Il binario morto vivente

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La strage di piazza della Loggia e le “convergenze parallele” delle verità storiche e giudiziarie

di Marco Bonacossa

Sono passati 41 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia. Era il 28 maggio 1974: pochi mesi prima esordiva sula canale televisivo americano ABC la serie “Happy days”, in aprile cadeva con la “Rivoluzione dei garofani” la dittatura militare portoghese e a maggio i sostenitori del divorzio trionfavano con la vittoria del NO nel referendum.

Pochi giorni fa sono state presentate le motivazioni per la condanna all’ergastolo in appello di Carlo Maria Maggi (classe 1934) e Maurizio Tramonte (classe 1941).

Un percorso giudiziario iniziato nel 1979 e che ha visto ben 3 processi, 10 gradi di giudizio e decine di imputati infine assolti. Molti di loro rientrano anche in altre storie processuali legate alle stragi avvenute in Italia nel lustro ’69-’74. Nomi sconosciuti all’opinione pubblica e noti soltanto ai protagonisti di allora e agli studiosi degli Anni di piombo.

Carlo Maria Maggi, medico veneto, era il responsabile della cellula veneziana di Ordine nuovo, insieme a Franco Freda tra i più importanti esponenti veneti del gruppo e iscritto al Movimento Sociale Italiano, che poi lo espulse nei primi anni settanta. Nell’87 è condannato a 12 anni per reato associativo nel processo per la strage di Peteano, nell’88 a 9 anni per ricostituzione del partito fascista. Assolto con sentenza definitiva per la strage di piazza Fontana e per quella alla questura di Milano.

Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” dei Servizi segreti italiani, si è detto meravigliato della sentenza e, senza fare però alcun nome, ha dichiarato che i mandanti e i responsabili della strage sono ancora a piede libero.

Senza addentrarci ora nel ginepraio giudiziario riguardante questa ed altre stragi (è comunque importante farlo per approfondire la materia), ci si trova per l’ennesima volta di fronte all’evidenza di come la verità storica e quella giudiziaria percorrano “convergenze parallele”. Se la verità giudiziaria richiede prove certe ed indiscutibili certificate da perizie tecniche e scientifiche, la verità storica si serve anche di queste ma, soprattutto, di una visione d’insieme che va oltre le rilevazioni peritali e si sostiene su procedimenti logico deduttivi e/o induttivi. Premessa fondamentale è, ovviamente, la conoscenza generale del macro fenomeno storico (nel nostro caso la guerra fredda), per poi approfondire un’area particolare (nel nostro caso l’Europa occidentale sotto l’ombrello della Nato e quindi l’Italia). Infine è fondamentale conoscere la politica americana, condivisa da ampi settori militari e politici italiani, di “salvaguardia” della giovane democrazia tricolore dal pericolo comunista, riassumibile sommariamente con la definizione di “Strategia della tensione”.

Al di là delle singole responsabilità processuali, per Maggi e Tramonte aspettiamo il verdetto in Cassazione, è necessario che chiunque si addentri in queste tematiche, giornalisti in primis, conosca tutto questo e che, nelle università, nelle scuole superiori o negli incontri pubblici, i professori o gli studiosi della materia chiariscano non solo il panorama storico ma il doppio binario della verità, quello storica e quella giudiziaria. Se dovessimo infatti giudicare la Storia e le singole responsabilità individuali basandoci esclusivamente sulle sentenze vedremmo che l’unica strage per la quale sono stati individuati i colpevoli materiali (sono molti i miei personali dubbi su queste condanne) è quella di Bologna del 2 agosto 1980 e che per tutte le altre sono sconosciuti i nomi dei mandanti e degli esecutori. Soltanto proseguendo nella ricerca storica è possibile continuare a percorrere la via della verità camminando su quegli stessi binari che, per interesse o per difficoltà contingenti, qualcuno vuole morti.

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Una Risposta to “Il binario morto vivente”

  1. roger mazzoncini Says:

    Il perchè “qualcuno” abbia fortemente a desiderare che questi binari abbiano tutt’ora ad esser considerati morti, reputo possano rendercelo ben più che palese le oltremodo copiose e consistenti esternazioni – quantomai emblematiche, concrete, illuminanti e ricolme di sostanza – dell’ex magistrato romano Paolo Ferraro; anche e soprattutto all’interno dei più disparati blog di cui va avvalendosi. Veri e propri siti web che vanno minuziosamente descrivendo e contraddistinguendone il personale percorso esistenziale strettamente correlantesi con le sue proprie, le più dirette, le più peculiari e pesantissime esperienze, ben connotantesi per l’eccezionalità delle prerogative che vi sono insite e che ne vanno scaturendo, tanto prepotentemente quanto in maniera estremamente mirata, con tanta criminale ed assassina virulenza para-istituzionale.

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