Doppio depistaggio

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Giovedì 19 maggio esce in libreria la nuova versione (triplicata) di Frocio e basta, libro di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti che fra l’altro propone una approfondita lettura politica di Petrolio, l’ultimo romanzo di Pier Paolo Pasolini, pubblicando anche uno dei capitoli mancanti nella versione a stampa dell’incompiuto romanzo, incompiuto e mutilato. Frocio e basta verrà presentato dagli autori il 19 maggio alle ore 17.30 presso la libreria Feltrinelli di Pavia; e lunedì 23 maggio, alle ore 20.30, all’Arsenale di Pisa, assieme al film di David Grieco La macchinazione. Di seguito, in anteprima, la prefazione di Carla Benedetti.

Questa nuova edizione di Frocio e basta, notevolmente ampliata, anzi triplicata rispetto a quella uscita nel 2012, aggiunge i risultati di ulteriori ricerche e alcuni “materiali” che Pasolini teneva tra le carte di Petrolio. Ci spinge a farlo la convinzione che l’ultima opera di Pasolini, interrotta dalla morte violenta dell’autore, sia stata data alle stampe mutila di alcune sue pagine decisive, quelle che qui pubblichiamo, facendole precedere da una lunga introduzione che le contestualizza e le commenta.
Si tratta dei tre discorsi di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e, all’epoca in cui Pasolini scrive, presidente della Montedison, nonché fondatore e capo della P2. Pasolini intendeva inserirli nel romanzo così come erano, senza modificarli. E a questo scopo li teneva tra le carte di Petrolio, quindi accessibilissimi ai filologi che ne hanno curato l’edizione postuma. Aveva persino indicato il punto esatto in cui collocarli, cioè tra la prima e la seconda parte del romanzo:

inserire i discorsi di Cefis: i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito (un po’ come i due episodi dei venti ragazzi ecc.)

Nonostante l’indicazione precisa dell’autore, quei discorsi sono rimasti fuori da tutte le edizioni di Petrolio, sia da quella del 1992 curata dall’erede Graziella Chiarcossi e da Maria Careri, con la supervisione del filologo Aurelio Roncaglia, sia dalle successive. Perché? Certamente, non erano pagine scritte da Pasolini, ma questo non può essere un buon motivo per tralasciarle. Dato l’impianto compositivo di Petrolio e la sua impronta sperimentale, non è affatto strano che Pasolini intendesse inserire nel corpo stesso del testo alcuni materiali “extraletterari”, non narrativi, non poetici, presi direttamente dalla cronaca del tempo. Come si legge nella prima pagina di Petrolio:

Per riempire le vaste lacune del libro, e per informazione del lettore, verrà adoperato un enorme quantitativo di documenti storici che hanno attinenza coi fatti del libro: specialmente per quel che riguarda la politica, e, ancor più, la storia dell’Eni.

Alcuni di questi “documenti”, anch’essi tenuti nella cartella, Pasolini li fonde dentro alla sua scrittura, quasi riprendendoli alla lettera: così succede per un’intervista a Fanfani, per i famosi “mattinali” del Sid, resi pubblici da un’inchiesta dell’ “Espresso” (e che qui pubblichiamo), e per il libro Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente scritto da qualche nemico di Cefis con lo pseudonimo di Giorgio Steimez (di questi materiali e di come entrano nel romanzo si parlerà diffusamente nel corso di questo libro). Altri invece intende inserirli tali e quali, senza rifonderli, ed è questo appunto il caso dei discorsi di Cefis, che infatti tiene pronti nella cartella (in fotocopia, uno in ciclostilato), senza ricopiarli.

Perché Pasolini considerava così importanti quei discorsi tanto da farli diventare parte integrante del romanzo? E quali conseguenze ha avuto sulla ricezione di Petrolio e sulla ricostruzione dell’omicidio il loro mancato inserimento?
Una risposta alla prima domanda la troviamo già in alcuni articoli pubblicati in quel periodo da Pasolini, a cominciare dal Il genocidio, uscito su “Rinascita” il 24 settembre 1974. Qui egli rimanda il lettore proprio a quei discorsi, e in particolare a uno, intitolato La mia patria si chiama multinazionale, tenuto da Cefis all’Accademia militare di Modena nel 1972:

Qual è invece lo sviluppo che questo Paese vuole? Se volete capirlo meglio, leggete quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale – o trasnazionale come dicono i sociologi – fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale […]. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi: ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa.

E vi fa allusione anche nel celebre Articolo delle lucciole uscito sul “Corriere della sera” del 1° febbraio 1975 che si chiude così: «io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola». Pasolini quindi considera le parole di Cefis («che la televisione […] non ha certo diffuso») rivelatrici di ciò che stava succedendo in Italia, e di cui anche l’opposizione di sinistra stentava a rendersi conto, e cioè il passaggio da un potere di stampo clerico-fascista a un nuovo potere, multinazionale, tollerante e criminale-mafioso: una sorta di “mutazione antropologica” anche della classe dirigente, oltre che del popolo.
La televisione certamente non diffuse quel discorso, ma neppure gli editori di Petrolio. Lo ritennero forse superfluo, nonostante Pasolini lo avesse indicato come parte integrante del testo?
Per capire il ruolo che quei materiali avrebbero svolto nel romanzo, secondo le intenzioni di Pasolini, occorre ricordare alcuni contenuti di Petrolio. Cefis, chiamato Aldo Troya nella finzione, è un personaggio-chiave del romanzo. Pasolini lo sceglie, o – potremmo anche dire – lo prende di mira, come rappresentante di quel nuovo potere che si stava affermando in Italia e che reggeva le fila di stragi e omicidi, oltre che di immensi affari. Lo fa persino entrare nella storia principale, quella del protagonista Carlo Valletti, che lavora per l’Eni e entra in contatto con Cefis nella sua scalata verso il potere. Ma soprattutto ne fa oggetto di analisi e di riflessione. Dedica un esame puntuale e meticoloso al tipo di gestione del potere inaugurata da Cefis, quella che avviene sotto il segno del “misto”, cioè della mescolanza di pubblico e privato (o meglio di fondi pubblici e di interessi privati). La descrizione del suo impero economico occupa le diciotto pagine dell’Appunto 22 intitolato Il cosiddetto impero di Troya, il quale è scandito in ben cinque sotto-appunti: … le filiali più vicine alla casa madre, … altra importante ramificazione, … la ramificazione più importante del fratello Quirino, …la pulce dice male del pidocchio, e …la ramificazione del pidocchio. Ci sono poi, come ho già ricordato, integrate da Pasolini nel testo del romanzo, le informative dei Servizi segreti, i cosiddetti “mattinali”, rivelati da “l’Espresso” il 4 e l’11 agosto 1974. Il destinatario di queste informative, inviate ogni mattina, era appunto Cefis. Inoltre, nello stesso prospetto riassuntivo di Petrolio che sopra ho citato, quello dove annota il punto esatto in cui andranno inseriti i discorsi, appena poche righe prima, Cefis viene indicato come uno dei responsabili dell’omicidio di Mattei. Infine di Cefis avrebbe dovuto parlare anche l’appunto Lampi sull’Eni, di cui in Petrolio, così come ora lo leggiamo, è rimasto solo il titolo e una pagina bianca. Di questo capitolo mancante si è molto chiacchierato, ma non si sa con certezza se Pasolini lo abbia solo progettato senza fare in tempo a scriverlo, oppure lo abbia davvero scritto e sia stato poi fatto sparire (anche se molti sono gli indizi che fanno propendere per la seconda ipotesi). Si sa però che il capitolo avrebbero dovuto parlare, tra le altre cose, anche dell’ambiguo passato partigiano di Cefis. Lo si inferisce dal richiamo che Pasolini fa in un’altra pagina di Petrolio: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto […] ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria».
Ce n’è quindi abbastanza per poter dire che Cefis è un personaggio-chiave del romanzo. Pasolini lo prende di mira non solo in qualcuno dei suoi ultimi scritti corsari e giornalistici, ma anche qui, nel cuore di questo romanzo sul potere, che una mano omicida ha interrotto prima che lo potesse portare a termine e dare alle stampe.
Dunque perché quei discorsi, nonostante il ruolo importante che Pasolini attribuiva loro nell’architettura del romanzo, non sono stati inseriti nella prima edizione di Petrolio, uscita nel 1992, né in quelle successive? Forse perché si temeva che quei materiali potessero essere messi in rapporto con i possibili moventi dell’omicidio?

Sta di fatto che attorno all’omicidio di Pasolini si è dispiegato un duplice depistaggio, uno volto a sviare le indagini della magistratura, l’altro a tenerle ben separate da ciò che Pasolini stata scrivendo in quegli ultimi anni. In entrambi i casi qualcosa è stato occultato: prove, indizi e testimonianze da un lato, alcuni contenuti-chiave del romanzo, dall’altro.
Il romanzo stesso è stato tenuto nascosto per ben diciassette anni dopo la morte di Pasolini, tanti ce ne sono voluti perché gli eredi si decidessero a darlo alle stampe nel 1992, quando ormai le indagini e i processi si erano conclusi da tempo. Perché questo ritardo? Certamente le opere incompiute necessitano di un serio e lungo lavoro filologico, tanto più quella di Pasolini, data sua complessa struttura. Ma diciassette anni sono tanti.
Inoltre il laboratorio di Petrolio conteneva più pagine di quelle che sono state pubblicate. Del famoso appunto Lampi sull’Eni, come ho detto, si è persa traccia. Ma non dei discorsi di Cefis. Stavano lì, dove Pasolini li aveva collocati, in mezzo alle carte di Petrolio, oggi conservate al Gabinetto Vieusseux di Firenze.
Pasolini è stato ucciso mentre stava scrivendo qualcosa che la morte ha interrotto. Se avessero ucciso un magistrato oppure un giornalista che stava conducendo un’inchiesta, sarebbe venuto a chiunque lo scrupolo di controllare se in ciò che stava preparando, e che gli è stato impedito di portare a termine, non ci fosse per caso qualcosa che desse fastidio a qualcuno di molto potente. Invece un tale scrupolo non è venuto agli inquirenti all’epoca dei primi processi. Non è venuto nemmeno ai tanti critici e letterati che negli anni hanno studiato quel libro, e che anzi spesso e volentieri lo hanno interpretato come un “documento” della “patologia” sessuale del suo autore. Il primo ad avere avuto questo scrupolo non è stato né uno dei filologi che hanno editato le carte di Pasolini, né un critico letterario, né un giornalista. E’ stato un magistrato, il sostituto procuratore pavese Vincenzo Calia, mentre stava indagando sull’omicidio di Mattei. Del resto il titolo stesso, Petrolio, non poteva non richiamare l’attenzione di chi stava cercando un po’ di verità sull’omicidio del presidente dell’Eni. Nella sua richiesta di archiviazione, del 2003, contenente una documentazione importantissima, quanto meno per la verità storica, Calia inserisce una pagina di Petrolio, e proprio quella in cui Pasolini mostra di essere era già arrivato, molti anni prima, alle sue stesse conclusioni, additando in Eugenio Cefis uno dei possibili mandanti dell’omicidio di Mattei.

A spingerci dunque a dare alle stampe questo libro, in una nuova edizione ampliata, è stato soprattutto il bisogno di restituire all’ultima opera di Pasolini ciò che le è stato tolto per tanti anni.
Se si legge la lunga serie di recensioni negative che Petrolio accumulò al momento della sua prima pubblicazione, si resta colpiti dalla loro unanime tendenza a schiacciare il libro sui contenuti di sesso, lasciando completamente in ombra gli altri, quelli sul potere e sulla sua mutazione. Una di queste recensioni parlò addirittura di Petrolio come «di un immenso repertorio di sconcezze d’autore, di un’enciclopedia di episodi ero-porno-sadomaso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall’autore di Salò ci si può aspettare» (Nello Ajello). E’ chiaro che se Petrolio fosse uscito con i discorsi di Eugenio Cefis al centro del romanzo, in modo « perfettamente simmetrico e esplicito» come voleva Pasolini, una simile chiave di lettura, fuorviante e occultante, sarebbe stata molto più ardua da sostenere.
Quella recensione, chiaramente superficiale, malevola e di parte, uscì su “Repubblica” pochi giorni dopo che l'”Espresso” aveva anticipato alcune pagine di Petrolio che stava per uscire in libreria. Furono scelte, con grande scalpore, proprio le pagine del Pratone della Casilina. Immaginiamo allora che cosa sarebbe successo se al posto delle venti fellatio il settimanale avesse dato ai lettori parti del discorso di Cefis, oppure qualcuna delle pagine in cui Pasolini descrive l’impero di Troya-Cefis. Certamente il romanzo avrebbe avuto fin da subito tutt’altra lettura, sarebbe apparso inequivocabilmente come un romanzo sul potere che aveva al suo centro la figura di Cefis. Ma è proprio questo che si è finito per occultare, per tanti anni.
E ora immaginiamo anche cosa sarebbe successo se Petrolio fosse uscito in tempi ragionevoli, un anno o due dopo l’uccisione di Pasolini, e con quella chiave di lettura ben esplicita. Quanti allora avrebbero creduto alla versione ufficiale che parlava di un poeta frocio ucciso da un minorenne per legittima difesa, che era stata martellata dai media e suggellata da ben due sentenze di primo e di secondo grado (1976) e della cassazione (1979)?
In tempi recenti si è parlato molto dell’omicidio di Gulio Regeni, trovato cadavere il 3 febbraio 2016 al Cairo con addosso i segni inequivocabili della tortura. Tanti hanno chiesto la verità su quell’orrenda uccisione (non meno orrenda del pestaggio e del lento massacro subito da Pasolini quella notte all’Idroscalo di Ostia) e si sono giustamente indignati contro le autorità egiziane che cercavano di nasconderla dietro la versione di comodo di un rapimento a scopo di lucro. Anche l’omicidio di Pasolini ebbe, fin da subito, la sua versione di copertura, e non meno piena di contraddizioni di quella che l’Egitto intendeva spacciare. Solo che a differenza di questa, a cui nessuno ha creduto in Italia, la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini convinse allora quasi tutti e ha retto incredibilmente per molti decenni, complici (spesso inconsapevoli ma pur sempre complici) molti uomini di cultura e voci autorevoli del nostro Paese.
Persino Umberto Eco, che pure più tardi avrebbe decostruito i Protocolli di Sion, mostrandone la falsità, non dubita di quella versione, e all’indomani dell’uccisione di Pasolini scrive questo necrologio in cui tutta l’enfasi cade sulla “diversità” della vittima e sulla sua volontaria autoemarginazione:

[…] la violenza positiva del suo messaggio non stava nei contenuti, bensì negli effetti di cattiva coscienza che riusciva a produrre. Erano un pretesto per essere rintuzzato e testimoniare così che l’emarginazione esisteva ancora. Segno di contraddizione, il suo genio consisteva nell’impostare il gioco in modo che a contestarlo ci si cadeva dentro. Anche ora, dopo la sua morte. All’obiezione: “Sei morto come uno dei tuoi personaggi, non sei contento?”, egli risponderebbe: “Sono morto, siete contenti?”. E a dirgli: “Hai cercato di mostrarci che il mondo della borgata selvaggia del dopoguerra era più puro e mite di quello della borgata consumistica, e sei morto in un episodio da borgata all’antica”, egli obietterebbe: “Parlavo della violenza di oggi e sono morto oggi, mi ha ucciso la vostra violenza che mi ha spinto a una ricerca impossibile”. […] La sua morte ci ricorda che, per quanto rispettato dalla società, un diverso deve pur sempre tentare la sua ricerca in luoghi oscuri, dove c’è violenza, rabbia e paura (la stessa del ragazzetto che fugge come un pazzo sulla macchina della sua vittima). E se i diversi che hanno il coraggio di definirsi tali devono ancora rifugiarsi ai margini, come i diversi che hanno paura, questo significa che la società non ha ancora imparato ad accettare né gli uni né gli altri, anche se fa finta di sì.
Certo Pasolini avrebbe potuto permettersi di vivere la sua diversità altrove che non alla macchia. Può darsi abbia voluto continuare a farlo per orgoglio.

Molti hanno creduto alla sceneggiata del frocio che va in giro di notte a suo rischio e pericolo, ucciso da un ragazzino e da qualche altro balordo fascista e omofobo. Vi hanno creduto per disinformazione, per indifferenza, per automatismo, per antipatia verso Pasolini, qualcuno anche per paura. Vi hanno creduto anche diversi letterati, scrittori, giornalisti, politici e esponenti del movimento gay che persino negli ultimi anni hanno continuato a sposare dogmaticamente la versione ufficiale, tappandosi gli occhi sulle sue evidenti contraddizioni, mettendo a tacere i propri scrupoli di verità. A tutti questi rivolgiamo una domanda. Come avete fatto a non dubitare che quella ricostruzione fosse una messinscena preparata, pensata a tavolino in tutti i suoi dettagli come in un copione. E proprio un copione la fa diventare David Grieco nel film La macchinazione: Pelosi viene scritturato da un improbabile regista per recitare in un finto film in cui gli è riservata la parte di un ragazzo che uccide un omosessuale che cerca di violentarlo. Si vede Pelosi intento a studiare la parte… che sarà quella che dovrà poi recitare davanti alla polizia al momento dell’arresto. E’ ovviamente una fantasia del regista. Ma riesce a rendere concreta e cinematograficamente efficace una verità che molti non hanno voluto vedere: la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini, quella a cui si è creduto per tanti anni, non era che una sceneggiata, costruita per nascondere un altro tipo di delitto! Una sceneggiata però che riservava a Pasolini una parte atroce: un massacro, una lenta agonia e una morte infamante: perché doveva morire mentre tentava di violentare un minorenne, ucciso da quest’ultimo per legittima difesa. La delegittimazione di Pasolini come personaggio pubblico, già tentata in vari modi quando era in vita (processi a non finire, persino uno che lo vede imputato di una rapina a un distributore di benzina) prosegue anche nell’omicidio, nel tipo di allestimento che hanno scelto per farlo morire “da frocio”.
Infine, occorre ricordare che nemmeno le ultime indagini sul delitto di Pasolini, conclusesi nel 2015 con una richiesta di archiviazione, hanno osato sfiorare la verità, depistata per tanti anni, lasciando ancora una volta nel buio moventi, mandanti e esecutori.

Questo libro si prova quindi a correggere la separazione che è stata fatta tra gli scritti di Pasolini e il suo omicidio. E anche a colmare quell’altra separazione, che Pasolini già imputava agli intellettuali del suo tempo come una loro «imperdonabile colpa», quella cioè di separare i fenomeni, per non voler vedere l’intero «mosaico della realtà italiana. Che non si può guardare nel suo insieme se non a costo di restare impietriti». Soprattutto la terza parte di questo libro, interamente nuova, si prova a ricostruire questo mosaico, unendo tessere apparentemente disparate. Si ripercorrono i temi che Pasolini affronta già a partire dagli anni ’50 nei suoi scritti, anche poetici (quali ad esempio la devastazione paesaggistica sullo sfondo della speculazione edilizia che in quegli anni faceva man bassa nella capitale), mettendoli in relazione con l’altra storia d’Italia, quella coperta, elusa, e che molto tempo dopo la morte di Pasolini è emersa man mano, grazie a inchieste parlamentari, giornalistiche e della magistratura. Verità che si sono svelate più tardi e che Pasolini non poteva conoscere, ma che servono a illuminare retrospettivamente quelle che egli aveva intuito e divulgato, o che si apprestava a divulgare, tanto da dover rendere necessaria la sua eliminazione. Destino, che, non dimentichiamolo, egli ha condiviso con altre voci di giornalisti, di magistrati e di testimoni uccisi in quegli anni, o fatti morire in finti incidenti, molte delle quali vengono ricordate in questo libro.

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