Vecchie piattaforme, voto nuovo

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135 e più ragioni per votare sì il 17 aprile
di Paolo Ferloni*

1. Una sola domandina minimalista: è quella rimasta indenne, a meditato avviso della Corte Costituzionale, dopo che il governo centrale ha fatto di tutto per annullare il referendum in sei quesiti che dieci regioni italiane avevano composto sulla politica energetica delle trivellazioni in mare e in terra. Cosa si chiede? Se si debba terminare lo sfruttamento di una piattaforma alla scadenza della corrispondente concessione. Un’apparente banalità, sì, ma perché mai una concessione dovrebbe durare in eterno? Per favorire l’arroganza dei petrolieri? Per risparmiare i costi della smobilitazione dei pozzi esauriti? O per depositarvi dentro qualcos’altro?
O il governo ha paura che i normali cittadini pensino e si esprimano?

2. Il referendum abrogativo che gli italiani sono chiamati a votare il 17 aprile 2016 per noi è invece un buon esercizio di democrazia. L’hanno definito marginale, inutile ed antieconomico, uno spreco insomma. Spreco è averlo fissato in data diversa da quella delle elezioni di giugno. Squalificare un voto democratico può piacere a chi? A chi sopravvive con abitudini staliniste sovietiche, o a chi vede bene un uomo solo al comando? Disprezzare il voto popolare a noi pare una vergogna. Ignorante non è il popolo, ma chi gli nega e nasconde le informazioni.

3. L’intera industria del petrolio, cresciuta a dismisura e male dalla fine dell”Ottocento ad oggi, pone ormai nel XXI secolo interrogativi economici, industriali, ambientali difficili. L’uso inveterato ma più improprio degli idrocarburi è quello di bruciarli, assurdità che serve a muovere i motori a scoppio. “Bruciare benzina per far andare un’autovettura è un po’ come dare fuoco a mazzette di banconote da 100 euro per riscaldarsi se fa freddo: funziona, ma c’è un modo migliore di usare quel patrimonio”, ammonisce il geologo Mario Tozzi del CNR nell’introduzione a Trivelle d’Italia, agile e acuto libretto di Pietro Dommarco pubblicato da Altra Economia nel 2012. L’auto a benzina o gasolio come privato idolo del XX secolo è irrimediabilmente superata, da abbandonare pur se continua a simboleggiare l’industria nel mondo. Come abbandonate sembrano ormai molte delle vecchie piattaforme presenti da decenni nell’Adriatico.

4. Abbandonata o funzionante, ogni piattaforma oggi è una buona ragione per votare Sì.
Ce ne sono 135, di buone ragioni (http://unmig.mise.gov.it/unmig/strutturemarine/elenco.asp) a sfigurare i paesaggi dei nostri mari, con la loro immagine e il loro colore di ruggine postindustriale.
Un esempio: tre giorni fa il Consiglio Comunale di Ravenna unanime ha chiesto l’ abbandono della piattaforma Angela Angelina, a soli 2 km dal Lido di Dante, la più vicina alla città, concessione ENI A.C27.EA, attiva dal 1975, con scadenza naturale 1.1.2027. Motivazione: produce subsidenza, oltre al gas naturale, di cui nel 2015 ha fornito 298 892 248 m3. Ravenna, città bizantina, non è il Texas.

5. Altre valide ragioni stanno negli interrogativi sollevati nell’opuscolo “Trivelle fuorilegge” messo in rete da Greenpeace da poche settimane: le piattaforme “Sono inquinanti? Chi le controlla? Sono affidabili questi controlli?“. Assieme all’inquinamento chimico dei fondali e delle cozze, assieme alla scarsità o affidabilità dei controlli, è da rivedere complessivamente la storia delle valutazioni ambientali, o meglio della loro mancanza, messa in luce dall’e-book del WWF presentato a Roma il 7.4.2016 Trivelle insostenibili – Come far uscire l’Italia dall’oscurantismo energetico (Arianna Editrice, Aprile 2016), nel quale tra l’altro si sottolinea che quasi la metà delle piattaforme esistenti, in particolare vicino alle coste, entro la fascia delle 12 miglia marine, è di un’anzianità tale che nessuno le ha mai sottoposte ad alcuna valutazione ambientale (V.I.A.). Sì, perché la normativa sulla V.I.A. è in vigore da noi soltanto a partire dal 1988, cioè da poco (!), e chi estrae gas o petrolio ragiona, si sa, a medio e lungo termine.

6. A medio e lungo termine sembra giusto allora discutere le prospettive economiche di energia, risorse e vettori energetici. Il nostro Paese, se terrà fede agli impegni presi a Parigi il 12 Dicembre 2015 approvando il documento finale della Conferenza COP 21 delle Nazioni Unite, potrà e dovrà prepararsi a una profonda e strutturale revisione delle scelte ambientali ed energetiche. Non solo per sè, ma nel contesto comunitario: quest’anno, infatti, l’UE inizia la revisione completa della sua politica energetica, dalle regole su rinnovabili ed efficienza energetica, alla definizione dell’Unione per l’energia, alle conseguenze per l’UE dell’Accordo di Parigi. È evidente l’importanza per ogni Paese di adottare strategie che perseguano concrete politiche di sostenibilità. L’Italia rientra in questo quadro? Non proprio: a nostro modesto avviso qui prosperano i “negazionisti”, cioè personaggi che forse non osano più contestare che il cambiamento climatico sia antropogenico, ma fanno finta che non occorra tenerne conto, e che l’Italia possa credere ancora che per futuro, innovazione e lavoro servano sempre le fonti fossili e i SUV e non sia indispensabile il risparmio energetico. Ci sono poi molti italiani pigri, tranquilli e inerti, per i quali si può continuare a pensare che vada tutto bene così, piattaforme, sprechi e guasti ambientali inclusi nel conto.

7. Marginale è la questione dei posti di lavoro, usata da qualcuno in forma strumentale priva di fondamento con dati fasulli. Accennare invece con prudenza e senza allarmismi ai costi esterni (le esternalità, che suona meglio, come dicono pudicamente gli economisti) ed ai rischi può essere interessante. Ad esempio, è bene sapere quanto è successo in Olanda: ci sono 152.000 case da ristrutturare a causa dei terremoti indotti dall’estrazione di metano nell’area di Groningen! Un danno da circa 30 miliardi di euro secondo recenti stime riportate da agenzie di stampa. Anche da noi, la questione dello stoccaggio nei depositi antichi di gas già sfruttati in passato ed ora vuoti può tornare d’attualità, come è il caso in Lombardia per Cornegliano Laudense, comune di meno di 3000 abitanti in mezzo alla pianura padana, che diffida di un siffatto uso del proprio territorio.

8. Per dire che l’Italia non è il Texas, né un Paese del Golfo, domenica 17 aprile andiamo a votare Sì al referendum. Dopo, comunque esso vada, occorrerà seguire con vigilante attenzione le prospettive del “mercato”, cioè della massima convenienza delle lobbies energetiche operanti in Italia, che continueranno a tenere al guinzaglio il nostro governo mirando esclusivamente al profitto immediato senza preoccuparsi troppo di tutela ambientale, né di condizioni sanitarie né di benessere dei cittadini, visto che da noi spesso i controllati sono anche i controllori, quando ci sono.

* Movimento civico “Insieme per Pavia”

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