A che bell’ò cafè

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Trent’anni fa nel carcere di Voghera moriva Michele Sindona
di Giovanni Giovannetti

La mattina del 22 marzo 1986 nel carcere di massima insicurezza di Voghera muore il banchiere della Mafia siciliana Michele Sindona, avvelenato da una tazza di caffè al cianuro. Suicidio? Troppo addentro alle segrete cose, era ormai pericolosamente inaffidabile.
Sindona, il banchiere della mafia e del Vaticano (per il cardinale Giuseppe Caprio questo delinquente siciliano era stato «inviato da Dio per aiutare la nostra Chiesa»). Il 28 ottobre 1960 il pacchetto di maggioranza della Società Generale Immobiliare, proprietaria di oltre il 40 per cento dei fondi romani, viene ceduto dallo Ior (l’Istituto vaticano per le opere religiose) alla Fasco Ag, sede in Liechtenstein, proprietà dell’allora fiscalista dei vip milanesi e banchiere mafioso Michele Sindona (tessera P2 n. 1612), foraggiatore dell’eversione neofascista, della Dc e dei Colonnelli in Grecia, mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. William Joseph Aricò, killer di Ambrosoli, fu pagato con 25.000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90.000 su un conto bancario svizzero; a mettere in contatto il pistolero della Mafia e Sindona era stato Robert Venetucci, narcotrafficante legato a Cosa nostra americana, complice e amico del bancarottiere.
Dopo la condanna a 15 anni di reclusione per bancarotta (un privato crac per 250 miliardi di lire che gli amici del mafioso – da Andreotti al fido Franco Evangelisti, dal ministro piduista del Tesoro Gaetano Stammati (tessera P2 n. 1636) al confratello Licio Gelli – spacciandolo per perseguitato dai comunisti, invano pensarono di onorare con pubblico denaro) l’«inviato da Dio» verrà condannato all’ergastolo quale mandante dell’omicidio Ambrosoli, il liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona.
Con l’arrivo di monsignor Paul Marcinkus alla presidenza dell’ufficio amministrativo dello Ior i due, Sindona e il monsignore devoto al denaro e alla Massoneria, mettono a punto canali per l’esportazione di capitali dall’Italia all’estero via Vaticano, dilavando quattrini in nero, anche di dubbia provenienza. Albino Luciani, eletto papa il 26 agosto 1978 col nome di Giovanni Paolo I, da subito lo avrebbe voluto allontanare. Il 29 settembre, a 33 giorni dall’elezione il papa viene trovato morto. Nonostante le insistenti voci di un avvelenamento, la salma non verrà sottoposta ad autopsia. Il successore Karol Wojtyla confermerà Marcinkus alla guida dello Ior e il monsignore, sfruttando l’extraterritorialità vaticana, potrà «proseguire indisturbato i suoi loschi traffici finanziari con la banda piduista Ortolani-Calvi-Gelli» (Sergio Flamigni), mantenendosi influente nei confronti di Giovanni Paolo II poiché lo statunitense Marcinkus si era da subito conquistato la riconoscenza di papa Giovanni Paolo II reperendo fondi per oltre 100 milioni di dollari per sostenere il movimento politico polacco Solidarność oppure intervenendo, anche economicamente, per soffocare a Filadelfia uno scandalo nel quale erano coinvolti sacerdoti polacchi, truffaldini e libertini.
Sindona finanziatore dell’eversione stragista “nera”. Ad esempio, la congiura della Rosa dei venti (caso vuole che fosse il simbolo dell’Alleanza atlantica; Rose des Vents era anche il nome dato in Francia a una delle tre strutture di Stay Behind): il caos da attribuire ai “rossi” nella prospettiva dello stato d’emergenza, con l’esercito in strada per riportare l’ordine. A dargli credito, per l’ex terrorista nero e collaboratore di giustizia Roberto Cavallaro a capo di questo progetto golpista «ci sarebbe stato Andreotti, finanziato da Michele Sindona e fiancheggiato dal generale americano Norman Johnson. Avrebbero fatto una riunione alti ufficiali Nato italiani e americani a Vicenza. È certo che Andreotti voleva fare un colpo di Stato».
Nel 1973 Giulio Andreotti volle incontrare il mandante dell’omicidio Ambrosoli a New York, recandosi lui stesso negli Stati Uniti, celebrandolo come «il salvatore della lira». L’incontro andrà in replica nell’ottobre 1976: Sindona è ormai un latitante; Andreotti è da qualche mese il capo del governo.

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