L’altra faccia dell’onorato Paese

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Giovedì 19 maggio alle ore 18, presso la libreria Feltrinelli di Pavia (in via XX Settembre 21) Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti presentano la nuova edizione di Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio. In questo libro sono pubblicati per la prima volta i tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini intendeva pubblicare tra la prima e la seconda parte del suo incompiuto romanzo: nei fatti, è uno dei capitoli mancanti del mutilato Petrolio. Di seguito, una contenuta sintesi dell’introduzione di Giovanni Giovannetti ai tre discorsi dell’ex presidente di Eni e Montedison, il presunto fondatore della loggia massonica segreta Propaganda 2.

Al capitalismo globalizzato Eugenio Cefis guardava come alla nuova “patria”. «Come si svilupperà il rapporto tra queste società che operano su basi internazionali e gli Stati sovrani?», si domanda il 23 febbraio 1972, parlando agli allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena.

La mia patria si chiama multinazionale

Agli albori della civiltà informatica (che favorirà nuove filosofie produttive e l’uniformazione dei consumi su base mondiale), poco dopo l’“Autunno caldo” e il Sessantotto, e a poco più di un anno dal fallito golpe Borghese, in La mia patria si chiama multinazionale (questo è il titolo dato alla conferenza modenese) l’ex cadetto Cefis invoca meno diritti democratici, la riforma della Costituzione, presidenzialismo autoritario, meno poteri al Parlamento. Cinque anni dopo saranno tra i punti cardine del piduista Piano di Rinascita democratica.
Cefis ha letto The Multinationals dell’inglese Christopher Tugendhat, pubblicato in Italia da Mondadori proprio nel gennaio 1972 (nel discorso di Modena ne cita un passo). Elencando alcune società “modello”, Cefis loda l’americana International Telephone and Telegraph Corporation (Itt), la multinazionale coinvolta in Cile nel colpo di Stato del generale Augusto Pinochet contro Salvador Allende, il presidente democraticamente eletto: una società internazionale, scrive profeticamente Tugendhat «diretta dal centro per perseguire gli interessi del centro» (Pasolini la nomina all’Appunto 102a, L’Epochè: Storia di un volo cosmico: «Il gigantesco sforzo tecnologico […] era stato sostenuto da una grande Società: come potrebbe essere la Itt, per esempio»).
The Multinationals si rivela robusta base teorica e ideologica del discorso modenese, prefigurativo ed “europeista” in senso ovviamente assai particolare: l’Europa che auspica è quella che oggi conosciamo, di banchieri e capitale finanziario (la sua unità politica e il conseguente meticciamento culturale possono tuttora attendere). Nel discorso ricorrono altresì alcuni degli argomenti discussi un anno prima tra pochi intimi a Frascati presso Roma in casa di uno dei predecessori di Cefis, l’ex presidente di Montedison Pietro Campilli, poco dopo la caduta del governo Rumor nel 1970, poco prima del tentato golpe Borghese. Come riferì lo stesso Campilli agli autori di Razza padrona Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, a quella riunione «c’erano alti magistrati, qualche grande industriale, Cefis, Petrilli, Carli, alcuni consiglieri di Stato, un paio di “principi del foro”, tre o quattro direttori generali della pubblica amministrazione. Una ventina di persone in tutto». L’eco dei concetti esposti, scrivono i due giornalisti in Razza padrona «si ritrovò in seguito in alcuni testi importanti», come appunto il discorso di Cefis ai cadetti di Modena.
A fronte della «pressione politica che le multinazionali possono esercitare», gli Stati nazionali vengono ridotti da Cefis a scatole vuote, con tanti saluti all’idea di patria, liquidata tra i ferrivecchi, e pronosticando la fine del potere politico, rivolge ai militari l’invito rivolto a occuparne il vuoto all’ombra delle grandi aziende:

I maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale. […] Se questo è il tipo di società verso cui ci stiamo avviando è facile prevedere che in essa il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato è destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale in cui si lavora. […] La difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed è probabile che arriveremo ad una modifica del concetto stesso di Patria, che probabilmente i vostri figli vivranno e sentiranno in modo diverso da voi. […] Non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta adeguata sul piano politico ai problemi che esse pongono.

Di nuovo è innegabile la simmetria del Cefis-pensiero con quanto leggeremo più tardi nel piduista Piano di rinascita democratica. Al capitolo Programmi (punto 1) si adombra infatti:

lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati e dal Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria.

Cefis conclude esortando gli «ufficiali di domani» ad occuparsi in modo sistematico di «fenomeni sociali» e di politica: «Studiate i problemi del mondo che vi circonda; riflettete sull’importanza del vostro ruolo in un’epoca che non può permettersi la guerra». E aggiunge che le future “guerre permanenti” i militari le dovranno combattere non tanto contro altri eserciti quanto sul fronte interno, dentro la società:

non disdegnate le scienze politiche, non trascurate lo studio dei fenomeni sociali, approfonditeli con attenzione e meditate sulle loro linee evolutive. In poche parole, occupatevi di politica.

Queste parole di Cefis sembrano avvicinabili a quelle di un altro testo:

I Fratelli membri del Comitato esecutivo massonico debbono perciò studiare, analizzare il potere al fine di conquistarlo, esercitarlo, conservarlo, aumentarlo e renderlo sempre più saldo.

Le si legge nel documento costitutivo della Superloggia internazionale segreta – parallela alla P2 e aperta ai non massoni – fondata a Montecarlo il 1° gennaio 1977 dopo la fittizia soppressione della chiacchierata P2 da parte dei Maestri Venerabili del Grande Oriente nella Gran Loggia di Napoli (30 dicembre 1974), la successiva ricostituzione (giugno 1975) e la nuova sospensione, quest’ultima decretata il 26 luglio 1976 dal Gran maestro Lino Salvini su sollecitazione, o meglio ricatto, di Licio Gelli. Fu in realtà uno stratagemma per ricrearla, ma riformulata, continuando a dirigerla in proroga, così da «rendere ancora più riservata l’organizzazione» (come si legge nella Relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2). Nell’occasione, Salvini eleverà Gelli al rango di Maestro Venerabile, ignorando l’opinione dei massoni cosiddetti “democratici”, che lo avrebbero voluto “in sonno” per almeno tre anni.
Pasolini vede Eugenio Cefs come “un eroe” diabolico, «come gli eroi di Balzac e Dostoevskij: conoscono cioè la grandezza sia dell’integrazione che del delitto». E voleva inserire integralmente in Petrolio La mia patria si chiama multinazionale, situandolo proprio al centro del romanzo, assieme ad altri due discorsi di Cefis: L’industria chimica e i problemi dello sviluppo e Un caso interessante: la Montedison. Del primo, che fu tenuto il 14 giugno 1974 al romano Centro Alti Studi per la Difesa, Pasolini scrive (sul “Tempo illustrato” il 18 ottobre 1974) «benché solo ciclostilato a cura di Montedison ho avuto l’occasione di leggere». Del secondo, previsto per l’11 marzo dell’anno prima alla Scuola di cultura cattolica di Vicenza e rinviato all’ultimo momento, Pasolini possedeva il testo originale. Li aveva ricevuti tutti da Elvio Fachinelli, non sappiamo in quale ordine.

Un caso interessante: la Montedison

Nella Vicenza dorotea dell’alleato Mariano Rumor e della South European Task Force presso l’U.S. Army Hearlth Center (qui ha infatti base la 173ª brigata paracadutisti degli Stati Uniti) Cefis avrebbe inteso affrontare per la prima volta pubblicamente i problemi di Montedison e quelli della fragile e provinciale industria chimica italiana in crisi: stabilimenti sottodimensionati inadatti alla competizione internazionale, scelte strategiche non sempre azzeccate, modesta cultura industriale. Insomma, un capitalismo feudale o peggio parassitario, che sprecherebbe risorse senza creare lavoro. Sono giudizi taglienti, da leader politico, e «forse è proprio per questo», scrivono Scalfari e Turani, «che la conferenza nel corso della quale doveva pronunciarli, rinviata all’ultimo momento, non fu mai tenuta».
Dopo una dura sintesi storica nutrita da considerazioni personali, in quel testo il decisionista Cefis passa alle conseguenze sociali della modernizzazione, foriera della disoccupazione e di conseguenti maggiori pubblici esborsi in Cassa integrazione guadagni. Nel concludere, non manca di invocare più autonomia per il management Montedison – ovvero per se stesso, senza troppo indugiare sulle indicazioni programmatiche del Governo – al fine di ricondurre l’orientamento produttivo aziendale, dice, al chimico e al tessile (la chimica di base all’Eni, quella derivata e secondaria, ben più redditizia, a Montedison), mantenendosi tuttavia nel settore farmaceutico con la Carlo Erba e Farmitalia (acquisite nel 1993 dal gruppo svedese Pharmacia), nella grande distribuzione con la Standa (ceduta nel 1988 a Fininvest) e nel settore alimentare con la Alimont, ceduta nel 1974 alla Sme, gruppo in parte pubblico (Iri) in parte privato (Bastogi).
Invoca altresì la cessione dei settori non più strategici, la chiusura di altri stabilimenti (da lui chiamati «punti di crisi») e il licenziamento del personale che fosse d’intralcio al nuovo corso (nel 1971 fece molto scalpore sull’“Espresso” l’elenco di una cinquantina di dirigenti impietosamente cacciati da Cefis poco dopo il suo arrivo in Montedison: licenziamenti paragonati a “purghe”), in modo da potersi librare senza zavorra in un mercato dalle dimensioni quanto meno europee. A questo fine, un anno prima Cefis aveva chiesto allo Stato ben 2.447 miliardi in finanziamenti agevolati, presentando un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue” (e, a ricatto, la minaccia di licenziamento per 20.000 operai ritenuti in esubero). L’esatto contrario di quanto venne detto nel 1967 al momento della fusione tra Montecatini ed Edison: «Caro Stato, abbiamo i quattrini, autorizzaci a fare», ora mutato in «dateci i quattrini che sappiamo noi cosa fare»: è insomma quell’economia mista pubblico-privata, incline a privatizzare gli utili e socializzare le perdite. E Cefis lì a coltivare il mito del ritorno dell’utile in bilancio (non era vero, e lo dimostrano Turani e Scalfari in Razza padrona) e il mito di se stesso, usati come accrediti per batter cassa senza limiti al sistema bancario o presso regioni e ministeri, scaricando altresì le aziende “cotte” nel generoso piatto di chi le avrebbe poi “salvate”, sempre a spese dello Stato (ad esempio, le miniere della Monteponi e della Sisma, andate alla Egam dell’intraprendente Mario Einaudi). Cefis arrivò anche a rasentare il falso in bilancio pur di avere leggi favorevoli e altri quattrini. Soldi poi parzialmente investiti in speculazioni di borsa (Giorgio Corsi – il ciambellano di Cefis – era il solerte cerimoniere dell’intricato meccanismo).
Dopo aver scalato Montedison con i soldi pubblici dell’Eni (più di 100 miliardi); dopo aver trasferito da Eni a Montedison la remunerativa chimica secondaria e poi traslocato lui stesso, ora il neo-presidente punterebbe a privatizzarla poiché ritiene la chimica l’affare del (suo) futuro, nuova frontiera destinata a rinverdire la funzione dell’auto nell’economia nazionale.
In quello stesso testo-manifesto, non letto, Cefis ribadiva «irrilevante» l’influenza di Montedison sui mezzi d’informazione, che sarebbe «di certo molto più modesta di quella dei nostri interlocutori, anche perché non possediamo né giornali né agenzie di stampa» (si ricordi che la Società italiana resine di Nino Rovelli – il terzo incomodo tra Eni e Montedison, con base in Sardegna – riteneva non senza motivo sovrastimate le richieste economiche di Cefis al Governo e lo attaccava dai giornali che possedeva nell’isola). A questo presunto limite strategico presto porrà rimedio, arrivando a controllare buona parte della stampa italiana (fra gli altri, il milanese “Corriere della Sera”, i romani “Messaggero” e “Tempo”, e il settimanale “Tempo illustrato”, senza tralasciare un contributo finanziario al nascente “Giornale nuovo” dell’amico Indro Montanelli), garantendosi così uno smisurato potere personale. Tutto questo a spese di Montedison: ben 90 miliardi delle vecchie lire, in ampia parte provenienti da fondi neri. Inutile sottolineare che l’acquisto di giornali non sarebbe tra le mission del gruppo, di cui la chimica pare ormai «soltanto un pretesto» (Turani).
Cefis sa bene che le sue ambizioni richiedono una efficace organizzazione del consenso e solidi rapporti politici: «aveva capito già da molti anni che la via per il potere passava proprio attraverso rapporti scorrevoli con chi teneva in mano le chiavi della politica e, al tempo stesso, le chiavi della finanza pubblica».

L’industria chimica e i problemi dello sviluppo

Il suo discorso al Centro Alti Studi per la Difesa di Roma verte invece sui guasti di una «irrazionale» industrializzazione, lesiva per l’ambiente e concentrata nel Nordovest del Paese che, marginalizzando l’agricoltura (un mercato internazionale «di determinante importanza» per Montedison, poiché l’azienda vi era schierata in tutta la filiera, dai concimi chimici all’imballaggio), ha ingenerato sottosviluppo socialmente pericoloso invece di ordinato sviluppo e benessere. Solo «un’economia capace di affrontare i problemi della fame e della povertà» planetaria coniugata a «risolutivi interventi antinquinamento» e alle fonti alternative sarebbe foriera di un «benessere autentico».
Economia capace o rapace? «Passarono gli uni e gli altri su quella ricchezza come uno stuolo di cavallette si abbatte su un campo di grano. Alla fine non ne sono rimaste che spighe vuote», si legge in Razza padrona, libro del 1974 eppure profetico, tanto pare attuale: «Della crisi che stiamo attraversando […] generale è l’ammissione che la causa delle cause sia l’ingrossarsi dell’esercito improduttivo e gli effetti che la sua presenza ha provocato». La sovvenzione di imprese politicamente sostenute è «simile alla droga e chi si abitua a conviver con essa per qualche tempo difficilmente poi l’abbandona». Un male oscuro e antico, da ascrivere «all’assenza d’una classe dirigente che esprima di sé un’immagine costruttiva e su essa attragga l’emulazione e l’imitazione degli altri componenti della società».
Già prima il capitalismo italiano faticava a manifestarsi, camuffato, dice Francesco Alberoni, nel precapitalistico e corporativo patrimonialismo di ceto. Il sociologo allude alla grande occasione industriale persa dall’Italia negli anni Sessanta con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che aveva reso indennizzi per 1.500 miliardi di lire ai cinque gruppi che prima la gestivano (Sade in Veneto e parte dell’Emilia; Edison in Lombardia, Liguria e parte dell’Emilia; Sip in Piemonte; Centrale in Toscana, Lazio e Sardegna; Sme nelle regioni meridionali). Altro che produzione, altro che lavoro duraturo! se si escludono 400 milioni nella disponibilità dell’Iri e 300 di Montedison, quei soldi vennero gettati in speculazioni borsistiche e immobiliari. Anche di peggio poiché questi vetero-capitalisti senza cultura imprenditoriale «misero in moto o aggravarono una serie di elementi negativi di carattere industriale, finanziario o politico, che contribuirono potentemente alla degenerazione del sistema» il sistema misto pubblico-privato delle partecipazioni statali, là dove «il ceto politico e quello economico si sono ormai confusi fino a formare un tutto organico, dove la primazia apparente spetta al politico, ma quella effettiva viene esercitata dal potere economico».
Non fosse per la conclusione a favore del nucleare, l’intervento romano del presidente di Montedison parrebbe la teorizzazione della futuribile Green Economy, l’avveniristico sguardo di un manager curioso e dalle larghe vedute. Ma questo è Cefis, il presunto capo occulto della P2 intenta a seminare bombe e terrore.
La visione filantropica di entrambi i discorsi stride poi con quanto ormai sappiamo dell’uso a fini personali delle aziende di Stato a lui affidate e sugli interessi privati che il presidente di Montedison (controllata Eni, e dunque in ampia parte pubblica) già negli anni della presidenza all’azienda petrolifera di Stato ha coltivato tramite prestanome e società di comodo: quel brulicante affresco sapientemente illustrato da Giorgio Steimetz nel suo introvabile Questo è Cefis, e che Pasolini si accinge a trasferire con ben altro possibile impatto in Petrolio. Ma se di Questo è Cefis sparisce il libro, di Petrolio sparirà l’autore.
Pasolini disegna un romanzo di 2.000 pagine, diviso in due parti «in modo perfettamente simmetrico ed esplicito». E a dividere le due parti dovevano essere proprio i discorsi di Cefis, inseriti integralmente nel testo.
Ecco dunque un ulteriore “capitolo mancante” in Petrolio, proprio come Lampi sull’Eni. Ma se del discusso Appunto 21 si sono perse le tracce, le conferenze del presidente di Eni e Montedison sono tra le sue carte al Gabinetto Viesseux di Firenze. È lui stesso il 16 ottobre 1974 a scrivere come e dove usarle:

Inserire i discorsi di Cefis: i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico ed esplicito.

Eppure nell’edizione postuma di Petrolio non ci sono. Peccato, perché essi avrebbero sin da subito chiarito molte cose di questo romanzo, che lo stesso autore definisce opera «magmatica, sproporzionata, abnorme», rendendolo per l’appunto «esplicito». Motivo per cui le pubblichiamo qui.

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5 Risposte to “L’altra faccia dell’onorato Paese”

  1. Brugnoli Augusto Says:

    I tumori che divorano la società sono sempre gli stessi dell’epoca fascista: massoneria plutocrazia e mafia, nel dopoguerra le Brigate Rosse combattevano contro i poteri corrotti ( sindacato e magistratura ), nelle basi Nato vedevano lo strumento di potere coloniale delle multinazionali del “grande Satana”, l’America, patria della dittatura finto-democratica-massonica. Proviamo a contare i morti provocati dal colonialismo americano in tutte le epoche e troveremo il vero sterminatore della razza umana.

  2. Roberto Vernero Says:

    sono rimasto quantomeno “sconcertato” dalle analogie che riscontro tra i contenuti del discorso di Cefis intitolato “La mia patria si chiama multinazionale” ed un corso dal titolo “Licenziamento collettivo e diritto dell’unione europea” organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura [http://pubblico.sferabit.com/fileUpload/201604/20160428102459108045348324.pdf].
    Se ne parla in un articolo recentemente pubblicato su Micromega online.
    Lo propongo dunque a Giovanni Giovannetti ed ai lettori di Sconfinamento fornendo sia il link che facendo un semplice copia & incolla.
    Spero che Giovanni ritenga utile ed interessante l’argomento e magari decida di confrontarsi con il sig. Tambasco per sottoporgli la sua recente opera in cui pubblica appunto i discorsi pubblici di Cefis che Pasolini intendeva inserire al centro del suo romanzo PETROLIO.

    <> di Domenico Tambasco
    [http://temi.repubblica.it/micromega-online/in-nome-del-popolo-o-dei-mercati-internazionali/]

    Campeggia nei corridoi della sezione lavoro del Tribunale di Milano, da alcuni giorni, un singolare manifesto di promozione di un corso dal titolo “Licenziamento collettivo e diritto dell’unione europea”, che attira l’attenzione per il contenuto del testo di presentazione dell’incontro.

    Per l’ignota mano che ha vergato la locandina “le riforme del lavoro varate negli ultimi tre anni incidono profondamente sulla regolamentazione del mercato del lavoro italiano. Alla base delle riforme sembra di intravedere un vero e proprio cambio di paradigma. La cultura del novecento concepiva il diritto del lavoro come un ordinamento giuridico volto a soddisfare il bisogno di tutela del lavoratore ed a riequilibrare i rapporti di forza tra “capitale e lavoro”.

    A questa considerazione preliminare, fa seguito un giudizio tranciante: “Quest’impianto ha mostrato, nel tempo, di non essere in grado di rappresentare la complessità del mondo del lavoro ed offrire strumenti di inclusione per quelle fasce, sempre piu’ ampie, di lavoratori privi di diritti.

    In particolare, l’esigenza di attrarre investimenti stranieri e, al contempo, convincere le aziende a non delocalizzare verso mercati del lavoro piu’ convenienti richiede, certamente, forti dosi di flessibilità.

    Ecco dunque la soluzione del problema: “Le riforme del lavoro in Italia (dalla legge Fornero al c.d. Jobs Act), in questo contesto, hanno introdotto un sistema, complesso, introducendo numerosi elementi di flessibilità (sia in entrata che in uscita dal rapporto di lavoro) ed un mix di politiche attive a sostegno di chi ha perso il lavoro. Il contraltare a questo massiccio sistema di flessibilità è (almeno nelle intenzioni del legislatore) l’incentivo al contratto di lavoro a tempo indeterminato accompagnato dall’estensione delle forme di sostegno al reddito”.

    Non manca, infine, il riferimento al “ruolo del sindacato (nel mutato contesto normativo)” e “alle nuove frontiere della contrattazione collettiva (soprattutto aziendale)”.

    Sono elencati, nel breve spazio di poche righe, tutti i “luoghi comuni” dell’unica “ideologia rimasta dopo la fine delle ideologie”[1] asetticamente applicati al mondo del lavoro (ora diventato “mercato”) in questo vero e proprio manifesto neoliberista: la tutela del lavoro come ferrovecchio novecentesco, “l’esigenza di attrarre investimenti stranieri” come valore primario, la flessicurezza quale obbiettivo della legislazione del lavoro, la Legge Fornero ed il Jobs Act come attuazione di questo nuovo fine legislativo, l’opportunità di un “nuovo ruolo” del sindacato, la centralità della contrattazione aziendale a scapito della contrattazione collettiva.

    Nessuna sorpresa se si trattasse del manifesto di presentazione di un incontro organizzato dall’Associazione degli Industriali o dalla Mont Pelerin Society; ciò che sconcerta, in questo caso, è che si tratta di un incontro di formazione dei magistrati, organizzato direttamente dalla “Scuola Superiore della Magistratura”[2].

    Ecco servita l’ultima esemplificazione del modo in cui la dottrina neoliberista, negli ultimi trent’anni ed alla “fine della storia”, ha conquistato la completa, gramsciana “egemonia culturale”: la produzione di migliaia di saggi, articoli, convegni che hanno permesso ai rinnovati dogmi del libero mercato e del laissez faire di insinuarsi silenziosamente nelle accademie, nei governi[3] e, da ultimo, in ampi strati della magistratura del lavoro.

    E’ l’abile creazione, per riprendere le splendide parole del compianto Luciano Gallino, dell’ “intellettuale collettivo” sortito dalle fondamenta della Mont Pelerin Society; è il ribaltamento dei pilastri repubblicani con la sostituzione, quale fondamento della democrazia, dei mercati in luogo del lavoro, così come auspicato alcuni anni orsono nel noto report della banca d’affari Morgan in cui si censurava, tra i diversi vizi di una costituzione definita “socialista”, proprio la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.

    Non pare un caso, dunque, se in sempre piu’ numerose pronunce della giurisprudenza viene spesso richiamata la “libertà di iniziativa economica privata” tutelata dall’art. 41 della Costituzione per giustificare l’insindacabilità giudiziaria nel merito perfino delle operazioni imprenditoriali più improbabili foriere di dubbi licenziamenti economici o che, addirittura, si giustifichi il licenziamento del lavoratore per eccessiva morbilità anche durante il periodo di conservazione del posto di lavoro[4].

    In tale inquietante contesto, l’inopportuna presentazione dell’incontro della Scuola Superiore della Magistratura stimola una domanda più preoccupata che provocatoria: la nuova generazione di magistrati del lavoro giudicherà in nome del popolo italiano o dei mercati internazionali?

    NOTE

    [1] Da L. Gallino, Come (e perché) uscire dall’euro ma non dall’Unione Europea, Milano-Bari, Laterza, 2016.

    [2] Incontro del 18 maggio 2016, organizzato presso il Palazzo di Giustizia di Milano dalla Scuola Superiore della Magistratura, struttura territoriale di formazione decentrata del distretto di Milano.

    [3] L. Gallino, La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo, La Repubblica, 27 luglio 2015.

    [4] Cassazione 4 settembre 2014, n. 18678.

    (19 maggio 2016)

    • Roberto Vernero Says:

      tanto per restare in tema:
      “Nel nome di J. P. Morgan. Le ragioni economiche della controriforma costituzionale”
      di Guglielmo Forges Davanzati (2 giugno 2016)

      [http://temi.repubblica.it/micromega-online/nel-nome-di-j-p-morgan-le-ragioni-economiche-della-controriforma-costituzionale/]

      Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato[1]. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.

      Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P.Morgan, una delle Istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale[2]. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella Istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da “non essere invisa alle banche centrali”[3].

      La propaganda governativa non richiama l’ammonimento di J.P. Morgan, non fa riferimento al ‘socialismo costituzionale’ italiano, preferendo concentrarsi essenzialmente su due aspetti.

      1. La riforma costituzionale si rende necessaria per ridurre i costi della politica.

      2. La riforma costituzionale si rende necessaria per accelerare i tempi di decisione.

      Il primo argomento appare suscettibile di una immediata critica, che riguarda il fatto che, se davvero si intende ridurre i “costi della politica”, non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta. Peraltro, come è stato osservato, la previsione per la quale i senatori non percepiranno indennità in quanto senatori (il che, ci viene detto, è un risparmio) è combinata con la previsione che le medesime indennità i senatori le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi[4]. Ciò al netto del fatto che – ed è bene ricordarlo – la remunerazione accordata a chi svolge attività politica ha il suo fondamento nella possibilità data ai meno abbienti di assumere incarichi. E’ evidente che nella situazione attuale questi emolumenti hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi, ma è altrettanto evidente che la politica ha un costo; riforma o meno.

      Vi è di più, considerando che sebbene elevati in termini assoluti questi costi appaiono assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico. E che serve semmai a generare avanzi di bilancio. E tuttavia, nel confronto con la media europea, ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove.

      Il secondo argomento, apparentemente inoppugnabile (chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?), è maggiormente rilevante giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche. La Costituzione che si intende ridisegnare è, a ben vedere, una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero, finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. Questo sembra il punto essenziale sul quale si gioca questa partita. In un contesto che si definisce di globalizzazione, effettivamente ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita di merci: la c.d. time-based competition che diventa competizione fra Stati anche sulla rapidità delle scelte politiche. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica, per così dire, efficientista: logica che, tuttavia, è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali. Ciò che conta è l’efficienza dei processi decisionali, come si legge nei documenti preparatori della riforma redatti da questo Governo (peraltro, del tutto in linea con i governi che lo hanno preceduto).

      Vi è anche da rilevare che il tema della qualità delle istituzioni è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi compiuti prevalentemente da economisti (si pensi, innanzitutto, alla c.d. analisi economica del
      diritto). Si tratta di studi che, applicando l’assunto della scelta razionale ai problemi di decisione politica e di disegno delle istituzioni, giungono fondamentalmente alla conclusione che è ottimale quel disegno delle istituzioni (costituzioni comprese) che istituisce un meccanismo di incentivo/disincentivo tale da rendere possibile la massimizzazione del benessere sociale[5].

      In un certo senso, è questa la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio).

      Ma qui, il punto ulteriore in discussione riguarda il nesso che viene a istituirsi fra ‘governabilità’ ed efficienza, dal momento che non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema. In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la ‘governabilità’, quest’ultima produca benessere per tutti.

      A ben vedere, sussistono ottime ragioni per ritenere che il decisore politico è “catturato” da gruppi di interesse e che, ponendo la questione in questi termini, il solo risultato ragionevolmente prevedibile a seguito della riforma costituzionale può configurarsi sotto forma di maggiore governabilità a beneficio dei gruppi di interesse che il Governo difende[6]. E, almeno in questa fase storica, non sono certo né i lavoratori dipendenti, né i pensionati, né le piccole imprese. Va chiarito, a riguardo, che esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita economica risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito. Ma si tratta di una letteratura marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la ‘lotta di classe dall’alto’.

      In questo senso, il referendum ha una notevole implicazione economica, giacché pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente.

      NOTE

      [1] Si veda, fra gli altri, per il fronte del NO: Zagrebelsky, Il mio no per evitare una democrazia svuotata, Micromega-on line, maggio 2016. Si rinvia anche a G.Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Bari, Laterza, 2016. Per le ragioni del SI si rinvia, fra gli altri, a Salvatore Curreri, Le critiche che la riforma costituzionale non merita: http://www.huffingtonpost.it/salvatore-curreri/riforma-costituzionale-critiche-giuseppe-gargani_b_10201920.html.

      [2] J. P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfay there, “European Economic Research”, 28 marzo 2013. Per un commento a questo articolo, si veda: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/19/ricetta-jp-morgan-per-uneuropa-integrata-liberarsi-delle-costituzioni-antifasciste/630787/.

      [3] H. Radice, Reshaping fiscal policies in Europe, “The Bullet”, febbraio 2013.

      [4] D. Gallo, Le ragioni del NO all’arretramento costituzionale, Micromega on-line, 31 maggio 2016.

      [5] V., fra gli altri, R.A Posner, The economic analysis of law, Harvard, Harvard University Press, 1999.

      [6] Sul tema, si rinvia, fra gli altri a P. Burnham, New Labour and the politics of depoliticization, “British Journal of Politics and International Relations” 3/2, 2001, pp. 127-149, che sottolinea la sostanziale impossibilità di coniugare le nuove modalità di regolazione del capitalismo con la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta nel Novecento.

    • Roberto Vernero Says:

      penso di aver trovato qualche altro tassello che compone il mosaico preconizzato da Cefis nei suoi discorsi ripresi da Pasolini:

      Nel nome di J. P. Morgan. Le ragioni economiche della controriforma costituzionale
      di Guglielmo Forges Davanzati
      [ http://temi.repubblica.it/micromega-online/nel-nome-di-j-p-morgan-le-ragioni-economiche-della-controriforma-costituzionale/ ]

      Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato[1]. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.

      Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P.Morgan, una delle Istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale[2]. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella Istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da “non essere invisa alle banche centrali”[3].

      La propaganda governativa non richiama l’ammonimento di J.P. Morgan, non fa riferimento al ‘socialismo costituzionale’ italiano, preferendo concentrarsi essenzialmente su due aspetti.

      1. La riforma costituzionale si rende necessaria per ridurre i costi della politica.

      2. La riforma costituzionale si rende necessaria per accelerare i tempi di decisione.

      Il primo argomento appare suscettibile di una immediata critica, che riguarda il fatto che, se davvero si intende ridurre i “costi della politica”, non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta. Peraltro, come è stato osservato, la previsione per la quale i senatori non percepiranno indennità in quanto senatori (il che, ci viene detto, è un risparmio) è combinata con la previsione che le medesime indennità i senatori le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi[4]. Ciò al netto del fatto che – ed è bene ricordarlo – la remunerazione accordata a chi svolge attività politica ha il suo fondamento nella possibilità data ai meno abbienti di assumere incarichi. E’ evidente che nella situazione attuale questi emolumenti hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi, ma è altrettanto evidente che la politica ha un costo; riforma o meno.

      Vi è di più, considerando che sebbene elevati in termini assoluti questi costi appaiono assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico. E che serve semmai a generare avanzi di bilancio. E tuttavia, nel confronto con la media europea, ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove.

      Il secondo argomento, apparentemente inoppugnabile (chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?), è maggiormente rilevante giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche. La Costituzione che si intende ridisegnare è, a ben vedere, una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero, finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. Questo sembra il punto essenziale sul quale si gioca questa partita. In un contesto che si definisce di globalizzazione, effettivamente ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita di merci: la c.d. time-based competition che diventa competizione fra Stati anche sulla rapidità delle scelte politiche. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica, per così dire, efficientista: logica che, tuttavia, è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali. Ciò che conta è l’efficienza dei processi decisionali, come si legge nei documenti preparatori della riforma redatti da questo Governo (peraltro, del tutto in linea con i governi che lo hanno preceduto).

      Vi è anche da rilevare che il tema della qualità delle istituzioni è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi compiuti prevalentemente da economisti (si pensi, innanzitutto, alla c.d. analisi economica del
      diritto). Si tratta di studi che, applicando l’assunto della scelta razionale ai problemi di decisione politica e di disegno delle istituzioni, giungono fondamentalmente alla conclusione che è ottimale quel disegno delle istituzioni (costituzioni comprese) che istituisce un meccanismo di incentivo/disincentivo tale da rendere possibile la massimizzazione del benessere sociale[5].

      In un certo senso, è questa la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio).

      Ma qui, il punto ulteriore in discussione riguarda il nesso che viene a istituirsi fra ‘governabilità’ ed efficienza, dal momento che non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema. In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la ‘governabilità’, quest’ultima produca benessere per tutti.

      A ben vedere, sussistono ottime ragioni per ritenere che il decisore politico è “catturato” da gruppi di interesse e che, ponendo la questione in questi termini, il solo risultato ragionevolmente prevedibile a seguito della riforma costituzionale può configurarsi sotto forma di maggiore governabilità a beneficio dei gruppi di interesse che il Governo difende[6]. E, almeno in questa fase storica, non sono certo né i lavoratori dipendenti, né i pensionati, né le piccole imprese. Va chiarito, a riguardo, che esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita economica risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito. Ma si tratta di una letteratura marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la ‘lotta di classe dall’alto’.

      In questo senso, il referendum ha una notevole implicazione economica, giacché pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente.

      NOTE

      [1] Si veda, fra gli altri, per il fronte del NO: Zagrebelsky, Il mio no per evitare una democrazia svuotata, Micromega-on line, maggio 2016. Si rinvia anche a G.Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Bari, Laterza, 2016. Per le ragioni del SI si rinvia, fra gli altri, a Salvatore Curreri, Le critiche che la riforma costituzionale non merita: http://www.huffingtonpost.it/salvatore-curreri/riforma-costituzionale-critiche-giuseppe-gargani_b_10201920.html.

      [2] J. P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfay there, “European Economic Research”, 28 marzo 2013. Per un commento a questo articolo, si veda: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/19/ricetta-jp-morgan-per-uneuropa-integrata-liberarsi-delle-costituzioni-antifasciste/630787/.

      [3] H. Radice, Reshaping fiscal policies in Europe, “The Bullet”, febbraio 2013.

      [4] D. Gallo, Le ragioni del NO all’arretramento costituzionale, Micromega on-line, 31 maggio 2016.

      [5] V., fra gli altri, R.A Posner, The economic analysis of law, Harvard, Harvard University Press, 1999.

      [6] Sul tema, si rinvia, fra gli altri a P. Burnham, New Labour and the politics of depoliticization, “British Journal of Politics and International Relations” 3/2, 2001, pp. 127-149, che sottolinea la sostanziale impossibilità di coniugare le nuove modalità di regolazione del capitalismo con la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta nel Novecento.

      (2 giugno 2016)

  3. Roberto Vernero Says:

    penso di aver trovato qualche altro tassello che compone il mosaico preconizzato da Cefis nei suoi discorsi ripresi da Pasolini:

    Nel nome di J. P. Morgan. Le ragioni economiche della controriforma costituzionale
    di Guglielmo Forges Davanzati
    [ http://temi.repubblica.it/micromega-online/nel-nome-di-j-p-morgan-le-ragioni-economiche-della-controriforma-costituzionale/ ]

    Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato[1]. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.

    Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P.Morgan, una delle Istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale[2]. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella Istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da “non essere invisa alle banche centrali”[3].

    La propaganda governativa non richiama l’ammonimento di J.P. Morgan, non fa riferimento al ‘socialismo costituzionale’ italiano, preferendo concentrarsi essenzialmente su due aspetti.

    1. La riforma costituzionale si rende necessaria per ridurre i costi della politica.

    2. La riforma costituzionale si rende necessaria per accelerare i tempi di decisione.

    Il primo argomento appare suscettibile di una immediata critica, che riguarda il fatto che, se davvero si intende ridurre i “costi della politica”, non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta. Peraltro, come è stato osservato, la previsione per la quale i senatori non percepiranno indennità in quanto senatori (il che, ci viene detto, è un risparmio) è combinata con la previsione che le medesime indennità i senatori le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi[4]. Ciò al netto del fatto che – ed è bene ricordarlo – la remunerazione accordata a chi svolge attività politica ha il suo fondamento nella possibilità data ai meno abbienti di assumere incarichi. E’ evidente che nella situazione attuale questi emolumenti hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi, ma è altrettanto evidente che la politica ha un costo; riforma o meno.

    Vi è di più, considerando che sebbene elevati in termini assoluti questi costi appaiono assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico. E che serve semmai a generare avanzi di bilancio. E tuttavia, nel confronto con la media europea, ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove.

    Il secondo argomento, apparentemente inoppugnabile (chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?), è maggiormente rilevante giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche. La Costituzione che si intende ridisegnare è, a ben vedere, una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero, finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. Questo sembra il punto essenziale sul quale si gioca questa partita. In un contesto che si definisce di globalizzazione, effettivamente ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita di merci: la c.d. time-based competition che diventa competizione fra Stati anche sulla rapidità delle scelte politiche. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica, per così dire, efficientista: logica che, tuttavia, è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali. Ciò che conta è l’efficienza dei processi decisionali, come si legge nei documenti preparatori della riforma redatti da questo Governo (peraltro, del tutto in linea con i governi che lo hanno preceduto).

    Vi è anche da rilevare che il tema della qualità delle istituzioni è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi compiuti prevalentemente da economisti (si pensi, innanzitutto, alla c.d. analisi economica del
    diritto). Si tratta di studi che, applicando l’assunto della scelta razionale ai problemi di decisione politica e di disegno delle istituzioni, giungono fondamentalmente alla conclusione che è ottimale quel disegno delle istituzioni (costituzioni comprese) che istituisce un meccanismo di incentivo/disincentivo tale da rendere possibile la massimizzazione del benessere sociale[5].

    In un certo senso, è questa la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio).

    Ma qui, il punto ulteriore in discussione riguarda il nesso che viene a istituirsi fra ‘governabilità’ ed efficienza, dal momento che non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema. In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la ‘governabilità’, quest’ultima produca benessere per tutti.

    A ben vedere, sussistono ottime ragioni per ritenere che il decisore politico è “catturato” da gruppi di interesse e che, ponendo la questione in questi termini, il solo risultato ragionevolmente prevedibile a seguito della riforma costituzionale può configurarsi sotto forma di maggiore governabilità a beneficio dei gruppi di interesse che il Governo difende[6]. E, almeno in questa fase storica, non sono certo né i lavoratori dipendenti, né i pensionati, né le piccole imprese. Va chiarito, a riguardo, che esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita economica risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito. Ma si tratta di una letteratura marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la ‘lotta di classe dall’alto’.

    In questo senso, il referendum ha una notevole implicazione economica, giacché pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente.

    NOTE

    [1] Si veda, fra gli altri, per il fronte del NO: Zagrebelsky, Il mio no per evitare una democrazia svuotata, Micromega-on line, maggio 2016. Si rinvia anche a G.Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Bari, Laterza, 2016. Per le ragioni del SI si rinvia, fra gli altri, a Salvatore Curreri, Le critiche che la riforma costituzionale non merita: http://www.huffingtonpost.it/salvatore-curreri/riforma-costituzionale-critiche-giuseppe-gargani_b_10201920.html.

    [2] J. P. Morgan, The Euro area adjustment: about halfay there, “European Economic Research”, 28 marzo 2013. Per un commento a questo articolo, si veda: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/19/ricetta-jp-morgan-per-uneuropa-integrata-liberarsi-delle-costituzioni-antifasciste/630787/.

    [3] H. Radice, Reshaping fiscal policies in Europe, “The Bullet”, febbraio 2013.

    [4] D. Gallo, Le ragioni del NO all’arretramento costituzionale, Micromega on-line, 31 maggio 2016.

    [5] V., fra gli altri, R.A Posner, The economic analysis of law, Harvard, Harvard University Press, 1999.

    [6] Sul tema, si rinvia, fra gli altri a P. Burnham, New Labour and the politics of depoliticization, “British Journal of Politics and International Relations” 3/2, 2001, pp. 127-149, che sottolinea la sostanziale impossibilità di coniugare le nuove modalità di regolazione del capitalismo con la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta nel Novecento.

    (2 giugno 2016)

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