Lo sguardo censurato

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“Il Piccolo” di Trieste, che ringraziamo, propone questa bella intervista di Alessandro Mezzena Lona a Carla Benedetti sul nostro Frocio e basta.

Petrolio di Pasolini, lo sguardo censurato sull’Italia dei misteri
di Alessandro Mezzena Lona

Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti ripercorrono la vicenda del romanzo nel saggio Frocio e basta

I nomi, Pier Paolo Pasolini li sapeva. Le prove le stava raccogliendo. Per scrivere un libro dirompente: Petrolio. Duemila pagine che avrebbero raccontato all’Italia, al mondo, le trame oscure del Potere, la verità sul delitto di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, e del giornalista Mauro De Mauro, l’avvento di un regime dominato dalla finanza e dalle multinazionali. Ma quel romanzo, il poeta di Casarsa non è riuscito a finirlo. La sua vita si è spezzata nel brutale pestaggio della notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia.
E se la morte di Pasolini è stata archiviata, tra bugie, silenzi e depistaggi, come quella di un corruttore di minorenni omosessuale, ciò che è rimasto di Petrolio non ha avuto miglior fortuna. Anzi, il libro che avrebbe dovuto inchiodare Eugenio Cefis, presidente dell’Eni prima e della Montedison poi, gran burattinaio nell’Italia delle stragi, sospettato di essere il vero capo della potente loggia massonica P2, è stato archiviato in fretta come un guazzabuglio di sconcezze. Come raccontano Carla Benedetti, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Pisa, e lo scrittore Giovanni Giovannetti nella nuova edizione del saggio Frocio e basta pubblicato da Effigie (pagg. 460, euro 20). Per la prima volta vengono pubblicati tre inquietanti documenti del Cefis pensiero che Pasolini voleva inserire in Petrolio. Ma che, in realtà, sono spariti sia dall’edizione del 1992, sia da quelle successive del 2005 e del 2015.
«Molti critici hanno tentato di liquidare Petrolio come un libro che parla solo di sesso – spiega Carla Benedetti, che ha firmato libri importanti come Pasolini contro Calvino, Disumane lettere, Oracoli che sbagliano -. La maggioranza dei giornali sosteneva che la famiglia dello scrittore avrebbe dovuto impedire la pubblicazione. Perché Pasolini non era riuscito a finirlo. Secondo Maria Corti sarebbe stato meglio metterlo in appendice alla sua opera omnia».

Lo avevano letto davvero?

«Sicuramente c’è stato un problema. “L’Espresso” decise di anticipare uno stralcio del libro, cioè l’Appunto 55 Il pratone della Casilina, che arriva dopo un buon quarto del libro. Un passaggio particolare perché racconta una fellatio multipla con venti giovani nerboruti. Una scelta a dir poco discutibile».

Perché?

«Nello Ajello sulla “Repubblica” arrivò a definirlo “un immenso repertorio di sconcezze d’autore”. Ci si poteva aspettare, disse, un libro del genere da uno “che è morto nella maniera a tutti nota”. Giuseppe Bonura su “Avvenire” lo descriveva come “una mastodontica nuvola di inchiostro stesa sopra una una voragine di congetture prive di fondo e fondamento”. Il vero contenuto del libro venne occultato».

C’era già stato lo scandalo di Salò o le 120 giornate di Sodoma

«E proprio a quello si aggrapparono. Dissero che Petrolio era un’accelerazione delle pulsioni sadomaso-omosessuali di Pasolini. Edoardo Sanguineti lo definì “un documento, non un’opera letteraria”».

Strano tutto questo astio?

«Tutta la vicenda editoriale è molto strana. A partire dal fatto che Petrolio sia stato pubblicato 17 anni dopo l’omicidio. Per di più mutilo. E non alludo soltanto al famoso capitolo Lampi sull’Eni, che nel 2010 è tornato alla ribalta nell’ambiguo episodio con il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che sosteneva di averlo ritrovato. Dal momento che era stato sottratto dalle carte di Pasolini dopo la sua morte».

Ma la famiglia ha negato quel furto…

«Quello è un altro mistero. Guido Mazzon, la cui nonna materna era sorella della madre di Pier Paolo, Susanna Colussi, ha raccontato di una telefonata dalla cugina Graziella Chiarcossi. In cui gli raccontava che nel 1975, dopo la morte del poeta, erano entrati in casa misteriosi visitatori sottraendo gioielli e carte di Pasolini. La Chiarcossi non ha mai confermato questa versione».

Da Petrolio sono sparite pagine?

«Pasolini progettava di inserire nel libro tre discorsi di Eugenio Cefis. Li voleva mettere tra la prima e la seconda parte di Petrolio, in modo che il lettore potesse capire il suo progetto di smascherare i maneggi di quell’influente personaggio. Li teneva nella cartella del romanzo, ma non sono mai stati pubblicati».

Lo avete fatto voi…

«Solo così si può capire Petrolio. Pasolini vedeva in Cefis il simbolo della mutazione avvenuta nel Potere. E la sua convinzione, dirompente, scompaginava le idee a molti intellettuali e uomini della Sinistra, che facevano fatica a capirlo».

Uno di quei discorsi, in particolare, lo aveva sconvolto?

Quello intitolato La mia patria si chiama multinazionale. Un discorso shock. Pasolini diceva che se la tv avesse diffuso l’intervento tenuto da Cefis all’Accademia militare di Modena nel 1972, l’Italia avrebbe capito».

Cioè?

«Pasolini era convinto che fosse stato Cefis il mandante dell’omicidio di Enrico Mattei, presidente dell’Eni. Proviamo a immaginare se, invece di uscire nel 1992, il romanzo fosse arrivato in libreria negli anni Settanta».

Avrebbe terremotato l’Italia?

«In quegli anni non si parlava di multinazionali. Parole così comparivano soltanto nei volantini delle Brigate Rosse. Pensiamo soltanto alla forza del pensiero di Zygmunt Bauman quando, nel 2012, ha messo in guardia sui pericoli della globalizzazione, dello strapotere delle banche, della criminalità che si fa Stato. Quella mutazione antropologica della classe dirigente, Pasolini l’aveva capita quarant’anni prima, Osservando Cefis, la sua scalata all’Eni e poi alla Montedison. Il nuovo potere finanziario era pronto a uccidere per realizzare il proprio disegno: non dimentichiamo che, dopo il delitto Mattei, c’era stata la sparizione e morte del giornalista Mauro De Mauro. Che lavorava a “L’Ora” di Palermo e si dice avesse raccolto elementi importanti proprio sull’attentato a Mattei».

Non basta…

«In Petrolio si parla molto delle stragi in Italia, rimaste avvolte nel mistero. La P2, il terrorismo rosso e nero, poi, ancora oggi sono temi sfuggenti. E Cefis era con tutta probabilità il vero capo della potente loggia massonica».

Perché, allora, liquidare così Petrolio?

«Difficile dire per quale ragione è successo. Certo è che la posizione di Pasolini all’interno della cultura italiana era controversa. Lo vedevano come una figura indigesta, uno straniero. C’era una grande antipatia nei suoi confronti. Questo spiega perché anche gli amici, come Franco Fortini, non si sono posti il problema di andare a vedere che cosa c’era veramente nel libro».

Alla fine Cefis è sparito dalla scena…

«Era stato molto abile nel mettere insieme un enorme patrimonio privato all’ombra del capitale pubblico. Pasolini lo racconta nell’Appunto 22 di Petrolio, L’impero di Troya. Dove descrive nei minimi dettagli tutti i meccanismi per la moltiplicazione dei capitali, la frammentazione delle imprese, il fiorire di prestanome. Però Cefis era anche un uomo abituato a restare nascosto. Soffriva della paranoia di apparire. Alla fine è sparito forse perché il gioco si era fatto troppo pericoloso. E lui non si sentiva più tanto sicuro di restare impunito».

La morte di Pasolini resterà per sempre un mistero?

«Le ultime indagini hanno rivelato le tracce di cinque profili genetici sugli abiti di Pasolini. Come dire che c’era tanta gente oltre a Pelosi. Del resto, diverse testimonianze, rimaste inascoltate al tempo dell’omicidio, parlavano della presenza di più persone all’Idroscalo. Nonostante ciò, i giudici hanno chiesto ancora una volta l’archiviazione. Possiamo sperare solo nella commissione parlamentare per superare tutte le bugie, i depistaggi».

Altrimenti resterà la morte di un frocio e basta?

«La versione ufficiale è quella. Perseguitato quand’era vivo, Pasolini è stato condannato a morire come uno sporco corruttore omosessuale che rimorchia ragazzini. E che viene giustamente ammazzato da un minorenne mentre cerca di violentarlo. Una morte infamante».

O una morte sacrificale?

«Giuseppe Zigaina, ma non solo lui, ha cercato di trovare la correità della vittima con l’assassino. Come se fosse stato Pasolini a pensare, volere, organizzare il suo omicidio. E nessuno parla più del fatto che il suo assassino, Pino Pelosi, lo conosceva da tempo. All’Idroscalo, il poeta era andato non per un desiderio carnale, ma per incontrare chi aveva rubato le pizze del suo film Salò. Voleva farsele restituire. Ma era solo una trappola».

(“Il Piccolo” di Trieste, 27 giugno 2016)

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