In vino veritas

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Cantine e faccendieri
di Maurizio Scotti

Ai più attenti lettori di direfarebaciare non sarà sfuggito il parziale fermo del sito in questi giorni. Nulla di male, poiché c’era da chiudere un (per me) importante libro su Pasolini e da accogliere – anche emotivamente – l’ancor più significativo arrivo di Jacopo, il secondo figlio di mia figlia, la solare Martina. Ricaricate un poco le batterie, direfarebaciare torna a informare come prima più di prima: siamo alla vigilia di un importante referendum, mentre localmente, al solito, si resta a boccaperta di fronte alle immancabili notizie di giustizia, come la miracolosa trasformazione dell’acqua in vino qui narrata da Maurizio Scotti. (G. G.)

Ed eccoci a raccontare un’altra storia amara nata tra i vigneti, le cantine ed i faccendieri dell’Oltrepo Pavese. Dopo l’incoerenza e il cervello poco fino di chi ha pensato di tradurre alcool etilico in metanolo, distribuendo disgrazie invece di gusto enologico, e dopo rischiosissimi passi falsi di gloriose cooperative vitivinicole (La Versa, Broni e Casteggio), forti di migliaia di soci corretti e traditi, adesso arriva un giudizio catastrofico da parte della Procura di Pavia: frode in commercio e associazione a delinquere. Gli avvisi di garanzia sono quasi 300, come nelle indagini di mafia: riguardano provetti cantinieri, amministratori sociali, referenti agronomi e più di 200 produttori! A ben vedere pare di essere tornati al tempo di chi sapeva trasformare l’acqua in vino, l’oste della trattoria di Porta Ticinese che, in un locale ombroso, serviva agli operai della Binda un piatto scadente dal vago sapore di riso, accompagnato da vino lombardo da se medesimo taroccato. Erano i tempi della Milano del boom, su cui gravava l’intera Lombardia del lavoro e su cui confluivano i prodotti più vari che prediligevano quantità alla qualità. E se il numero totale del commerciabile non risultava sufficiente lo si rendeva tale con qualche variante, purchè a basso costo e fruibile all’occorrenza.
Oggi la frode è ancora quella, rivisitata in chiave moderna. Si producono tot quintali di uve con cui si ottengono totmeno ettolitri di mosto, vinificando il quale di arriva a totmenomeno ettolitri di vino. Il risultato lo si imbottiglia in bordolesi, renane o champognotte (capacità 0,75 litri cd), oppure in bottiglioni (1,5 litri), in dame (5 litri) o in vetri più pregiati, come il magnum da 3 litri; talvolta si va per vie più immediate, indirizzandosi alla sfuso travasato in canestri o in damigiane, come si faceva ai tempi dell’oste di Porta Ticinese. Di per sé una sequenza simile non avrebbe nulla di illogico, anche se sullo “sfuso” qualcosa si potrebbe anche dire. Ma la commercializzazione del vino sfuso è un discorso che in Italia si continua a fare, anche nelle Langhe e nel Chianti, ovvero nel fior fiore della “vino cultura” nazionale, e chi ha tentato di mettere la parola fine al modo arcaico di arrivare al consumatore non ha riscosso un grande successo. La questione però è un’altra: sono quel tot, il totmeno ed il totmenomeno che sono espressioni numeriche che variano sulla retta di tutti i numeri. Per qualcuno il tot è 10, il totmeno è ancora 10 ed il totmenomeno a volte diventa 12. Quando si pensa al numero spropositato di “vetri” targato Oltrepò Pavese (che hanno voluto scrivere con l’accento sulla o) messo in circolazione da cantine sociali, produttori privati e imbottigliatori e lo si somma allo “sfuso” che viene venduto direttamente alla clientela, sorge spontanea una domanda matematica: l’Oltrepo Pavese collinare (dove si produce uva da vino) ha una superficie pari a meno di ¼ dell’intera provincia di Pavia o è grande quanto 2 volte la Francia? Data la quantità di vino che finisce sotto l’etichetta (e la fascetta) Oltrepò Pavese si direbbe che la distanza in longitudine tra Zenevredo e Godiasco (30 km scarsi) moltiplicata per quella in latitudine tra Casteggio e Ruino (20 km) faccia almeno 1 milione di km quadrati, invece dei 600 reali (che sono comunque pur tanti per un comprensorio vitivinicolo). Certo a meno che si affermi che ogni ettaro di vigneto qui produce qualche migliaio di quintali di uva che diventa qualche migliaio di ettolitri di vino. Ma questa è un’equazione assai poco lineare, che solo l’oste di Porta Ticinese vedrebbe valida in assoluto.
Quindi, al di là dell’intervento della magistratura, che ora è comunque chiamata ad affrettare ogni azione giuridica per evitare che il danno diventi oltremodo contagioso, questo è il momento in cui deve essere fatta chiarezza su tutto l’ambiente vitivinicolo oltre padano. Troppe questioni sono aperte e tante altre taciute, perché un marchio di assoluta qualità non merita di essere inserito nel contesto “di tutt’un’erba un fascio”. Così ci si sta facendo male, malissimo e con che cosa? Con uva e vino.

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