Rottamatti

by

Pavia era al centro del cosiddetto triangolo industriale (Milano, Genova, Torino). Salutati 15 mila e più operai, chiuse le fabbriche, amministrazioni di destra e di sinistra le hanno ridotte a ruderi, salvo poi delegarne la «riqualificazione» alla speculazione fondiaria, commerciale o residenziale che fosse, chiudendo o provando a chiudere anche un occhio se non due sulle onerose bonifiche.
Nelle principali città europee – da Zurigo a Torino, da Monaco di Baviera ad Atene – il recupero di queste aree ha suggerito inedite soluzioni urbanistiche e quindi sociali. Non a Pavia, che dunque è tra le poche città a non aver coltivato la sua memoria postindustriale.
Il profilo di questo nudo paesaggio ci è ora proposto da Marcella Milani in Urbex Pavia, mostra fotografica al palazzo Broletto (e mai come in queste splendide immagini il “brutto” conquista caratura estetica). Della mostra scrive Giorgio Boatti oggi, domenica 26 giugno, sulla “Provincia Pavese”: «il commiato» dalle aree industriali dismesse «non significa rottamarle nella dimenticanza ma trovare loro quell’adeguato e rinnovato destino che, a Pavia, pur nel succedersi dei decenni e delle giunte, non si è stati ancora capaci di intravedere». Come non convenirne. Ma forse è troppo tardi. (G. G.)

Urbex Pavia. Il passato mai dismesso di Giorgio Boatti

In città l’aria è immobile, ferma per la calura. Ma lì, dentro il cortile del vecchio Broletto, accade l’imprevisto. Il vento che ha preso pigramente l’abbrivio lassù, in alto nel cielo, dopo aver fatto qualche giro attorno alla cupola del Duomo, acquista velocità, scende ad accarezzare la cima del vecchio tiglio che sta nel cortile di quello che era il Palazzo Comunale. Chissà se il vecchio albero era già lì quando si decise di traslocare. Era il 1875 e il Municipio si lasciò alle spalle i mattoni rossi, gli archi di terracotta e le vecchie colonne di pietra del Broletto per approdare al rococò di Palazzo Mezzabarba dove il consiglio comunale fu accomodato nel salone da ballo. Altri tempi, lontanissimi. La città stava vivendo per la prima volta la meraviglia di avere, la sera, le strade illuminate in modo decente grazie un modernissimo impianto – l’Officina del Gas situata vicino al Confluente – che, distillando gas dal carbone, dava luce ai lampioni. Ma le novità erano tante. I treni, per esempio: prima il collegamento con Milano, poi con Genova e il suo porto. La città non era più l’avamposto militar-spionistico del Lombardo-Veneto a ridosso dello Stato Sabaudo e, con la pace e l’unificazione, sorgevano attività e fabbriche, a ridosso del centro. Ad esempio la Hartman & Guarnieri, sulla strada per San Lanfranco, che lavorava garza e cotone per medicazioni. E le fonderie: la prima Necchi delle lavorazioni della ghisa, per esempio. Anche l’università, l’unica allora in Lombardia, alzava la posta: Cesare Lombroso lavorava a Ca’ Maina, così si chiamava la prima clinica neurologica pavese collocata a Palazzo del Maino, in via Mentana. Ma il suo successore, Casimiro Mondino, riuscì a far costruire un nuovo edificio, in via Palestro, che poi gli fu intitolato. Se vi interessa il tema del mutamento di una città, e il sovrapporsi e l’intrecciarsi dei suoi diversi destini così come può essere raccontato dagli edifici che vi nascono, crescono e poi decadono, avete un appuntamento obbligato: da non mancare. Dovete andare, entro il 17 luglio, al Broletto. Oltrepassate il cortile dove, a dispetto dell’afa cittadina, soffia una brezzolina scompigliante. Entrate nella sala che ospita la mostra Urbex Pavia. Viaggio fotografico nelle aree dismesse realizzata da Marcella Milani. Nelle sue foto tutti i luoghi che ho citato ci sono, e altri ancora. Sono centocinquanta fotografie, selezionate su parecchie migliaia, che Marcella Milani ha realizzato lavorando, per anni e in condizioni tutt’altro che facili, per raccontare la città che c’era e che, apparentemente, solo perché non cade più direttamente sotto i nostri occhi, non c’è più. Mentre, in realtà, l’abbiamo solo dimenticata. Dove un tempo lavoravano, studiavano, transitavano ogni giorno migliaia di persone ora c’è la desolazione delle macerie e del vuoto. Dove si curava, si produceva, si erogavano servizi essenziali adesso ci sono rovine, relitti di un passato che è andato via in silenzio lasciandosi dietro macchinari arrugginiti, vetri rotti, viali che le erbe e gli alberi contendono ai muri e ai tetti sbrecciati. Sono le “aree dismesse” – 16 per la precisione – che compongono la preziosa ricognizione fatta da Marcella Milani dentro la storia della città. Marcella è una bravissima fotografa, non c’è dubbio. Ma è anche un’artista che induce a riflettere, a vedere ciò che si guarda. Ogni immagine che scatta è un racconto essenziale, secco, capace di portare a quel mosaico complesso e vitale e in continuazione evoluzione che è il tessuto di una città. Per costruire il nuovo – ce lo hanno insegnato le generazioni passate – bisogna prima saper salutare adeguatamente il vecchio che se ne va. Dunque anche le aree dismesse che ci lasciamo alle spalle. Però il commiato non significa rottamarle nella dimenticanza ma trovare loro quell’adeguato e rinnovato destino che, a Pavia, pur nel succedersi dei decenni e delle giunte, non si è stati ancora capaci di intravedere. Ogni foto di Urbex Pavia è un commiato a ciglia asciutte ma, al tempo stesso, è una domanda ferma ed esigente. Un interrogativo, posto al futuro e a chi ha la responsabilità di costruirlo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: