Trivellazioni

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Perché andare a votare il 17 aprile, e votare sì
di Paolo Ferloni*

Tante e tanti italiani da anni sentono il peso sulla propria vita di qualcosa che la inquina, la degrada e la rende sgradevole.
Chi vive e lavora vicino a raffinerie, oleodotti e gasdotti, o anche soltanto in prossimità di stazioni di servizio con depositi di benzina, gasolio o gas, e respira gli odori degli idrocarburi assieme a quelli di gas di scarico di motori piccoli e grossi, oggi può chiedersi non SE appoggiare questo referendum, ma COME continuare ad accumulare forza sociale e politica per voltare pagina.
E chi coltiva la terra con acque provenienti da falde inquinate da svariate sostanze chimiche o da metalli pesanti, e chi senza saperlo beve acque di dubbia purezza, vorrebbe proprio farla finita con leucemie, tumori, avvelenamento di acqua, aria, suolo, cibo, per andare finalmente oltre il modello energetico fondato sulle fonti fossili di energia.
Questi sono alcuni motivi per cui i rappresentanti dei Consigli regionali di dieci Regioni, cioè Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto il 30 settembre 2015 hanno depositato in Cassazione sei quesiti referendari contro le trivellazioni in mare entro le 12 miglia e sul territorio, per chiedere l’abrogazione di un articolo del famigerato decreto “Sblocca Italia” e di cinque articoli del decreto “Sviluppo”.
C’è solo da meravigliarsi che altre regioni con casi d’inquinamento simili, diffusi e pure gravi, come Emilia Romagna, Lazio, Lombardia o Piemonte, non abbiano seguito il buon esempio. Per capirci, basti prendere il caso della Regione Lombardia: sul suo sito internet si trova per il 2013 un elenco di quasi novecento siti contaminati, con la chiara premessa: «gli eventi accidentali, gli sversamenti e lo scarico abusivo di rifiuti nel suolo e nel sottosuolo costituiscono le cause principali dei maggiori casi di inquinamento rilevati sul territorio, il quale interessa tutte le matrici ambientali, cioè aria, suolo, sottosuolo, acque di falda e superficiali». Dunque non si capisce perché la infelice Lombardia non abbia sentito il bisogno di smetterla con le trivelle, che promettono «eventi accidentali» e «sversamenti» in abbondanza, se non forse perché i lombardi credono ancora che trivellando si facciano affari e soldi, convinti di avere il governo e il consiglio regionale più intelligenti (o i più stupidi?) d’Italia.
Diciamo subito che anche il Governo nazionale è tanto intelligente che ha fatto e sta facendo di tutto per non lasciar votare la gente, con la marcia indietro di nuove leggi che rendano inutile il voto popolare sulle questioni in gioco. Così dei 6 quesiti referendari ammessi dalla Corte di Cassazione, la Corte Costituzionale ne ha salvato solo uno, a seguito degli emendamenti apportati alla Legge di Stabilità. Da questa, come “per magia”, tramite semplice emendamento, sono stati fatti scomparire i principi di «strategicità, indifferibilità, urgenza, pubblica utilità», che rappresentavano l’anima stessa del decreto legge “Sblocca Italia” (poi Legge n. 164/2014), o meglio che rivestivano il decreto con una solennità retorica caduta ora nel ridicolo.
L’altro trucco per scoraggiare il voto è consistito nello scegliere una data isolata, il 17 aprile, prima domenica utile, evitando di accorpare il referendum con il turno delle elezioni amministrative, previste per giugno.
Va detto con forza che il voto del 17 aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’unico strumento di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria non solo sulle trivellazioni, ma più in generale su come si governa l’energia in Italia. Questo voto, insomma, in concreto a cosa serve?
Serve per dire che è una vergogna che non esista un Piano Energetico Nazionale. È una vergogna che l’ENI inquini i territori e i mari dove opera, senza troppo curarsi della qualità dell’ambiente, come sta facendo in Basilicata e con le piattaforme nell‘Adriarico. È una vergogna che come l’ENI si comportino altre grandi industrie, tipo ILVA a Taranto. E che dell’ambiente non si curino le società che producono e trasportano elettricità, quelle che gestiscono rifiuti, quelle che scavano gasdotti e che degradano paesaggi con linee ferroviarie ad alta velocità, o con nuovi aeroporti o porti o autostrade o infrastrutture inutili. Ed è vergognoso che bande ignoranti di mafiosi si garantiscano lucrosi affari e concessioni in campo energetico.
I significati del voto perciò sono parecchi e ben evidenti, per l’unico monosillabo significante.
Un solo sì contro le trivelle significa: no a pale eoliche ed elettrodotti inutili, no alle centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas su faglie sismiche, no a pozzi di stoccaggio di gas capaci di provocare sismicità indotta, no a raffinerie che emettono fumi e puzze nocive, no a depositi a rischio di incidente rilevante e di inquinamento della falda. Lo sanno i produttori ortofrutticoli, gli allevatori, così come le reti di comitati e associazioni a carattere locale, regionale e nazionale, tra cui i comitati No Tav della Val di Susa e No Tap della Puglia, il Forum nazionale per l’Acqua Pubblica, la Confederazione Cobas, la Fiom. Lo sa chi ha finalmente rinunciato a una visione antropocentrica del mondo, visti i danni che l’umanità sta arrecando a tutto il pianeta.
E non si tratta qui di mettere assieme una banale somma aritmetica di piccole convenienze locali, ma di formare una diffusa e convergente intenzione verso il buon senso, la sobrietà e il rispetto per la natura, i paesaggi e la qualità di vita dell’intero Paese.
Andare a votare, e far capire a tutti il perché, vorrà dire attivare e avere un sentire collettivo e comune, combattere l’ignoranza e diffondere saperi essenziali per affrontare i problemi che si pongono già oggi ma diventeranno più acuti nel prossimo futuro, quando sarà indispensabile e indifferibile il passaggio dalle fonti fossili di energia, sporche e malsane, alle rinnovabili pulite.
La scienza e la tecnica dovranno applicarsi a innovare in termini di risparmi e di buone pratiche, e non solo o non tanto a solleticare esigenze di gusti singoli e individuali, quanto alla soddisfazione di bisogni collettivi commisurati ai vantaggi sociali dei consumi ed all’uso saggio, consapevole e ciclico delle risorse.
E apparirà e sarà sempre più improbabile che dal “mercato”, cioè dalla miglior convenienza delle lobbies energetiche, per di più guerrafondaie per il momento, possano essere prodotti risultati di efficienza, di salute e di pace validi su scala continentale e mondiale.

* Movimento civico “Insieme per Pavia”

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Una Risposta to “Trivellazioni”

  1. Noi siamo dalla parte dei cittadini che vogliono un mondo migliore - NO alle trivelle | Movimento 5 Stelle Pavia Says:

    […] Trivellazioni […]

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