Amori e guerra

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Dialogando con Mino Milani
di Luisa Voltan

In attesa dei prossimi incontri, proponiamo un’intervista all’autore del racconto Due soldati, edito da effigie nella collana il Regisole.

Il protagonista di Due soldati, il giovane Marco, vive in un mondo assolutamente diverso dal mondo in cui sono i ragazzini di adesso: vedono la guerra in tv, a loro sembra un videogioco, giocano ai videogiochi, e spesso sono giochi di guerra. Come raccontare ai coetanei odierni la guerra di allora?

Quel modo di fare la guerra oggi come oggi è inimmaginabile. In Due soldati lo scenario è quello della guerra con gli eserciti uno di fronte all’altro, in trincea o in campo aperto. E i giovani lettori di oggi possono immaginare la Grande guerra attraverso lo sguardo di Marco, le sue sensazioni, il modo di essere di un loro coetaneo di cent’anni fa. La guerra è facile da raccontare, così sembra, certo è difficile da spiegare.

Per i volontari della Grande guerra le motivazioni fondamentali sono il coraggio e gli ideali?

Nella mia vita ho parlato con centinaia di soldati, e loro mi hanno parlato principalmente di senso del dovere. Capisco che adesso possa rendere stupefatti, specialmente i giovani che non ne hanno più; e penso che possa scocciare molto i non più giovani, l’idea del dovere, il “bisogna andare in guerra, non ci piace, ma si va”.
Malgrado tutte le polemiche, una volta in guerra solo un’esigua minoranza scappava, poiché gli italiani non sono vigliacchi, la maggioranza non lo è. E a quel tempo lo era ancora meno. C’era lo Stato che adesso non c’è più, ci abbiamo rinunciato.
E l’eroismo non è stata la molla, nemmeno per persone che poi si sono trovate nella condizione di fare l’eroe; non erano andati là per fare gli eroi. Certo c’è anche chi è scappato, chi si è arreso al primo colpo, chi ha fatto di tutto per non andare; però la stragrande maggioranza andava, anche i contadini che non avevan voglia di fare la guerra – giustamente, nessuno ha voglia di fare la guerra, né la prima né la seconda, intendiamoci – però l’hanno fatta. E se non l’avessero fatta, l’avremmo persa.

Cosa ti raccontava tuo padre, il tenente degli Alpini Carlo Milani?

Mi parlava soprattutto di una grande sofferenza, che certe volte lo umiliava. Una volta avevano fatto un attacco nella neve, avevano preso una trincea austriaca – e si commuoveva nel raccontarlo – e sono rimasti stupefatti, si son guardati in faccia smarriti, quando scoprirono che gli austriaci avevano il pasto caldo: loro nella neve mangiavano solo roba fredda. Ecco, queste cose così elementari non l’hanno mai lasciato. E poi la morte dei compagni. Non mi aveva mai parlato del combattimento, anche se lui ha preso parte al più feroce combattimento cui sian mai stati chiamati gli Alpini, che è quello della battaglia dell’Ortigara.

Se non delle battaglie, di quali episodi ti rendeva conto?

Mi ha raccontato, una volta, una delle sue esperienze più tragiche. Dopo un assalto respinto, s’erano ritirati sotto il fuoco degli Austriaci. Per ripararsi dalla sparatoria lui si era buttato dietro a una pietra, ed era andato a finire addosso a un soldato che stava marcendo, o era addirittura già marcio.
E dice …sai sono cose che… però sapere che se ti muovi muori, e dover star fermo in quelle condizioni è una cosa orribile. E allora cosa fai in questi casi? Sei lì, tieni duro, non scappi… Poi mi raccontava degli attacchi, e bisogna tener conto di una cosa: aveva 22 anni, e i 22 anni di allora non erano quelli di oggi. Mio padre raccontava la battaglia dei suoi, che erano ragazzi come lui, magari anche più giovani, che chiedevano …cosa facciamo tenente? E le sue risposte: Facciamo la guerra… State giù… Sparate… State attenti a non farvi ammazzare… Guardate, chi scappa è morto. Insomma, faceva fronte al suo dovere di comandare un pugno di ragazzi. E lui li comandava, lui era convinto della guerra, lo diceva.

Come vorresti venisse raccontata la Grande guerra dai libri di storia?

In Italia, la storiografia militare è sempre stata mortificata. C’è chi lo fa raccontando la “sua” guerra, e sono cose importantissime. Per esempio, Paolo Caccia Dominioni racconta El Alamein come non l’ha mai raccontato nessuno; e Carlo Salsa racconta la Grande guerra nella fase più triste, più squallida, più feroce.
Poi ci sono quelli che fanno storiografia semplicemente in polemica, contro il sistema, contro la guerra, e da lì che vengon fuori gli italiani pavidi, tutti pronti a scappare.
Solo di recente, finalmente, si è venuta presentando una diversa storiografia: in alcuni libri di guerra, che sono quasi tutti scritti da inglesi, che sono i più preparati, è tornata anche la poesia. A un certo punto, un autore che fa riflessioni rigorosissime dal punto di vista storico, ti dice che la tal posizione tedesca è stata attaccata, a Gallipoli piuttosto che sul fronte occidentale, dal tal battaglione, dal tal reggimento, che ha avuto tante perdite, ha fatto questa manovra piuttosto che quest’altra, eccetera. Te la spiega bene, ti dice quanti feriti, e poi ti dice l’emozione e ti mette la poesia di un soldato che l’ha combattuta.
Tu dimmi in quale libro italiano di storia militare – pur avendo noi a disposizione le poesie di un Ungaretti o un Montale – siano mai comparse poesie. Noi italiani non lo sappiamo fare.

Cosa hai voluto mettere in questo nuovo racconto sulla Grande guerra?

Mi son detto: voglio fare un libro che crei nel lettore qualche pensiero in più sulla Grande guerra, di chi la voleva, di chi l’ha accettata, di chi non la voleva, di chi aveva il coraggio di farla, di chi non ce l’ha avuto; delle donne che vedevano i mariti e i morosi andare in guerra, dell’incontro con la morte. Un ragazzo di 19 anni che improvvisamente incontra la morte, quella morte, violenta, non ne viene fuori come se niente fosse. Non è il veterano che ne ha visti morire diecimila e dice …va be’ insomma, si sa che in guerra si muore. Ho cercato di dare queste sensazioni.

Mi dai una motivazione su tutte per leggere Due soldati?

Come in tutti i libri che faccio, tento di mettere l’uomo al centro del racconto. L’uomo di fronte all’avventura, di fronte all’amore e in questo caso di fronte alla guerra. Cento anni fa c’è stata la guerra mondiale. Lasciamo perdere le motivazioni politiche, guardiamo all’uomo. Non guardiamo ai generali, non guardiamo ai politici che la guerra la dichiarano, io insisto su questo. Attenzione non confondiamo il soldato con la guerra, perché la guerra, come diceva quel tale, è la continuazione della politica con mezzi diversi. Altro è quel poveraccio che deve andare, deve lasciare la famiglia, la morosa magari i figli e andare a combattere e lasciarci la pelle. C’è una bella differenza tra le due cose. Due soldati è una storia che riguarda il soldato e chi sta dietro, la moglie, la morosa, l’amico.

Per chi hai scritto questo libro?

Per chi la combatte la guerra è un fatto personale, però va sempre considerata nel suo insieme. Quando tu parli di una guerra, devi prima di tutto vedere chi l’ha vinta e chi l’ha persa. Gli italiani questa guerra l’hanno vinta, se ne parla con un certo orgoglio. In questo libro ho voluto narrare la storia del giovane Marco che va in guerra e vince. Non per niente ho scelto un ragazzo. Anche se non è necessario che nei libri per ragazzi il protagonista sia un ragazzo. Tommy River, che ha segnato la mia fortuna, è un adulto. Altri romanzi, come quelli di Salgari, non avevano protagonisti i ragazzi. Del resto, i protagonisti della vita dei ragazzi sono quasi sempre gli adulti: i genitori o gli zii, l’attore o il grande campione, non sono insomma ragazzi come loro.
Qui casualmente è un ragazzo, è qui solamente perché poi va in guerra. Fosse stato uno che poi s’imboscava non ne avrei scritto la storia.

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