Ri-costituente

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L’amico senatore Luis Alberto Orellana – favorevole a questa riforma costituzionale – ci inoltra un suo ampio commento ad alcuni passi di quanto, su direfarebaciare, il 3 maggio scorso ha scritto Walter Veltri. Al referendum, Veltri, come il sottoscritto, voterà NO. (G. G.)

Scrive Veltri: «Recentemente è stata definitivamente approvata la riforma Costituzionale, voluta da Renzi, che modifica diversi articoli dell’attuale Carta; tra questi: l’elezione della Camera e del Senato, le funzioni delle Camere, l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elezione dei giudici della Corte Costituzionale, il titolo V della Costituzione che disciplina la competenza dello Stato e delle Regioni, le leggi di iniziativa popolare e il referendum. È opportuno esaminare i singoli aspetti».
COMMENTO: La riforma costituzionale non riguarda la legge elettorale della Camera. Si tratta di una altra legge (il cosiddetto Italicum) e non voteremo su quella legge. Andrebbe aggiunto all’elenco anche la abrogazione del CNEL e tolto quindi la elezione della Camera.

Elezione della Camera dei Deputati

Scrive Veltri: «I componenti resteranno 630. L’elezione avverrà con le modalità previste dalla legge elettorale “Italicum”. Essa dispone che alla lista che ottiene il 40% dei voti viene assegnata la maggioranza assoluta (340 deputati).
Se nessun partito raggiunge questa percentuale andranno al ballottaggio le due liste che hanno ottenuto più voti; non sono previsti apparentamenti con altre liste.
La lista che vince, pur avendo ottenuto soltanto il 25% dei voti al primo turno, si vede assegnata il 54% dei parlamentari».
COMMENTO: La spiegazione è fuorviante. Fa intendere che chi ottiene 25% dei voti al primo turno poi ottiene sicuramente il 54% dei voti. E’ possibile ma non è certo. I primi 2 partiti che vanno al ballottaggio potrebbero avere entrambi oltre il 30%. Non è noto e non è possibile prevederlo.
Inoltre la assegnazione del 54% avviene se vince il ballottaggio. Nella spiegazione non viene detto. La legittimazione del premio di maggioranza nasce proprio dal consenso popolare espresso nel ballottaggio.

Scrive Veltri: «Per avere rappresentanti bisognerà raggiungere il quorum del 3%. L’Italia sarà suddivisa in cento collegi i cui capilista verranno automaticamente eletti mentre gli altri dovrebbero essere eletti in base alle preferenze ricevute. Ma potrebbe non essere così in quanto i capilista, potendosi presentare in dieci collegi, determineranno l’elezione del secondo classificato indipendentemente dei voti di preferenza ricevuti».
COMMENTO: qui la spiegazione è più complessa di quanto prospettato. La lista vincente avrà 340 seggi dei quali 100 saranno assegnati ai capilista. Gli altri 240 saranno eletti con le preferenze. Rispetto al “Porcellum” che prevedeva 0 (zero) preferenze la situazione è quindi diversa. Inoltre una persona può fare il capolista in 10 collegi e quindi, nel caso estremo, se 10 persone facessero i capilista in 100 collegi allora ci sarebbero 10 eletti quali capilista e 330 eletti con le preferenze. Il vero problema avviene coi partiti di minoranza che si divideranno gli altri 290 seggi. Se, come è probabile, questi 290 seggi se li divideranno più partiti e non uno solo allora avremo che questi partiti eleggeranno solo capilista e nessuno con le preferenze. In conclusione, avremo fra 250 e 300 deputati eletti con le preferenze che è decisamente di più rispetto a nessun deputato eletto con le preferenze come è avvenuto con il “Porcellum”.

Scrive Veltri: «Dunque l’Italicum” ripropone gli stessi meccanismi del “Porcellum” già dichiarati incostituzionali dalla Corte Costituzionale».
COMMENTO: Non è vero. Sono leggi elettorali differenti. Come già detto nell’Italicum ci sono le preferenze che nel “Porcellum” non c’erano. Inoltre il premio di maggioranza, presente in entrambe le leggi, funziona in modalità totalmente diverse. Nell’Italicum si assegna alla lista (non coalizione) se supera il 40% al primo turno o, in subordine, chi vince il ballottaggio a due. Nel “Porcellum” si assegnava alla coalizione con più voti. Si tratta di due meccanismi completamente diversi dunque.

Scrive Vetri: «Oltre al “Porcellum” nella storia d’Italia soltanto altre due leggi elettorali avevano previsto il premio di maggioranza. La prima, nel 1924, fu la legge Acerbo (dal nome del deputato che la propose). Questa legge assegnava il premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 25% dei voti. Naturalmente Mussolini vinse in quanto le elezioni si tennero in un clima di violenza».
COMMENTO: qui concordo. Mussolini vinse le elezioni grazie alla violenza e alle intimidazioni.

Scrive Veltri: «Non bisogna mai dimenticare che la Costituzione è il frutto delle guerra Partigiana che ha portato alla Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazi-fascista. È per questo motivo che l’ANPI nazionale si è decisamente schierato contro questa riforma. L’altra legge che prevedeva il premio fu la cosiddetta legge “truffa” del 1953, decisamente avversata dalle sinistre, PSI e PCI, che assegnava il premio di maggioranza alla lista o alla coalizione di liste che avrebbero ottenuto il 50,1%: cioè la maggioranza assoluta. Rispetto all’Italicum, la legge “truffa” era persino più democratica, in quanto allora andava a votare il 90% circa dei cittadini per cui la maggioranza assoluta rappresentava la maggioranza del Paese, mentre oggi i votanti sono il 60% circa, per cui si ottiene il premio di maggioranza pur essendo minoranza nel Paese».
COMMENTO: ribalto la questione e dico che nella storia repubblicana se ci fosse stato l’Italicum si sarebbe andati sempre al ballottaggio PCI-DC con, immagino, alterne vittorie elettorali. Avremmo forse avuto una democrazia migliore in quanto il PCI non sarebbe stato relegato per decenni all’opposizione e ci sarebbe stata una benefica alternanza fra i due grandi partiti popolari. La storia però non si fa coi se e quindi chiudiamo qui ma per il futuro credo si debba ragionare.

Scrive Veltri: «Avendo la maggioranza della Camera l’incarico del Presidente della Repubblica al candidato premier e la fiducia della Camera saranno delle semplici formalità.
L’altra Camera – che mantiene l’attuale denominazione “Senato della Repubblica” – sarà composta da 95 persone: 74 tra i consiglieri e presidenti di regioni e 21 tra i sindaci (uno per ogni regione). Cinque di loro, scelti dal Presidente della Repubblica, resteranno in carica per sette anni, per la durata del mandato, per cui saranno ovviamente collegati al Presidente che li ha nominati con un’attenuazione della autonomia istituzionale. I Senatori conserveranno l’immunità parlamentare. Una legge ordinaria dovrà stabilire come saranno eletti se indirettamente dai consiglieri regionali o direttamente dai cittadini».
COMMENTO: Anche sulla composizione del Senato ci sono imprecisioni. Si tratterà di 100 senatori. Dalla lettura del testo si evince che saranno 95. Invece si tratterà di: 74 consigieri regionali, 21 sindaci (uno per la provincia autonoma di Trento, uno per la provincia autonoma di Bolzano e uno per ognuna delle restanti 19 regioni) e 5 nominati dal Presidente della Repubblica con un mandato della durata massima di 7 anni non necessariamente coincidente con quello del PdR.
La legge ordinaria citata servirà a definire con quale modalità verranno scelti i futuri senatori fra i consiglieri regionali e, citando testualmente, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Questa importantissima frase imporrà che sia tenuto conto della volontà popolare nel scegliere i consiglieri regionali.

Funzioni delle Camere

Scrive Veltri: «Spetta esclusivamente alla Camera dei deputati dare la fiducia al Governo, oltre ad esercitare la funzione di indirizzo politico e quella di controllo del Governo.
Al Senato della Repubblica è delegata la rappresentanza delle istituzioni locali, provvedendo a raccordare lo Stato agli altri enti costitutivi della Repubblica I senatori verificheranno l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori.
Il potere legislativo spetta alla Camera mentre il Senato oltre a concorrere all’approvazione delle leggi soltanto nelle materie previste dalla Costituzione può intervenire nelle materie di competenza della Camera. Infatti ogni disegno di legge approvato dalla Camera è trasmesso immediatamente al Senato il quale, su richiesta di un terzo dei componenti, può disporre di esaminarlo. Se vengono avanzate delle proposte di modifica la Camera si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato non chieda di esaminare il provvedimento, la legge viene promulgata.
Questo balletto tra Camera e Senato deve avvenire nei termini, alquanto brevi, previsti dalla riforma per cui diventa difficile immaginare che il Senato avrà voce in capitolo considerato che i Senatori, essendo consiglieri regionali o Presidenti di Regioni e Sindaci, dedicheranno quasi la totalità del tempo all’attività politica nei rispettivi territori che li dovrà eleggere mentre a Roma svolgeranno qualche formalità.
Cessa dunque il “Bicameralismo perfetto”, indicato come il responsabile della lentezze nell’approvazione delle leggi ed uno dei motivi per giustificare la riforma».
COMMENTO: Non capisco dove sia la critica. Da una parte l’esame da parte del Senato del testo approvato dalla Camera viene definito “balletto tra Camera e Senato” mentre successivamente viene rimpianto il “Bicameralismo perfetto” che è proprio l’esame da parte del Senato del testo approvato dalla Camera e viceversa. Insomma sembra di capire che se la cosiddetta “navette” della legge la si propone nella Riforma Costituzionale è “un balletto” mentre se la si trova nella attuale Costituzione è cosa buona e giusta.

Scrive Veltri: «Questa motivazione è una grandissima mistificazione. Oggi in Italia, nessuno conosce il reale numero delle leggi o degli atti aventi forza di legge, le fonti più accreditate stimano in circa 50.000 le leggi attualmente in vigore, mentre in Gran Bretagna sono 3.000, la Germania ne conta 5.500 e la Francia 7.000. Il vero problema del nostro Paese è la qualità delle leggi che debbono essere comprensibili da tutti i cittadini e che non si prestino a diverse interpretazioni, e non la quantità delle leggi».
COMMENTO: Concordo che abbiamo troppe leggi. Il “Bicameralismo perfetto” con l’esame di ogni proposta di legge in Commissione, poi in Aula di un ramo del Parlamento e poi ancora in Commissione e poi in Aula dell’altro del ramo del Parlamento e poi, molto spesso, ancora in Commissione e poi ancora in Aula non ha aiutato a quanto sembra nella quantità (troppe) delle leggi né la qualità (poco comprensibili). Esaminare, in media, una legge 6 volte (3 in Commissione e 3 in Aula) e votare conseguentemente per 6 volte gli emendamenti non mi sembra che ne migliori la qualità né ne riduca la quantità. Mi sembra solo uno spreco di tempo e risorse.
Sembra più sensato esaminare un testo in Commissione, votare gli emendamenti e poi portare il testo in Aula della Camera per un ulteriore esame con voto di emendamenti. Arrivare così all’approvazione di questo testo lasciando al Senato solo la possibilità per un rapido controllo (se lo ritiene) del testo approvato dalla Camera. Questo è quanto prevede la Riforma.

Scrive Veltri: «Con la riforma la Camera perde quasi completamente il potere di iniziativa legislativa, già adesso sta avvenendo, in quanto l’88% delle proposte di legge sono di iniziativa del Governo; a queste vanno sommati i Decreti legge su cui viene posta sistematicamente la fiducia, per cui il Parlamento è completamente esautorato e i Parlamentari di maggioranza sono dei semplici yes-men e ciò avviene nel più assoluto silenzio del Presidente della Repubblica».
COMMENTO: E’ vero che il Parlamento dedica molto del suo tempo ad approvare leggi di iniziativa governativa. Il dato dell’88% penso però vada riferito al totale fra i disegni di legge di iniziativa governativa (poche) e i decreti-leggi (molti). Tuttavia non è vero che il Parlamento sia esautorato in quanto durante l’esame del decreto-legge il Parlamento apporta modifiche spesso anche significative. Le modifiche (detti emendamenti) approvate sono più spesso proposte dai parlamentari di maggioranza che da quelli di opposizione. Questo è ovvio in quanto i parlamentari di maggioranza sono in maggiore sintonia politica col governo rispetto a quelli di opposizione. Non sono quindi dei semplici yes-man.
Per quanto riguarda l’abuso della questione di fiducia per approvare i decreti-legge è un fenomeno spiacevole che però ha una spiegazione. I tempi di conversione in legge di un decreto-legge sono, come noto, 60 giorni. Il Governo decide che un certo decreto-legge inizi l’iter di conversione in un ramo del Parlamento. Supponiamo sia il Senato. In Senato viene assegnato a una Commissione permanente che lo esamina (relazione iniziale del relatore, discussione generale, presentazione degli emendamenti, voto degli emendamenti) e lo passa all’esame dell’Aula dove si ripete lo stesso esame: relazione iniziale del relatore, discussione generale, presentazione degli emendamenti, voto degli emendamenti. Si aggiungono infine la fase delle dichiarazioni di voto dei vari gruppi (ognuno parla per 10 minuti) e il voto finale. Tutto questo iter in un ramo del Parlamento spesso porta via la maggior parte dei 60 giorni disponibili. Quando arriva quindi alla Camera restano magari 3 o 4 giorni prima della scadenza dei 60 giorni. Il Governo allora cosa fa? Piuttosto che far decadere il provvedimento usa la questione di fiducia per una rapida approvazione. Facendo così mette a rischio la esistenza stessa del Governo perché, se per caso, in una questione di fiducia il Governo andasse in minoranza il Primo Ministero si deve recare immediatamente dal Capo dello Stato a rassegnare le dimissioni. Al Senato ogni voto di fiducia è un rischio visti i numeri risicati che ha la maggioranza. Penso quindi che, se potesse, eviterebbe di porre la questione di fiducia almeno al Senato a cui spesso è costretto dalle lungaggini proprio del Bicameralismo.

Scrive Veltri: «La riforma codifica questa situazione: “Il Governo può chiedere alla Camera di deliberare entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di 70 giorni dalla deliberazione”.
Non è più la Camera a decidere autonomamente l’ordine dei lavori ma le viene imposto dal Governo.
Se la riforma entra in vigore la Camera espressione della sovranità popolare perde la centralità legislativa prevista, mentre aumentano in misura abnorme i poteri dell’Esecutivo senza che vengano introdotti i necessari contrappesi.
La Camera oltre a dare la fiducia al Governo e avere la potestà di legiferare ha anche il potere di deliberare lo stato di guerra. La norma prevede infatti che «la Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra». Ammesso che i 630 deputati siano tutti presenti, in soli 316 possono decidere l’entrata in guerra dell’Italia. Quindi la riforma affida alla sola maggioranza il potere di dichiarare guerra».
COMMENTO: Nella Costituzione attualmente in vigore, la deliberazione dello stato di guerra (non la entrata in guerra) avveniva da parte delle Camere in base all’articolo 78 che recita: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Non è definito se le Camere deliberano in seduta comune (presumibilmente si ma non è certo) e con quale maggioranza (quella assoluta? Quella dei presenti? Quella dei votanti?). E’ stato scritto forse volutamente in modo vago considerando che in una drammatica situazione del genere era necessaria flessibilità per poter conferire al Governo i poteri speciali. Considerando che un Governo, attualmente, per poter governare ha bisogno di una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento basta che la maggioranza, anche solo dei presenti, decida di deliberare lo stato di guerra e nessuna minoranza può impedirlo.
Nell’articolo 78 come modificato in questa riforma viene scritto invece: “La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari.” Ora è chiaro che saranno necessari almeno 316 deputati per deliberare lo stato di guerra. Questo qualunque sia il numero dei deputati presenti nella seduta in cui malauguratamente si trovasse la deliberazione dello stato di guerra all’Ordine del Giorno.
In conclusione, la nuova formulazione dell’articolo 78 tutela maggiormente la minoranza rispetto all’attuale formulazione e chiarisce quale tipo di maggioranza dovrà essere necessaria alla Camera per poter deliberare lo stato di guerra.
Come già detto, si tratta della deliberazione dello stato di guerra in quanto la dichiarazione dello stato di guerra è responsabilità del Presidente della Repubblica quale capo del Consiglio Supremo di Difesa. Non è una questione di lana caprina. Mi spiego con un esempio. Se l’Italia fosse invasa da un esercito straniero belligerante il Parlamento delibererebbe lo stato di guerra conferendo poteri speciali al Governo per la difesa della Patria. Sarebbe però compito del Presidente della Repubblica dichiarare lo stato di guerra contro queste potenza straniera per poterla attaccare al di fuori dei confini nazionali. Sono situazioni remote e mi auguro che mai avverranno ma conviene capirne le implicazioni evitando di sostenere che sarebbe il Parlamento “a fare entrare l’Italia in guerra” e questo grazie alla Riforma Costituzionale.

Elezione del Presidente della Repubblica

Scrive Veltri: «L’elezione del Presidente, essendo un organo di garanzia e rappresentante dell’unità della nazione, dovrebbe avvenire con il più ampio consenso del Parlamento, come peraltro previsto dalla Costituzione. Invece con la riforma non è più necessario il contributo anche delle opposizioni ma sono sufficienti i voti della sola maggioranza. La norma prescrive che dal quarto scrutinio è necessaria la maggioranza dei 3/5 dell’assemblea cioè 292 voti mentre dal settimo scrutinio la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Quindi dal settimo scrutino, se vota il 50% dell’assemblea (basteranno 365 presenze per rendere valida la seduta), il Presidente viene eletto con 146 voti i 3/5 dei votanti. Avremo così un Presidente prigioniero della maggioranza e quindi del Governo con tutte le conseguenze che ne possono derivare».
COMMENTO: Qui il calcolo è proprio sbagliato. Ricapitoliamo tutti i passaggi. Nei primi tre scrutini sarà necessario avere 2/3 dei parlamentari ovvero 487 voti. Si tratta invece, dal quarto scrutinio, di 3/5 del Parlamento in seduta comune ovvero 3/5 di 730 parlamentari quindi 438 parlamentari eleggeranno il Presidente della Repubblica. Considerando che la maggioranza alla Camera sarà di 340 parlamentari sarà necessario che ulteriori 98 parlamentari non della maggioranza votino per un certo candidato Presidente della Repubblica. Fin qui nessuna possibilità di scegliere il PdR senza i voti della opposizione.
Dal settimo scrutinio invece basterà i 3/5 dei votanti ovvero dei presenti. E’ ovviamente altamente improbabile che deputati e senatori si assentino al momento del voto per il Presidente della Repubblica ma proviamo a ipotizzare che si presentino al voto solo i parlamentari di maggioranza (quelli di opposizione assenti magari per protesta) quindi 340 parlamentari. Per votare è ovviamente necessario il numero legale della metà più uno degli aventi diritto quindi 366 (730 diviso 2 più uno). Ancora la maggioranza della Camera non basta. Per dirla tutta, è possibile anzi probabile che alcuni senatori siano dello stesso partito di quello di maggioranza e quindi è possibile che venga eletto il PdR con i soli voti della maggioranza. E’ una ipotesi remota che già ora esiste ma mai ce ne siamo accorti o lamentati. Questo però sempre che le opposizioni masochiste lascino il campo libero alla maggioranza. Un ipotetico aventino del tutto improbabile e, ripeto, masochistico.
Ricordo poi che il voto del Presidente della Repubblica è segreto e personale e stiamo ipotizzando che i parlamentari di maggioranza votino compatti un certo candidato. La storia repubblicana ci dice altro.

Elezione della Corte Costituzionale

Scrive Veltri: «Attualmente dei quindici giudici 5 sono nominati dal Presidente della Repubblica, 5 dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative, 5 dal Parlamento in seduta comune. Per potere eleggere i Giudici Costituzionali oggi è necessario un accordo tra maggioranza ed opposizione in Parlamento, come è avvenuto recentemente. Con la riforma, dei 5 componenti di competenza del Parlamento 3 sono eletti dalla Camera e 2 dal Senato. Anche in questo caso i Giudici Costituzionali, che sono i custodi della Costituzione, devono la propria elezione alla sola maggioranza. Manterranno la libertà di giudizio? Inoltre non si riesce a capire la ratio di questa scelta: 630 deputati eleggono tre giudici mentre 100 senatori ne eleggono 2».
COMMENTO: Anche questo calcolo è errato. Non basta la sola maggioranza per eleggere i 5 giudici costituzionali. Andiamo per ordine: nei primi 3 scrutini è necessario avere 2/3 dei deputati nel caso della Camera quindi 420 su 630 (ricordo la maggioranza è di 340). Nel caso del Senato è necessario 2/3 di 100 senatori quindi 67 su 100.
Nei primi 3 scrutini non basta la maggioranza quindi.
Dal quarto scrutinio è necessario avere 3/5 dei deputati alla Camera o 3/5 dei senatori al Senato. Rifacendo i calcoli si tratta di 378 deputati alla Camera e 60 senatori al Senato. Ancora la maggioranza non è autosufficiente per eleggere i 5 giudici della Corte Costituzionale.

Competenze dello Stato e delle Regioni

Scrive Veltri: «La riforma delinea una competenza esclusiva dello Stato e una delle Regioni eliminando la legislazione concorrente, con buona pace per il federalismo».
COMMENTO: Questo è un punto importante e qualificante della riforma. Eliminare le materie di competenza concorrente fra Stato e Regioni eliminerà una serie di contenziosi che ingorgano la attività della Corte Costituzionale. E’ evidente che avere materie che sono sia dello Stato Centrale sia delle Regioni provoca inevitabilmente che entrambi legiferino su queste materie creando sovrapposizioni o scoperture che generano confusione e inefficienze.
È stata inoltre introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia statale”: ai fini della tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica oppure per la tutela dell’interesse nazionale, il Governo può chiedere che la competenza passi allo Stato anche per le materie di esclusiva competenza delle Regioni.
Inoltre è previsto che ad altre Regioni, in presenza di alcuni requisiti, può essere attribuito lo “Statuto speciale”. Invece di toglierlo alle regioni che ne sono provviste ne aumentano il numero.

Leggi di iniziativa popolare

Scrive Veltri: «Viene aumentato da 50.000 a 150.000 il numero di firme necessarie per la presentazione da parte dei cittadini di disegni di legge. Ciò rappresenta un duro colpo a questo strumento di democrazia diretta».
COMMENTO: Ci si dimentica di dire che il Regolamento della Camera prevederà tempi certi per l’esame delle leggi di iniziativa popolare. Ora invece raramente venivano calendarizzate queste leggi.
Va inoltre considerato che il limite delle 50mila firme era stato definito nel dopoguerra quando l’Italia era un paese prevalentemente agricolo con difficoltà di collegamento e con meno di 48 milioni di abitanti. Ora siamo 60 milioni e possiamo comunicare meglio. E’ quindi ragionevole aumentare.

Referendum abrogativo

Scrive Veltri: «Anche in questo caso è modificato l’istituto del referendum abrogativo con l’introduzione di un doppio quorum: se la richiesta è sottoscritta da 500.000 elettori per la validità della consultazione sarà necessaria la maggioranza degli aventi diritto; se viene sottoscritta da 800.000 elettori sarà sufficiente la partecipazione della maggioranza dei votanti all’ultima elezione della Camera dei deputati».
COMMENTO: Questo seconda possibilità ovvero avere un quorum abbassato è una importante e positiva novità che toglierà armi a chi punta all’astensionismo per far fallire i referendum. Infatti il quorum scenderà sotto il 35% quando si saranno raccolte 800.000 firme.
Inoltre sono stati introdotti i referendum di indirizzo che si andranno a sommare ai referendum abrogativi che finora erano gli unici possibili.

Scrive Veltri: «Questa non è una riforma ma una controriforma che accentra maggiormente il potere nelle mani di un’oligarchia rappresentata dai gruppi dirigenti dei partiti i quali secondo l’art. 49 della Costituzione, mai attuato, «dovrebbero concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» e non ad occupare le Istituzioni.
Dall’esame della riforma risulta chiaramente che le motivazioni addotte per giustificare la modifica della Costituzione e che vengono continuamente propinate agli Italiani (cioè: velocizzare l’approvazione delle leggi e contenere i costi della politica) sono delle pure e semplici bugie perché, come si è evidenziato in precedenza, l’Italia ha il più alto numero di leggi rispetto agli altri Paesi europei e per contenere i costi della politica sarebbe stato molto più semplice dimezzare il numero dei parlamentari su cui a parola tutti da sempre sono a favore.
La riforma serve soltanto al partito di turno di governare senza controlli con una Camera addomesticata e con gli organi di garanzia totalmente assoggettati alla maggioranza.
Inoltre la riforma stravolge completamente l’assetto dell’attuale Carta in quanto sposta la centralità dalle Camere al Presidente del Consiglio senza approntare i necessari pesi e contrappesi».
COMMENTO: Per quanto spiegato prima non è vero che un partito di maggioranza governerà senza controlli in quanto resteranno i contropoteri del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale e della Magistratura.

Scrive Veltri: «Non bisogna mai dimenticare che la Costituzione è nata dalla Resistenza e dalla lotta partigiana. Per dare all’Italia, liberata dall’occupazione nazi-fascista, una Costituzione laica, democratica, antifascista migliaia di cittadini, di diverso orientamento politico, hanno lottato, sono morti e hanno subito torture per cui è dovere di tutti noi opporci».
COMMENTO: Nessuno dimentica come è nata la nostra Repubblica e il suo fondamento antifascista e democratico ne resta la sua base fondante. I suoi principi restano inalterati nella prima parte della nostra Costituzione. Quegli articoli non sono oggetto di revisione e nessuno li sta quindi mettendo in dubbio.

Scrive Veltri: «Quelle donne e uomini non solo hanno lottato per liberare il paese ma anche per la giustizia sociale. Purtroppo oggi le disuguaglianze sono aumentate, i diritti dei lavoratori sono calpestati, la sanità e la scuola vengono privatizzate, persino l’acqua viene data in gestione alle multinazionali nonostante la stragrande maggioranza degli italiani aveva chiesto, con il referendum, che rimanesse pubblica.
Per avere il diritto di eleggere i propri rappresentanti, per evitare che venga assegnato il premio di maggioranza alla lista minoritaria e per non consentire di fare scempio della Costituzione, chiediamo ai cittadini di firmare ai banchetti la richiesta di referendum».
COMMENTO: Mi spiace constatare una scivolata nella pura demagogia in cui si fa appello a valori e sentimenti cari a tutti ma di cui ci si vuole considerare unici eredi e difensori.
Nel frase finale poi si fa ancora riferimento alla legge elettorale che, come detto e noto, non fa parte della Costituzione e quindi, ovviamente, della sua Riforma.

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2 Risposte to “Ri-costituente”

  1. ggiovannetti Says:

    Walter Veltri replica a Luis Alberto Orellana

    Caro Luis Alberto,
    non entro nel merito delle considerazioni che hai fatto sui singoli aspetti del mio articolo. Posso soltanto invitare i cittadini, per farsi un’autonoma opinione, a leggere la riforma e se non hanno voglia o tempo potrebbero limitarsi a leggere l’art. 70 dell’attuale testo per confrontarlo con analogo articolo della riforma. Possono così rendersi immediatamente conto della chiarezza, semplicità e comprensibilità dell’attuale Costituzione rispetto all’incomprensibilità, alla poca chiarezza della riforma. Però devo fare alcune puntualizzazioni.

    1) so benissimo che la legge elettorale Italicum non è compresa nella riforma ma, opinione diffusa, con essa è intimamente connessa in quanto con l’Italicum viene eletta la sola Camera dei Deputati e ribadisco assegna la maggioranza del 55% del Parlamento alla lista che al ballottaggio ha prevalso pur avendo ottenuto al primo turno soltanto il 25% o addirittura il 20% dei voti. Insomma, la lista nettamente minoritaria nel Paese si ritrova maggioritaria in Parlamento. Dalla sua approvazione siamo stati bombardati dai commenti entusiasti da parte della maggioranza. È stata definita la migliore legge elettorale: avrebbe consentito di sapere il nome del vincitore la sera stessa delle elezioni, sarebbe stata la panacea a tutti i mali del Paese e ci avrebbe condotto verso il “sol dell’avvenire”. Era una legge talmente perfetta che ora tutti chiedono di cambiarla. È diventata orfana, non ha più un padre. Persino il padre della riforma costituzionale, come sostiene Renzi, l’ex Presidente Napolitano è contrario. Anche tu hai cambiato idea?

    2) la lentezza nell’approvare le leggi non deriva dal bicameralismo perfetto ma dalla coesione politica della maggioranza. In 17 giorni è stata approvata la legge Fornero, in pochissimi giorni venivano approvate le leggi ad personam di Berlusconi e i partiti quando si debbono assegnare dei soldi trovano l’accordo in poche ore. Ti do i dati del Senato, che certamente tu conosci, sull’approvazione delle leggi: quelle di iniziative governativa,che sono l’88%, vengono approvate in 45 giorni al Senato e 35 alla Camera. Invece quando nella maggioranza non c’è l’accordo le leggi o vengono insabbiate o passano anni per essere approvate. Il Parlamento da anni, nonostante i ripetuti richiami dell’ONU, non riesce a recepire nel nostro ordinamento il reato di tortura. Ti ricordo che al Senato, di cui tu sei un componente, giace da tre anni la legge sull’omofobia e stiamo assistendo in questi giorni al balletto tra i partiti di maggioranza sulla legge della prescrizione. Ti ricordo ancora che con il bicameralismo perfetto, di cui non sono un nostalgico, in passato sono state approvate riforme (quelle sì hanno modernizzato il paese sul piano dei diritti civili).

    3) nel mio articolo le percentuali da raggiungere nelle diverse votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica sono riportate correttamente mentre, com’è facilmente intuibile, c’è stato un errore materiale nei numeri indicati. Ma quel che conta è la sostanza. La maggioranza può eleggere da sola il Presidente della Repubblica . Ti invito a rileggere le motivazione della sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il “Porcellum” proprio sull’elezione degli organi di garanzia: «il premio di maggioranza provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura».

    4) la “clausola di supremazia” dello Stato rispetto alle Regioni non è stata introdotta per tutelare l’unità giuridica o economica della Repubblica oppure per la tutela dell’interesse nazionale ma semplicemente si è voluto chiudere la bocca ai cittadini che legittimamente e democraticamente protestano contro la realizzazione di grandi infrastrutture dannose, inutili, costose, devastanti per i territori: TAV, inceneritori (la legge “Sblocca Italia” ne prevede 16!) o un domani il famigerato Ponte sullo Stretto o magari centrali nucleari. Anche tu sei favorevole alla costruzione di queste opere?

    5) concludi il tuo intervento accusandomi di demagogia per avere richiamato i valori della Resistenza. Ti rispondo con un’affermazione di Carlo Smuraglia Presidente dell’ANPI: «ci schieriamo sul referendum perché nel nostro statuto c’è come obiettivo la difesa della Costituzione e questa è una riforma che vuole stravolgere il suo spirito».

    Termino con il ricordare che in questa battaglia referendaria io mi troverò a fianco dell’ANPI, CGIL, ARCI, Giustizia e Libertà, Libera e tutte le moltissime associazioni che hanno aderito al comitato per il no oltre agli 11 Presidenti emeriti della Corte Costituzionale. Tu invece sarai in compagnia dell’Ambasciatore americano, della Confindustria, delle agenzie di rating, di Marchionne e via elencando. Insomma una bella compagnia.

    Walter Veltri

  2. Sulla riforma ci si confronta sul merito | Luis Alberto Orellana Says:

    […] tutto il nostro scambio dialettico.Miei commenti puntuali alle obiezioni di Veltri sulla riformahttps://sconfinamento.wordpress.com/2016/09/05/ri-costituente-2/ che erano state pubblicate a maggio scorso: […]

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