Pasolini come Mattarella

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Leggo su “Repubblica” un articolo di Attilio Bolzoni sulla fine del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella – fratello dell’attuale capo dello Stato – ammazzato trentasei anni fa a Palermo da sicari tuttora ignoti. A quanto sembra ci sarebbero rilevanti elementi nuovi, tali da prefigurare la riapertura dell’inchiesta. Torna cioè a farsi largo la pista – all’epoca perseguita da Giovanni Falcone – che porta dritto dritto al misto tra criminalità comune, servizi deviati ed eversione nera di stampo romano, gli stessi “ambienti” che, pochi anni prima, si erano resi protagonisti dell’eliminazione fisica di Pier Paolo Pasolini. Ne ho scritto in Frocio e basta; di seguito la pagina su Mattarella (G. G.)

[…] A tutto questo e altro, si può aggiungere lo scambio di favori tra Mafia siciliana e criminalità nera per ammazzare, a Palermo il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella: i mandanti erano mafiosi e di Stato, ma nel killer «dagli occhi di ghiaccio» la moglie testimone riconobbe Giusva Fioravanti (Nar, Gladio, poi condannato all’ergastolo per la bomba alla stazione di Bologna); un mercimonio preso molto seriamente da Giovanni Falcone, poco prima di saltare in aria a Capaci il 23 maggio 1992. Ai giudici che indagavano sulla strage alla stazione di Bologna, Angelo Izzo (terrorista nero, autore del massacro del Circeo) riferirì che sia Fioravanti che Pier Luigi Concutelli gli «dissero che erano stati la Mafia e gli ambienti imprenditoriali legati alla Massoneria nonché esponenti della destra democristiana avversa a quella di Mattarella» e cioè i proconsoli siculi di Andreotti (uno in particolare: l’“uomo d’onore” nonché “gladiatore” Vito Ciancimino) «ad aver voluto la morte di Mattarella». E si erano fidati di Fioravanti «poiché vi era stata la garanzia della sua persona direttamente dagli ambienti della Magliana di Roma».
In cambio dell’assassinio di Piersanti Mattarella, la Mafia avrebbe aiutato i “neri” nel far evadere Pier Luigi Concutelli dal carcere palermitano dell’Ucciardone. In quei giorni Fioravanti era in Sicilia, a quanto sembra in compagnia dei camerati Gilberto Cavallini e Massimo Carminati (il futuro boss di Mafia capitale).
Se ne ricava l’ovvio assunto che non tutti i “delitti di Mafia” di quegli anni sono da ascrivere alla sola Mafia. Le stesse morti di Falcone e di Piero Borsellino vedranno i servizi segreti entrare «nel cono d’ombra delle indagini» (Imposimato).
Falcone stava indagando anche su servizi segreti e appalti dell’Alta velocità. Scrive Ferdinando Imposimato: «Un agente del Sismi, Paolo Dinucci, carabiniere in servizio presso l’ambasciata d’Italia in Bulgaria, mi disse inoltre di aver appreso a Sofia una notizia proveniente da Roma: l’intelligence italiana aveva partecipato all’uccisione di Falcone e Borsellino. I due avevano toccato interessi economici enormi, non mi disse quali».
Il mafioso Antonino Buscemi riferì allarmato Angelo Siino, “proconsole” di Totò Riina, che «Falcone aveva capito che, dietro le quotazioni in borsa del gruppo Ferruzzi, c’è effettivamente Cosa nostra». La Calcestruzzi spa, società della costellazione Ferruzzi di Raul Gardini, era nella sostanza controllata da Cosa nostra, offrendo copertura «alle imprese di Riina nella fornitura della terra, pietrisco, calcestruzzo impegnati nella costruzione dell’Alta velocità».

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