimato, «esautorò di fatto la Procura di Roma durante i 55 giorni di prigionia del martire Moro», usurpando i poteri costituzionali della Magistratura.
Subito dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, Ferracuti lo ricordiamo tra chi venne chiamato a decretare il minorenne Pelosi «incapace di intendere e volere», così da accreditarne la contenuta condanna e una conseguente rapida scarcerazione. Di Moro il criminologo si affrettò a diagnosticare «l’aumento progressivo dell’identificazione tra vittima e aggressore» e a definire inaffidabili le sue lettere, «aliene dalla reale personalità della vittima». Come già con Pasolini, anche Moro provarono a depotenziarlo delegittimandolo. Un altro illustre componente del comitato di crisi, l’ex consigliere di Kissinger Steve R. Pieczenik suggerì di sminuire l’importanza di quanto lo statista andava scrivendo, sostenendo che «stava subendo il lavaggio del cervello». Nel 1992 lo stesso Pieczenik confesserà di essere stato tra i correi della «manipolazione strategica» che condannò alla morte Aldo Moro, anche se «la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, di Andreotti». Secondo il rappresentante del governo Usa nel Comitato, a Cossiga «non interessava affatto tirare fuori Moro vivo».

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