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Sono rimasto quantomeno sconcertato dalle analogie che riscontro tra i contenuti del discorso dell’ex presidente di Eni e Montedison Eugenio Cefis intitolato La mia patria si chiama multinazionale ed un corso dal titolo Licenziamento collettivo e diritto dell’unione europea organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura.
 Se ne parla in un articolo recentemente pubblicato su Micromega online. 
Lo propongo dunque a Giovanni Giovannetti ed ai lettori di Sconfinamento, sperando che Giovanni ritenga utile ed interessante l’argomento e magari decida di confrontarsi con il sig. Tambasco per sottoporgli la sua recente opera in cui pubblica appunto i discorsi pubblici di Cefis che Pasolini intendeva inserire al centro del suo romanzo Petrolio. (Roberto Vernero)

In nome del popolo o dei mercati internazionali di Domenico Tambasco

Campeggia nei corridoi della sezione lavoro del Tribunale di Milano, da alcuni giorni, un singolare manifesto di promozione di un corso dal titolo Licenziamento collettivo e diritto dell’unione europea, che attira l’attenzione per il contenuto del testo di presentazione dell’incontro.
Per l’ignota mano che ha vergato la locandina «le riforme del lavoro varate negli ultimi tre anni incidono profondamente sulla regolamentazione del mercato del lavoro italiano. Alla base delle riforme sembra di intravedere un vero e proprio cambio di paradigma. La cultura del novecento concepiva il diritto del lavoro come un ordinamento giuridico volto a soddisfare il bisogno di tutela del lavoratore ed a riequilibrare i rapporti di forza tra capitale e lavoro».
A questa considerazione preliminare, fa seguito un giudizio tranciante: «Quest’impianto ha mostrato, nel tempo, di non essere in grado di rappresentare la complessità del mondo del lavoro ed offrire strumenti di inclusione per quelle fasce, sempre più ampie, di lavoratori privi di diritti.
In particolare, l’esigenza di attrarre investimenti stranieri e, al contempo, convincere le aziende a non delocalizzare verso mercati del lavoro più convenienti richiede, certamente, forti dosi di flessibilità.
Ecco dunque la soluzione del problema: «Le riforme del lavoro in Italia (dalla legge Fornero al c.d. Jobs Act), in questo contesto, hanno introdotto un sistema, complesso, introducendo numerosi elementi di flessibilità (sia in entrata che in uscita dal rapporto di lavoro) ed un mix di politiche attive a sostegno di chi ha perso il lavoro. Il contraltare a questo massiccio sistema di flessibilità è (almeno nelle intenzioni del legislatore) l’incentivo al contratto di lavoro a tempo indeterminato accompagnato dall’estensione delle forme di sostegno al reddito».
Non manca, infine, il riferimento al «ruolo del sindacato (nel mutato contesto normativo)» e «alle nuove frontiere della contrattazione collettiva (soprattutto aziendale)».
Sono elencati, nel breve spazio di poche righe, tutti i «luoghi comuni» dell’unica «ideologia rimasta dopo la fine delle ideologie» asetticamente applicati al mondo del lavoro (ora diventato “mercato”) in questo vero e proprio manifesto neoliberista: la tutela del lavoro come ferrovecchio novecentesco, «l’esigenza di attrarre investimenti stranieri» come valore primario, la flessicurezza quale obbiettivo della legislazione del lavoro, la Legge Fornero ed il Jobs Act come attuazione di questo nuovo fine legislativo, l’opportunità di un «nuovo ruolo» del sindacato, la centralità della contrattazione aziendale a scapito della contrattazione collettiva.
Nessuna sorpresa se si trattasse del manifesto di presentazione di un incontro organizzato dall’Associazione degli Industriali o dalla Mont Pelerin Society; ciò che sconcerta, in questo caso, è che si tratta di un incontro di formazione dei magistrati, organizzato direttamente dalla Scuola Superiore della Magistratura.
Ecco servita l’ultima esemplificazione del modo in cui la dottrina neoliberista, negli ultimi trent’anni ed alla fine della storia», ha conquistato la completa, gramsciana «egemonia culturale»: la produzione di migliaia di saggi, articoli, convegni che hanno permesso ai rinnovati dogmi del libero mercato e del laissez faire di insinuarsi silenziosamente nelle accademie, nei governi e, da ultimo, in ampi strati della magistratura del lavoro.
È l’abile creazione, per riprendere le splendide parole del compianto Luciano Gallino, dell’“intellettuale collettivo” sortito dalle fondamenta della Mont Pelerin Society; è il ribaltamento dei pilastri repubblicani con la sostituzione, quale fondamento della democrazia, dei mercati in luogo del lavoro, così come auspicato alcuni anni orsono nel noto report della banca d’affari Morgan in cui si censurava, tra i diversi vizi di una costituzione definita “socialista”, proprio la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.
Non pare un caso, dunque, se in sempre più numerose pronunce della giurisprudenza viene spesso richiamata la “libertà di iniziativa economica privata” tutelata dall’art. 41 della Costituzione per giustificare l’insindacabilità giudiziaria nel merito perfino delle operazioni imprenditoriali più improbabili foriere di dubbi licenziamenti economici o che, addirittura, si giustifichi il licenziamento del lavoratore per eccessiva morbilità anche durante il periodo di conservazione del posto di lavoro.
In tale inquietante contesto, l’inopportuna presentazione dell’incontro della Scuola Superiore della Magistratura stimola una domanda più preoccupata che provocatoria: la nuova generazione di magistrati del lavoro giudicherà in nome del popolo italiano o dei mercati internazionali?

Si legga allora anche quest’altro articolo, di Guglielmo Forges Davanzati, sempre da Micromega online

Nel nome di J. P. Morgan. Le ragioni economiche della controriforma costituzionale di Guglielmo Forges Davanzati

Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.
Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P.Morgan, una delle Istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella Istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da “non essere invisa alle banche centrali”.
La propaganda governativa non richiama l’ammonimento di J.P. Morgan, non fa riferimento al ‘socialismo costituzionale’ italiano, preferendo concentrarsi essenzialmente su due aspetti.
1. La riforma costituzionale si rende necessaria per ridurre i costi della politica.
2. La riforma costituzionale si rende necessaria per accelerare i tempi di decisione.
Il primo argomento appare suscettibile di una immediata critica, che riguarda il fatto che, se davvero si intende ridurre i “costi della politica”, non si capisce per quale ragione non farlo – in modo estremamente più semplice – attraverso l’attuazione delle numerosissime proposte di riduzione degli stipendi e degli emolumenti di chi ci rappresenta. Peraltro, come è stato osservato, la previsione per la quale i senatori non percepiranno indennità in quanto senatori (il che, ci viene detto, è un risparmio) è combinata con la previsione che le medesime indennità i senatori le percepiranno dalle istituzioni da cui sono espressi. Ciò al netto del fatto che – ed è bene ricordarlo – la remunerazione accordata a chi svolge attività politica ha il suo fondamento nella possibilità data ai meno abbienti di assumere incarichi. È evidente che nella situazione attuale questi emolumenti hanno assunto dimensioni la cui legittimazione è oggettivamente difficile da darsi, ma è altrettanto evidente che la politica ha un costo; riforma o meno.
Vi è di più, considerando che sebbene elevati in termini assoluti questi costi appaiono assolutamente marginali rispetto ai costi che i cittadini italiani (in particolare, i lavoratori dipendenti e le piccole imprese) sostengono per una tassazione che serve solo in misura marginale a pagare il ceto politico. E che serve semmai a generare avanzi di bilancio. E tuttavia, nel confronto con la media europea, ci troviamo di fronte al paradosso per il quale siamo maggiormente tassati per pagare più di altri una classe politica che, nella sua espressione governativa, ci somministra dosi di austerità fiscale (riduzioni di spesa combinate con aumenti della pressione fiscale) superiori a quanto accade altrove.
Il secondo argomento, apparentemente inoppugnabile (chi vorrebbe maggiore lentezza delle decisioni?), è maggiormente rilevante giacché attiene ai rapporti fra dimensione economica e sfera delle decisioni politiche. La Costituzione che si intende ridisegnare è, a ben vedere, una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero, finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. Questo sembra il punto essenziale sul quale si gioca questa partita. In un contesto che si definisce di globalizzazione, effettivamente ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita di merci: la c.d. time-based competition che diventa competizione fra Stati anche sulla rapidità delle scelte politiche. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica, per così dire, efficientista: logica che, tuttavia, è in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali. Ciò che conta è l’efficienza dei processi decisionali, come si legge nei documenti preparatori della riforma redatti da questo Governo (peraltro, del tutto in linea con i governi che lo hanno preceduto).
Vi è anche da rilevare che il tema della qualità delle istituzioni è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi compiuti prevalentemente da economisti (si pensi, innanzitutto, alla c.d. analisi economica del
diritto). Si tratta di studi che, applicando l’assunto della scelta razionale ai problemi di decisione politica e di disegno delle istituzioni, giungono fondamentalmente alla conclusione che è ottimale quel disegno delle istituzioni (costituzioni comprese) che istituisce un meccanismo di incentivo/disincentivo tale da rendere possibile la massimizzazione del benessere sociale.
In un certo senso, è questa la base teorica della riforma che si intende attuare: il passaggio, niente affatto neutrale, da un modello costituzionale pensato per la tutela dei diritti sociali, attraverso un incisivo intervento pubblico in economia, a un modello costituzionale pensato in una logica di perseguimento di obiettivi di efficienza economica, da perseguire mediante il minimo intervento pubblico in economia (si pensi, a riguardo, alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio).
Ma qui, il punto ulteriore in discussione riguarda il nesso che viene a istituirsi fra ‘governabilità’ ed efficienza, dal momento che non è affatto scontato che una maggiore rapidità dei tempi della decisione politica implichi un aumento dell’efficienza di sistema. In altri termini, appare discutibile l’idea che, se anche il superamento di una Costituzione basata sulla tutela di diritti sociali si renda necessario per garantire la ‘governabilità’, quest’ultima produca benessere per tutti.
A ben vedere, sussistono ottime ragioni per ritenere che il decisore politico è “catturato” da gruppi di interesse e che, ponendo la questione in questi termini, il solo risultato ragionevolmente prevedibile a seguito della riforma costituzionale può configurarsi sotto forma di maggiore governabilità a beneficio dei gruppi di interesse che il Governo difende. E, almeno in questa fase storica, non sono certo né i lavoratori dipendenti, né i pensionati, né le piccole imprese. Va chiarito, a riguardo, che esiste un’ampia letteratura economica che mostra come un fondamentale presupposto per la crescita economica risieda esattamente nella tutela dei diritti sociali e, a questi connessi, a una più equa distribuzione del reddito. Ma si tratta di una letteratura marginalizzata dal pensiero dominante e palesemente non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato semmai su crescenti diseguaglianze distributive e su quella che Luciano Gallino, nei suoi ultimi scritti, definiva la ‘lotta di classe dall’alto’.
In questo senso, il referendum ha una notevole implicazione economica, giacché pone in evidenza il fondamentale discrimine fra una visione della carta costituzionale come strumento di tutela delle fasce deboli della popolazione e una visione della stessa come dispositivo finalizzato alla governabilità per l’efficienza, laddove quest’ultima passa attraverso il superamento del modello di democrazia economica delineato nella Costituzione attualmente vigente.

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